Parole a caso

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Il vento era sceso di sei nodi e regnava una calma piatta, un balenottero si era tuffato alla ricerca di krill fresco, mentre l’altro restava al timone della nave. Da quando avevano preso il comando del Pequod non avevano mai assistito a una tale caduta del vento. Aspettando che arrivasse almeno una brezza tesa per gonfiare le vele e riprendere velocità, decisero di tirar fuori dalla bottiglia, trovata impigliata in una rete, quel foglietto di carta ingiallito contenuto nel suo interno. Poche parole erano vergate con una bella grafia d’altri tempi e sembravano parole scelte a caso, eccole a voi:

automobile, cappello, dentifricio, lettera, scrivania, ruota, cane, ombrello

Offresi otto parole in cambio di un racconto! Volete provare a dare loro un senso, utilizzandole per scrivere una storia?

Questa volta mettiamo da parte l’anonimato, ognuno potrà pubblicare personalmente il proprio racconto, dopo aver verificato che nella stessa giornata non sia stato pubblicato un altro brano.

Un brano al giorno fino a esaurimento scorte 🙂

Chi volesse partecipare e non è stato ancora abilitato come autore del blog può farne richiesta all’indirizzo di mimettoingioco

Racconti di guerra

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Visto l’approssimarsi del 25 Aprile e la calma piatta che regna qui in questi giorni, vi ripropongo un piccolo pezzo che commemora il bombardamento avvenuto a Padova l’8 febbraio del ’44. Racconto che ho raccolto dalla viva voce di uno dei protagonisti e che, per quanto romanzato, è assolutamente reale e veritiero in tutti i fatti che racconta.

***

Mai pensare che la guerra, anche se giustificata, non sia un crimine.
Ernest Hemingway

Italia del sud, sera del 7 febbraio 1944

Jack era partito con un gran brutto presentimento, quella notte. L’aereo che utilizzavano di solito era stato danneggiato dalla contraerea, nell’ultima operazione, e così erano stati aggregati alle squadriglie dei Wellington. Aerei vecchi e lenti, usati per gli attacchi notturni perché di giorno risultavano bersagli fin troppo facili. Stare seduto là dentro gli procurava un nodo allo stomaco e la sua vocina interiore, che già gli aveva salvato la pelle più di una volta, gli stava gridando a più non posso che avrebbe dovuto starsene a casa: meglio la galera da vivi, che morti a migliaia di chilometri da chi ti vuole bene.

Però alla fine ci era salito, su uno di quegli scuotiossa. Appena passata la mezzanotte giunsero in vista di Padova: la squadriglia con i bengala, che li precedeva di qualche minuto, l’aveva illuminata a giorno. Il loro obbiettivo teorico era lo snodo ferroviario, ma gli ordini erano piuttosto laschi: si trattava di fare l’ennesimo bombardamento a tappeto. In mezzo al nero pece della notte, appena velata dalle nubi, quell’isola di luce era fin troppo visibile; stesa ed inerme, aspettava immobile il loro carico mortale di bombe da 200 chili frammiste a spezzoni incendiari.

Jack stava ancora collimando il mirino per il meccanismo di sgancio, quando la contraerea cominciò il suo sporco lavoro. Brevi bagliori violacei, seguiti da onde d’urto ben più terribili, scuotevano l’apparecchio. Un improvviso clangore metallico e la quasi contemporanea bestemmia del pilota nell’auricolare, confermarono i suoi timori: l’aereo cominciò a vibrare, per poi perdere quota in maniera piuttosto marcata. Qualcuno gridò nell’interfono che c’erano dei danni nella sezione di coda, per avere in risposta solo un “OK” dalla cabina di pilotaggio. Dopo diversi scossoni, il pilota tornò a stabilizzare il volo e poi confermò: “Ci sono: lo tengo. Preparatevi a sganciare.”

Jack guardò fuori in tempo per vedere un altro lampo viola apparire di fianco ad un aereo tre posti più in là nella formazione, seguito dal bagliore rossastro dell’ala che esplode. La vampa del carburante in fiamme disegnò un arco che scendeva in fretta verso terra. Conosceva quei ragazzi; sperò solo che avessero avuto il tempo di lanciarsi. Si riprese al suono della voce del pilota che urlava come un ossesso: “Giù! Giù!” Il mirino indicava che erano in posizione. Jack attivò in fretta lo scarico delle bombe: prima finivano, prima sarebbero tornati a casa.

Padova, notte dell’8 febbraio 1944

Tonio era nella sua camera. Lavorava all’ospedale militare, a Padova, e stava cercando di falsificare i documenti per due ragazzi siciliani che volevano tornare a casa. Avrebbero dovuto attraversare la linea Gustav, che solo qualche mese prima aveva visto la tragedia di Cassino. Ma per farlo serviva un “passi”. Tonio era diventato piuttosto bravo, a farli: ormai imitava perfettamente la firma di diversi alti ufficiali ed aveva imparato ad usare le patate per trasferire l’inchiostro dei timbri da un foglio lecito ad uno, per così dire, artigianale. Procurarsi i moduli prestampati nella crescente confusione non era un gran problema. Cercare di non farsi scoprire, evitando di produrre troppi lasciapassare, invece, era più difficile. La fila di persone che gli chiedevano un modo per fuggire da quella che sembrava una situazione senza scampo si allungava giorno dopo giorno.

Anche quella notte stava cercando di fare una delle sue perfette imitazioni; le finestre erano ben tappate perché non ne uscisse il più piccolo spiraglio di luce e lui era chino su di un foglio con in mano mezza patata. Poi, a un certo punto, erano risuonate le sirene. Così aveva spento tutto e nascosto i fogli il più in fretta possibile. Aveva scostato per un attimo il cartone alla finestra, solo per vedere che fuori era praticamente giorno: tutta quella luce significava che nel giro di un minuto o due sarebbe venuto giù l’inferno. Uscì dalla porta urlando al suo amico e vicino di stanza Gianni di correre via, di scappare con lui; al buio, con la luce dei bengala che filtrava da qualche fessura, corsero a più non posso per i corridoi deserti fino a trovarsi in strada.

Senza mettersi d’accordo, puntarono verso la periferia della città. A qualche centinaio di metri dall’ospedale, incastonato nel torrione Invincibile delle mura cinquecentesche, c’era un rifugio chiamato “Raggio di Sole”, dal nome della scuola che sorgeva nei pressi. Un luogo angusto, in cui erano soliti nascondersi in attesa della fine dei bombardamenti. Un luogo che quella sera Tonio detestava più del solito.

“Andiamo al rifugio!” urlò Gianni.

“Vacci tu. Io non mi infilo in quella trappola.” rispose Tonio.

Si lasciarono così, senza neppure salutarsi. Tonio fuggì più velocemente possibile e rallentò solo quando si trovò in mezzo ai campi; si rese conto solo allora di aver perso una scarpa nella la foga della corsa verso la salvezza. Rimase acquattato in un fosso per tutte le tre ore del bombardamento; poteva vedere in lontananza le colonne rossastre degli incendi mentre sentiva nello stomaco i rimbombi dovuti agli spostamenti d’aria delle esplosioni.

Quando l’attacco cessò, attese ancora un po’ e poi s’incamminò con calma verso la città. Giunto nei pressi di Porta Trento, trovò un gran via vai di persone. Si avvicinò per chiedere cosa fosse successo e una signora gli rispose: “Una bomba ha centrato il rifugio; ha sfondato il tetto e poi è esplosa. Saranno morti in almeno trecento.”

Rete immobiliare

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Ero da più di un quarto d’ora davanti al numero 4 di quel parco a scalpitare sul marciapiede. Se c’è una cosa che mi manda in bestia è dovere aspettare quelli che fanno ritardo. -Ma quando arriva, mi sente- mi dissi accendendomi una sigaretta. Dovere stare ad aspettare è una condizione che mi getta sempre nello scoramento di chi vede il suo tempo sciuparsi senza poter far nulla e senza poter sapere quando finirà l’attesa. L’attesa mi fa sempre rivivere quella angoscia di ragazzo quando dovevo aspettare un autobus che non passava mai. Ero realmente nelle fiamme per la rabbia che montava. Avevo fatto la prima boccata quando vidi sopraggiungere una 600 dello stesso colore della mia rabbia che si fermò di botto. Continua a leggere

Le maglie

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Conto le maglie, ma non so se devo contare i buchi che si formano nella trama o se devo numerare gli spazi in cui i fili si incrociano, si sovrappongono e poi si allacciano. E se non facesse differenza? Se alla fine del conteggio scoprissi che le maglie di una rete sono sia i vuoti che i pieni perché la geometria dei pescatori li fa coincidere perfettamente nei numeri? Essendo dei quadrati mi sa che dovrei fare un ragionamento che si basa sulla logica; in effetti se fossi un matematico non avrei bisogno di stare qui nella rimessa a contare i vuoti o i pieni, mi basterebbe applicare una formula e conoscerei immediatamente il risultato. Continua a leggere

La differenza

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La tensione nell’aria fece vibrare i vetri alle finestre.
Un lampo solcò l’orizzonte e la penombra si rannicchiò negli angoli della stanza.
Solo allora Andrea sembrò notare le gocce d’acqua che ruscellavano lungo il cappotto che aveva buttato sul tavolo del salone. Luca seguì lo sguardo del complice e prese coscienza del fatto che un odore di marciume aveva impregnato l’ambiente. Arricciò il naso proprio mentre Andrea riprese a parlare. Continua a leggere

Il pescatore

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La cameriera posa il bicchiere di ouzo sul tavolino. Il profumo delle mezedes e le note della tzouras escono assieme dalla taverna e si spandono nell’aria intrecciandosi e stuzzicandomi i sensi. Non posso fermare il tempo, ma fissare l’istante nella mente, almeno questo, lo posso fare. Poso lo sguardo sulla rete da pesca e sulle mani dell’uomo che sapientemente la sta svolgendo sul molo. Ho sempre amato osservare i pescatori al lavoro e qui, con il sole che si tuffa nello Ionio, con il mio ouzo da allungare con l’acqua, la luce del tramonto che inonda la baia come una marea, mi sembra di essere in una tela di Bokoros. Continua a leggere

“Francy”

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– …Da quanto tempo ci conosciamo Francy?
– Mmmm stiamo insieme da dieci anni, dunque sono…dodici anni fra due mesi. Sì, dodici anni dal nostro primo incontro.
– Dodici anni? Come passa il tempo.
– Ricordo tutto di quella sera sai? le parole, i silenzi, quella tua timidezza all’inizio, e di quando poi mi dicesti: ti va di andare “di là?” ti ricordi?
– Non te lo aspettavi, ammettilo.
– Beh, sai…no, ed ebbi anche un po’ paura: di cantonate ne avevo già prese un sacco, ma poi…Hei, però poi hai impiegato due anni a dirmi “ti amo”. Continua a leggere

…e mai farfalla

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Per anni, il mondo attorno aveva creduto fosse come una nebbia che persiste fuori dalla sua stagione, una cortina di sicurezza a tenere le cose a distanza. Era uno stare in bilico tra benessere e oppressione, con la convinzione che sarebbe bastato un soffio per diradare la foschia a suo piacere.
Più avanti nel tempo, gli era sembrato che il cumulo di affetti, di incombenze, di amici, di lavoro, di svaghi, tutti da subire più che cercare, fosse diventato una ragnatela sulla pelle che puoi sempre distruggere con una manata di fastidio. Continua a leggere