Sono un tipo sedentario, pigro per necessità. L’immobilità mi sembra l’unico modo per tenere a bada l’inquietudine. Non che io stia sempre fermo, per carità, ma considero i miei spostamenti da casa al luogo di lavoro, curo la contabilità in una piccola ditta che commercia in seta, da questo al negozio di libri usati di Matteo e da qui di nuovo a casa, come brevi nuotate quotidiane per raggiungere altrettante isole dove starmene quieto sotto una palma. Le cifre mi confortano, docili si fanno dominare, come pure le mosse del mio amico, sempre prevedibili. Io seduto su una seggiola vicina al bancone, lui chino con i gomiti appoggiati sul piano di legno levigato, tra noi una piccola scacchiera, nessun cliente mai a disturbarci, come faccia Matteo a campare è un mistero. E anche casa è un’isola, la mia poltrona, un libro che m’attende sul bracciolo, e attorno il discreto tramestio di ciotole svuotate in fretta e zampe che timide chiedono attenzione, il cane e il gatto sono lo sciabordio del mare che mi lambisce i piedi.
Ogni giorno gli stessi gesti, gli stessi passi, le stesse strade, solo la domenica minime modifiche, la chiesa al posto della ditta, la pasticceria anziché la bottega di Matteo. Eppure non mi vengono a noia, semmai mi rassicurano, come una locomotiva ho bisogno di binari ben inchiodati nel terreno. Solo una volta ho preso un percorso differente e il rischio è stato un deragliamento irreversibile.
Sofi era l’unica che masticasse un poco d’italiano in quella città del Baltico, un Nord che mi era sconosciuto, in alto a destra. Era il periodo dei grandi mutamenti, il blocco che andava sgretolandosi già prima del muro, piccole nazioni che dichiaravano l’indipendenza con un coraggio folle, il nostro Partito che assumeva con qualche titubanza posizioni autonome da Mosca. Così mi avevano mandato a partecipare al Torneo internazionale di scacchi per non classificati, io una pedina in un sistema di equilibri e di contatti ben superiore alle mie capacità di gioco. Non fosse stato che il viaggio ed il biglietto erano stati predisposti dal Partito avrei confuso Lituania con Lettonia o sarei sceso a Vilnius o a Riga anziché a Tallin.
Sofi girava tra i tavoli a servire ai giocatori il tè con pochi pasticcini miseri. Indossava quello che credo fosse il loro costume tradizionale, un corpetto giallo, una gonna di panno scuro, una cuffia bianca da cui spuntavano due trecce imprevedibilmente nere. Osservava i movimenti sulla scacchiera con una certa competenza, tu bravo, le prime parole che mi rivolse e al mio stupore indicò la bandierina tricolore sul mio tavolo. Non sono bello e neppure bravo, eppure lei non perdeva occasione di starmi accanto e lodare con discrezione le mie mosse. Forse voleva esercitare il suo italiano o ero io a costituire un elemento esotico tra tanti stoccafissi.
Tu italiano mi ripeteva con quegli occhi color del Baltico, se il Baltico era come l’immaginavo, perché in realtà ancora non l’avevo ancora visto. Dalla prima sera mi prese sotto la sua protezione, finite le partite della giornata, me l’ero ritrovata a fianco all’uscita dal massiccio palazzo del torneo.
La strada della collina era un viale che partiva imponente dal centro medioevale, in realtà qualche casa a graticcio e poche costruzioni antiche dall’architettura rozza che in Italia non avrebbero commosso nemmeno un giapponese, e poi si andava assottigliando a mano a mano che saliva verso la periferia. Lei abitava in una casetta in cima al poggio, io in un albergo poco più in basso. Imparai ben presto i passi lenti e i luoghi, Sofi mi indicava le botteghe di artigiani che da noi erano scomparsi, come dite voi quelli che aggiusta scarpe?, il quartiere ebraico dove di ebrei ne erano rimasti pochi, i tigli in fiore, il parco, si spiegava a gesti e parole approssimate, a me incantava il suo sorriso.
In cinque giorni dalla sua bocca appresi la storia del Paese, qui nazisti ammazzarono patrioti, lì a quel muro i russi fucilarono Stanislas, nostro presidente durato pochi mesi, e con lui altri cento. Una storia fatta di sconfitte e lutti che Sofi, lei così giovane, raccontava come vissuti sulla propria pelle. Al mattino per raggiungere la sede del torneo ripercorrevo il viale in senso inverso ed era bello riconoscere accanto alla Storia triste la minima geografia dei negozietti in cui avevo fatto acquisti col suo aiuto e dei locali privi di pretese dove poche ore prima avevamo sorseggiato una placida birra.
Gli scacchi avevano perso il mio interesse quasi subito, forse giocavo unicamente per sentire i suoi occhi su di me, di fatto mi alzavo al mattino già in attesa di quell’ora all’imbrunire che avremmo passato assieme camminando sempre più lentamente verso casa.
Tu comunista, vero? mi chiese mentre cenavamo alla buona sotto un pergolato e c’era una nota amara in quelle tre parole, tanto che risposi a disagio. Sì, ma in Italia essere comunisti è diverso da qui. È dai tempi della Cecoslovacchia che abbiamo preso le distanze da Mosca. Sofi allungò la mano sul tavolo fino a stringere la mia, Noi ora liberi ma in pericolo. Felici se voi ci appoggiate. Non mi domandai se fosse un suo pensiero spontaneo o se stesse parlando a nome di qualche politico convinto che io fossi influente nel partito (e non lo ero affatto). A me premeva solamente che non lasciasse la mia mano.
Quella sera passeggiammo a lungo tenendoci per mano in una spola un po’ ridicola tra l’albergo e casa sua, come avessimo tante cose da dirci, ma il più del tempo tacevamo. Alla fine la baciai davanti al suo cancelletto in legno. Al momento del commiato, mi disse tu entra da me, domani parti.
Abitava in due stanze scarne e dignitose, tanti libri l’unico disordine. Ancora mi guardavo in giro per memorizzare tutto ciò che poteva diventare ricordo e lei già mi aveva preso per mano per condurmi al letto. Di lì a poco, sotto le coperte, mi sussurrò la stessa frase in un soffio quasi innocente nell’orecchio.
Non ci scambiammo promesse, nemmeno recapiti, ma io il mattino seguente mentre discendevo il viale verso la stazione sentii nel vento che spirava dal mare un’aria ricca di futuro.
In Italia resistetti due mesi come in gabbia, nessuno mi diceva tu, bravo, a nessuno mi riusciva di sorridere. Ripresi il treno e questa volta non avevo alcun timore di confondere una città con un’altra. Volli ripercorrere a piedi la lunga salita della Bergstrasse, il modo giusto, di giusta fatica, a ritrovare il clima di quei giorni. Guardavo le piante delle fucilazioni, le botteghe, le trattorie e per ogni luogo, per ogni pietra del selciato, mi riecheggiava in testa qualche sua parola.
Sofi mi accolse col sorriso, ma non mi fece entrare in casa. Restammo a guardarci, ci separava il cancelletto bianco e qualcos’altro di meno definito. Scosse la testa alle mie parole impacciate e, allungando la mano sulla mia guancia mal rasata, tu caro, ma la mia vita è altra.

La prima cosa che volli cancellare fu la strada della collina, presi un tassì e tenni gli occhi serrati fino alla stazione. Più difficile cancellare Sofi, troppi interrogativi ora, troppa delusione irrisolta. I binari a ritroso a mettere distanza, il paesaggio che mutava distratto e il suo sorriso un enigma destinato ad accompagnarmi fino a casa.

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