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Ero da più di un quarto d’ora davanti al numero 4 di quel parco a scalpitare sul marciapiede. Se c’è una cosa che mi manda in bestia è dovere aspettare quelli che fanno ritardo. -Ma quando arriva, mi sente- mi dissi accendendomi una sigaretta. Dovere stare ad aspettare è una condizione che mi getta sempre nello scoramento di chi vede il suo tempo sciuparsi senza poter far nulla e senza poter sapere quando finirà l’attesa. L’attesa mi fa sempre rivivere quella angoscia di ragazzo quando dovevo aspettare un autobus che non passava mai. Ero realmente nelle fiamme per la rabbia che montava. Avevo fatto la prima boccata quando vidi sopraggiungere una 600 dello stesso colore della mia rabbia che si fermò di botto. Si aprì la portiera e ne vidi fuoriuscire una coscia in una calza a rete. Vabbè non è che uscì solo la coscia, c’era anche tutto il resto ma sarà che ho predisposizione per tali apparizioni, sarà che lo spacco della gonna della signorina che scendeva dall’auto mi regalò questa tipo di preludio di sé ne venne che poi tutto il resto mi risultò di corredo a quella coscia in rete.
-Azz .. – sussurrai stringendo la cicca fra i denti mentre vedevo materializzarsi nello spazio tra l’interno dell’abitacolo dell’utilitaria e l’asfalto della strada una gamba che attraversò l’aria in un tempo che a me sembrò a rallentatore per andare infine a trovare l’appoggio per un tacco 12 sul manto stradale, fulcro più che sufficiente per fare inarcare due gambe da atleta dei 100 metri e tirar fuori dall’auto tutto il resto. E tutto il resto era una fata di boccoli di una notte di luna nella sua gonna con spacco di cui sopra, camicetta di seta e spolverino di cielo. Chiuse la portiera con l’avambraccio poiché con la mano sorreggeva una cartellina porta documenti, si voltò ruotando sui tacchi, azionò la chiusura dell’auto mentre aveva iniziato ad attraversare la strada nella mia direzione. Quando mi fu da presso mi accorsi che nonostante i tacchi mi superava le spalle di poco mentre da lontano mi era sembrata un valchiria ma ciò di certo non ne diminuiva il fascino, anzi. Al collo notai un filo d’oro da cui pendeva una croce che brillava nell’incavo sullo sterno, alle orecchie due specie di frecce dello stesso metallo che non so se definire orecchini o percing. Quando si accostò sentii il suo profumo che mi ricordava i prati d’estate in un campo di mele. Non sono mai stato a prendere il sole in un campo tra gli alberi di mele ma ora ne sentivo la necessità.
.- Buongiorno, sono Michela dell’immobiliare Tiffany. Lei è il Sig.Mersolti? – mi disse porgendomi la mano.
– Piacere.- mi affrettai a dirle stringendole la mano.
– Mi scusi per il ritardo. Al Corso Umberto ci sono dei lavori. –
– Ma si figuri – riuscii a dire con un filo di voce.

 

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