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La cameriera posa il bicchiere di ouzo sul tavolino. Il profumo delle mezedes e le note della tzouras escono assieme dalla taverna e si spandono nell’aria intrecciandosi e stuzzicandomi i sensi. Non posso fermare il tempo, ma fissare l’istante nella mente, almeno questo, lo posso fare. Poso lo sguardo sulla rete da pesca e sulle mani dell’uomo che sapientemente la sta svolgendo sul molo. Ho sempre amato osservare i pescatori al lavoro e qui, con il sole che si tuffa nello Ionio, con il mio ouzo da allungare con l’acqua, la luce del tramonto che inonda la baia come una marea, mi sembra di essere in una tela di Bokoros.
Il pescatore continua nell’opera di svolgimento e verifica della rete. È una sciabica, sicuramente, una rete da fondo per un sistema di pesca che da secoli si pratica nel Mediterraneo; lo intuisco anche per il tipo di imbarcazione, una specie di gozzo che ondeggia delicatamente spandendo riflessi sull’acqua. L’uomo mi guarda mentre sorseggio l’ouzo, continuando a districare le trame della rete e accennando un sorriso. Sorrido anch’io mentre il gelo del liquore all’anice mi rinfresca piacevolmente le labbra, prima di diffondersi in bocca e scendere lentamente nella gola.
Non riesco a staccare gli occhi dalle mani del pescatore e da quella rete che intrappola i miei pensieri: i ricordi mi assalgono, accavallandosi disordinatamente, e ritorno bambina. Rivedo i colori della cameretta con la finestra che si affaccia sul porto, l’orsacchiotto senza un orecchio che dormiva con me, la luce del mattino che filtra dagli scuri, lo strillo dei gabbiani. Papà torna dalla pesca e viene a darmi il bacio del buongiorno, come ogni mattina: odora di salsedine, la sua barba mi graffia un po’ la pelle.
– Kalispera.
Il suono della mia voce mi desta all’improvviso. Senza accorgermi mi sono alzata e ho camminato fino ad arrivare di fronte all’uomo.
– Viene dall’Italia?
– Già, la pronuncia?
– No, i vestiti. Vi riconosco da vestiti, scarpe, colori…
Fatica ad esprimersi, lo incoraggio con un cenno della testa per fargli intendere che ho capito. Ha ragione, all’estero veniamo riconosciuti all’istante per i vestiti e gli accostamenti.
– Come mai parla italiano? – Gli chiedo.
– Molti greci parlano, è utile con turisti. Vecchi imparato da fascisti durante guerra.
La parola fascisti è come uno schiaffo, le colpe del passato a volte ritornano, come i ricordi che non riesco a sopire e che mi riassalgono: la cameretta che si affaccia sul mare, io che mi sveglio e chiamo papà, la mamma sull’uscio che mi guarda piangendo.
– Quanto tempo a Lefkas? – Mi chiede.

– Ancora non so, devo decidere, sono un po’… Sa una cosa? Lei mi ricorda qualcuno.
– Davvero? Un pescatore?
– Si, mio padre.
– Lui pescatore?
– Si, usciva col buio ma tornava sempre in tempo per svegliarmi ogni mattina.
– Vita di pescatori piena di difficoltà.
– Lo è stata anche per me… senza di lui.
Mi fissa teneramente, come si guarda una figlia. Papà mi guardava così tutte le mattine quando mi svegliava di ritorno dalla pesca, quel mattino però fu la mamma a svegliarmi. Sento un nodo formarsi in gola e la vista si offusca un po’, come quando osservi il paesaggio dalla finestra in un giorno di pioggia.
– Mi scusi, non dovevo bere l’ouzo, non prima delle mezedes.
– Il sole di Grecia può fare scherzi a stranieri.
– Si, ma riserva anche delle sorprese.
– Anche tu ricordi qualcuno a me.
– Davvero?
– Io porto turisti sul mare con la barca. Se vuoi…
– Mi piacerebbe molto.
– Domani se vuoi. Qui all’alba.
– OK. Domani all’alba.

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