Quando la sua famiglia, com’era prevedibile, si disgregò, fu Dario a rimanere con il cerino in mano e non ebbe la prontezza di spegnerlo. Ad uno ad uno se n’erano andati tutti, per prima la sorella che aveva sfornato un figlio a quindici anni con la noncuranza di una gatta. Poi era stato il nonno, che era finito sotto terra forse perché non sapeva dove altro andare, lui l’unico che la terra l’aveva sempre lavorata e ora di terra non ne aveva più su cui spaccarsi la schiena. Carattere ringhioso il nonno, qualcuno che aveva letto Pavese lo aveva ribattezzato Vallino, per somiglianza con le rabbie disperate del contadino langarolo. La madre, mezza pazza ma con brevi impennate da gran dama, era scappata in fretta e furia con un ricco commerciante di bestiame, prima che questi s’accorgesse della sua reale pochezza. Il padre, che da sempre andava e veniva, fu l’ultimo a sparire definitivamente, dicono in galera, per altri a proseguire traffici sporchi in luoghi lontani più sicuri. Insomma, a vent’anni Dario si ritrovò solo in una casa troppo grande e malandata. E fu una rapida discesa all’inferno. Era un bel ragazzo, occhi chiari e corpo robusto, ma aveva una risata sciocca che sparava a sproposito e tu capivi che c’era del marcio in quella testa. Iniziò a disfarsi delle cose di casa con una modalità particolare e secondo un criterio davvero imperscrutabile. A sera, indossando una pelliccia della mamma ciabattava per la via trascinando un carrettino sbilenco come fosse il suo cane malconcio. Arrivava fino al canale dove buttava di tutto, dalla lavatrice a un cappello forse del nonno, una bilancia quasi nuova, ma non tutto, qualche oggetto, un tubetto di dentifricio, un quadro, un ombrello, lo riportava indietro, come fosse sopravvenuta un’improvvisa grazia. Sulla via del ritorno spaccava sistematicamente lo specchietto esterno delle automobili parcheggiate e per ogni specchietto una risata folle, specie se qualcuno protestava. Di notte una musica a tutto volume, indifferentemente lirica o hard rock, copriva i tonfi di altre suppellettili che volavano nel giardino del vicino o per strada, a seconda della finestra utilizzata per sbarazzarsi di cose che non riteneva degne del canale. Al mattino quando la casa era silenzio, la gente andava in pellegrinaggio a fare un morboso inventario della notte: tegole rotte, dischi in vinile, qualche cd ancora sigillato, che i più acculturati si portavano via, una scrivania, distrutta nella caduta, che il ragazzo avrebbe potuto rivendere a un rigattiere con un minimo guadagno, se solo ci avesse pensato. Una ruota, finita vicino al lavatoio pubblico, per alcuni rientrava nel cumulo di cose di cui si era disfatto, ma non tutti erano d’accordo. Quando per due giorni di fila Dario non fece la sua comparsa serale e di notte la musica non squarciava più le tenebre, tutti al chiuso delle loro case immaginarono che cosa fosse successo e qualcuno avvisò i carabinieri. Nella stanza spoglia il corpo pendeva da una trave. Nessuna lettera d’addio, ma d’altronde a chi avrebbe potuto dire addio Dario?

Annunci