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Visto l’approssimarsi del 25 Aprile e la calma piatta che regna qui in questi giorni, vi ripropongo un piccolo pezzo che commemora il bombardamento avvenuto a Padova l’8 febbraio del ’44. Racconto che ho raccolto dalla viva voce di uno dei protagonisti e che, per quanto romanzato, è assolutamente reale e veritiero in tutti i fatti che racconta.

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Mai pensare che la guerra, anche se giustificata, non sia un crimine.
Ernest Hemingway

Italia del sud, sera del 7 febbraio 1944

Jack era partito con un gran brutto presentimento, quella notte. L’aereo che utilizzavano di solito era stato danneggiato dalla contraerea, nell’ultima operazione, e così erano stati aggregati alle squadriglie dei Wellington. Aerei vecchi e lenti, usati per gli attacchi notturni perché di giorno risultavano bersagli fin troppo facili. Stare seduto là dentro gli procurava un nodo allo stomaco e la sua vocina interiore, che già gli aveva salvato la pelle più di una volta, gli stava gridando a più non posso che avrebbe dovuto starsene a casa: meglio la galera da vivi, che morti a migliaia di chilometri da chi ti vuole bene.

Però alla fine ci era salito, su uno di quegli scuotiossa. Appena passata la mezzanotte giunsero in vista di Padova: la squadriglia con i bengala, che li precedeva di qualche minuto, l’aveva illuminata a giorno. Il loro obbiettivo teorico era lo snodo ferroviario, ma gli ordini erano piuttosto laschi: si trattava di fare l’ennesimo bombardamento a tappeto. In mezzo al nero pece della notte, appena velata dalle nubi, quell’isola di luce era fin troppo visibile; stesa ed inerme, aspettava immobile il loro carico mortale di bombe da 200 chili frammiste a spezzoni incendiari.

Jack stava ancora collimando il mirino per il meccanismo di sgancio, quando la contraerea cominciò il suo sporco lavoro. Brevi bagliori violacei, seguiti da onde d’urto ben più terribili, scuotevano l’apparecchio. Un improvviso clangore metallico e la quasi contemporanea bestemmia del pilota nell’auricolare, confermarono i suoi timori: l’aereo cominciò a vibrare, per poi perdere quota in maniera piuttosto marcata. Qualcuno gridò nell’interfono che c’erano dei danni nella sezione di coda, per avere in risposta solo un “OK” dalla cabina di pilotaggio. Dopo diversi scossoni, il pilota tornò a stabilizzare il volo e poi confermò: “Ci sono: lo tengo. Preparatevi a sganciare.”

Jack guardò fuori in tempo per vedere un altro lampo viola apparire di fianco ad un aereo tre posti più in là nella formazione, seguito dal bagliore rossastro dell’ala che esplode. La vampa del carburante in fiamme disegnò un arco che scendeva in fretta verso terra. Conosceva quei ragazzi; sperò solo che avessero avuto il tempo di lanciarsi. Si riprese al suono della voce del pilota che urlava come un ossesso: “Giù! Giù!” Il mirino indicava che erano in posizione. Jack attivò in fretta lo scarico delle bombe: prima finivano, prima sarebbero tornati a casa.

Padova, notte dell’8 febbraio 1944

Tonio era nella sua camera. Lavorava all’ospedale militare, a Padova, e stava cercando di falsificare i documenti per due ragazzi siciliani che volevano tornare a casa. Avrebbero dovuto attraversare la linea Gustav, che solo qualche mese prima aveva visto la tragedia di Cassino. Ma per farlo serviva un “passi”. Tonio era diventato piuttosto bravo, a farli: ormai imitava perfettamente la firma di diversi alti ufficiali ed aveva imparato ad usare le patate per trasferire l’inchiostro dei timbri da un foglio lecito ad uno, per così dire, artigianale. Procurarsi i moduli prestampati nella crescente confusione non era un gran problema. Cercare di non farsi scoprire, evitando di produrre troppi lasciapassare, invece, era più difficile. La fila di persone che gli chiedevano un modo per fuggire da quella che sembrava una situazione senza scampo si allungava giorno dopo giorno.

Anche quella notte stava cercando di fare una delle sue perfette imitazioni; le finestre erano ben tappate perché non ne uscisse il più piccolo spiraglio di luce e lui era chino su di un foglio con in mano mezza patata. Poi, a un certo punto, erano risuonate le sirene. Così aveva spento tutto e nascosto i fogli il più in fretta possibile. Aveva scostato per un attimo il cartone alla finestra, solo per vedere che fuori era praticamente giorno: tutta quella luce significava che nel giro di un minuto o due sarebbe venuto giù l’inferno. Uscì dalla porta urlando al suo amico e vicino di stanza Gianni di correre via, di scappare con lui; al buio, con la luce dei bengala che filtrava da qualche fessura, corsero a più non posso per i corridoi deserti fino a trovarsi in strada.

Senza mettersi d’accordo, puntarono verso la periferia della città. A qualche centinaio di metri dall’ospedale, incastonato nel torrione Invincibile delle mura cinquecentesche, c’era un rifugio chiamato “Raggio di Sole”, dal nome della scuola che sorgeva nei pressi. Un luogo angusto, in cui erano soliti nascondersi in attesa della fine dei bombardamenti. Un luogo che quella sera Tonio detestava più del solito.

“Andiamo al rifugio!” urlò Gianni.

“Vacci tu. Io non mi infilo in quella trappola.” rispose Tonio.

Si lasciarono così, senza neppure salutarsi. Tonio fuggì più velocemente possibile e rallentò solo quando si trovò in mezzo ai campi; si rese conto solo allora di aver perso una scarpa nella la foga della corsa verso la salvezza. Rimase acquattato in un fosso per tutte le tre ore del bombardamento; poteva vedere in lontananza le colonne rossastre degli incendi mentre sentiva nello stomaco i rimbombi dovuti agli spostamenti d’aria delle esplosioni.

Quando l’attacco cessò, attese ancora un po’ e poi s’incamminò con calma verso la città. Giunto nei pressi di Porta Trento, trovò un gran via vai di persone. Si avvicinò per chiedere cosa fosse successo e una signora gli rispose: “Una bomba ha centrato il rifugio; ha sfondato il tetto e poi è esplosa. Saranno morti in almeno trecento.”

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