Proseguo la carrellata di “parole a caso” con un raccontino sull’ottusa brutalità delle istituzioni.

***

Agente governativo

– Creston vive laggiù, dall’altra parte della collina.

Il vecchio fece vibrare più volte le palpebre cispose e poi aggiunse: – Se è ancora vivo, si intende. Sputò per terra, un grumo di saliva secca che sembrava dentifricio, guardò verso la chiazza giallognola del sole e se ne andò, lasciando l’agente sospeso fra le nuvole e la nebbia. Questi rivolse lo sguardo verso i contrafforti delle montagne che chiudevano la vallata: la bruma le stringeva d’assedio, ingoiando le pendici boscose come una cosa fluida.  Se è ancora vivo… Quel vecchio bastardo l’aveva detto usando lo stesso tono con cui uno direbbe: “forse domani pioverà di nuovo.”

Più tardi, mentre arrancava lungo i bordi fangosi della strada disfatta, l’agente capì che per quelli era la stessa cosa. Non c’era una famiglia che non avesse almeno una lapide in giardino: faceva parte della mentalità assurda che aveva spinto i primi di loro a vivere così vicino alle foreste, ai margini di qualunque cosa, rifiutandosi di sottostare alle leggi e ai regolamenti del mondo civilizzato. I figli dei figli di quegli scellerati si ostinavano a rimanere abbarbicati a un grumo di rocce boscose, con la stessa ottusa determinazione di un cane fermo sotto la pioggia, in attesa della cena. Solo che non c’era niente da attendere, da queste parti, tranne le ingiunzioni di sfratto. Le ingiunzioni le portavo l’uomo in grigio e si incaricava anche di verificare che venissero eseguite. Bisognava essere rapidi, precisi, spietati: agire prima che quei parassiti avessero il tempo di annidarsi da qualche altra parte. Ripulire a fondo tutta la vallata.

Balzò di lato, cercando di sfuggire agli schizzi dell’unica automobile che aveva visto passare in tutta la mattina. Non fu sorpreso quando la vide ferma, poco più avanti, impantanata nella melma. La ragazza che aveva occhieggiato al volante continuava a darci dentro sull’acceleratore, facendola slittare ancor più nella buca e peggiorando la situazione.

– Le conviene smetterla! – disse l’uomo, picchiettando al vetro con il manico dell’ombrello. Lei trasalì e si portò una mano al petto. Senza volerlo, lui seguì la direzione del suo movimento e la fissò. Era una gran bella figliola, da quello che poteva vedere; si domandò che diavolo ci facesse in un posto come quello.

Lei nel frattempo gli  stava sorridendo. I suoi occhi di smeraldo dileguarono in una frazione di secondo il sole pallido, la nebbia, il lavoro che doveva fare e il pensiero costante della sua  vita schifosa: tutte cose che sarebbero tornate a collassare nella sua mente, con la stessa velocità di un buco scavato nell’acqua. Ma in quel momento non gli  importava di niente.

– Oh, temo che abbia ragione – civettò la ragazza con un risolino; aprì lo sportello, scavalcò l’impedimento del sedile con un movimento spregiudicato delle gambe sottili, facendo risalire l’orlo della gonna; se ne accorse e lo risistemò, con un’espressione deliziosa di divertito imbarazzo. Si fermò a due passi da lui, stiracchiandosi voluttuosamente: aveva pensato che fosse una bella figliola, ma si accorse di averla sottovalutata: era una bomba, un vero e proprio ordigno sessuale pronto ad esplodere.

– Cosa posso fare adesso? – sussurrò la giovane, con le labbra lievemente divaricate.

In un attimo l’agente si trovò a spingere, incurante del fatto che il cappello gli fosse caduto poco lontano e che la cartella con le lettere ingiuntive fosse scivolata quasi per metà in una pozza di fanghiglia. Lei premeva di nuovo sull’acceleratore, sollevando violenti spruzzi che ricadevano addosso all’uomo in un’allegra cascata di merda, inondandogli l’abito grigio di ghirigori color senape.

Non gli importava; spingeva e sudava, osservando la ruota slittare e il fumo della gomma salire ad intossicargli i polmoni. Ci dava dentro e nella sua testa si immaginava in ufficio, senza vestiti, a spingere contro il corpo altrettanto nudo di lei appoggiata alla scrivania.

– A questo dovreste servire, voi cagne dei ribelli! – sibilò fra i denti, mentre la macchina slittava verso il centro della rudimentale carreggiata. – Ma quando vi avremo stanati tutti, quando avremo demolito i canili dove vi siete rintanati, allora…

Non si accorse dei due tagliagole che aveva alle spalle finché non fu troppo tardi. E anche allora, quando non riuscì più a spingere né a stare in piedi, non comprese subito cosa fosse davvero, quel liquido caldo gli mi colava fra le scapole.

– Tutti uguali – diceva la voce di lei, da un punto lontano – questi bastardi del governo: basta sollevare la sottana e li freghi subito. Questo poi, non ho avuto nemmeno il tempo di farmelo!

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