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La tensione nell’aria fece vibrare i vetri alle finestre.
Un lampo solcò l’orizzonte e la penombra si rannicchiò negli angoli della stanza.
Solo allora Andrea sembrò notare le gocce d’acqua che ruscellavano lungo il cappotto che aveva buttato sul tavolo del salone. Luca seguì lo sguardo del complice e prese coscienza del fatto che un odore di marciume aveva impregnato l’ambiente. Arricciò il naso proprio mentre Andrea riprese a parlare.
‒ “E’ la differenza di opinioni, il motore della storia e dell’umanità” ‒ disse Andrea.
‒ “Intendi che non esistono i fatti?” ‒ replicò Luca.
‒ “Esattamente. O almeno non nella mente” ‒ spiegò Andrea.
‒ “Ma allora perché il fatto che stai tenendo in mano una pistola mi sembra… indiscutibilmente un fatto?”‒ chiese Luca.
‒ “Perché non sei più in grado di distinguere il riquadro: l’abitudine crea assuefazione” ‒ precisò Andrea.
‒ “Che riquadro? Non vedi che ormai stai delirando??!” ‒ piagnucolò Luca.
‒ “Il riquadro dello schermo. Il riquadro che ci circonda. La cornice entro cui ti sparerò” ‒ dichiarò Andrea.
‒ “Non… non dire cazzate! Non siamo al cinema o in televisione” ‒ protestò Luca.
‒ “Eh, se tu vedessi il riquadro, allora forse potresti cavartela, potresti individuare lo schermo ed afferrarlo” ‒ insistette Andrea.
‒ “Bah, e che diavolo me ne farei?” ‒ domandò Luca.
‒ “Ti proteggeresti dalle pallottole: potresti usarlo per farti schermo” ‒ delirò Andrea.
‒ “Sei un folle… Ti ha dato di volta il cervello!” ‒ sbraitò Luca.
‒ “O la mente? Eh, chissà se la mente è il cervello oppure il cervello mente” ‒ chiosò Andrea.
‒ “Piantala… e metti giù la pistola!” ‒ gridò Luca.
‒ “Non avresti dovuto andare in questura ieri pomeriggio” ‒ sentenziò Andrea.
‒ “Mi hai seguito!” ‒ frignò Luca.
‒ “No, ti ho preceduto… nel ragionamento. Non serviva essere uno psicologo per sapere che non potevi reggere alla pressione. E ora preparati a morire come muore un traditore” ‒ annunciò Andrea.
‒ “Aspetta! Mia moglie e i bambini dormono di là e la tua pistola non ha il silenziatore: gli spari li sveglieranno, p-potrebbero vederti… oddio, n-non vorrai rischiare di fare una strage!” ‒ tartagliò Luca.
‒ “Ah, ah… basterà abbassare il volume, ah…” ‒ rise Andrea.
Sempre tenendo il complice sotto mira, Andrea prese il telecomando e schiacciò il tasto con sopra il simboletto di una croce su un altoparlante. *BANG! BANG! BANG! BANG! BANG! BANG!* recitarono i sottotitoli nel silenzio della sala da pranzo.
Il corpo di Luca sparse sangue ovunque: sul divano, sul tappeto, sulle tende… uno schizzo, neanche si trattasse dello zampillo d’una fontana di Versailles, arrivò addirittura ad imbrattare il soffitto.
Seguì una pausa, con zoomata sui dettagli del massacro, alla Tarantino.
Andrea estrasse un fazzoletto e si pulì il volto dal sangue, quindi ripose la pistola in tasca.
Luca si tirò su da terra e saggiò con un dito il foro che aveva in fronte. Poi passò ad infilare l’indice nel buco tra la fronte e il naso.
‒ “Com’è possibile! Ti ho sparato! Ti ho c-crivellato di colpi… ci sono più buchi nel tuo cranio c-che in un colabrodo! Devi morire!” ‒ protestò Andrea.
‒ “Per me no” ‒ sogghignò Luca.

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