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Peter fin da ragazzo aveva coltivato due interessi: la pesca e i ragni. Non è che avesse proprio la passione di infilzare sull’amo quei vermi e di aspettare per ore di sfilare dallo stesso arnese di acciaio altre bestiole, che gli sgusciavano dalle dita ancora più dei primi. Ma la porta di casa spesso non si apriva quando, tornando da scuola, bussava spellandosi le nocche. Veniva aperta dall’uomo che stava uscendo, abbottonandosi la giacca e calcandosi il cappello fino a nascondere il viso. Ma nonostante questo accorgimento Peter lo riconosceva e continuava a provare antipatia per lui, nonostante avesse sentito la madre raccontare alle amiche le sue qualità. A lui non piaceva e non aveva voglia di chiarirsi il motivo.
Nel vederlo avvertiva un pugno nel petto che gli toglieva il respiro. Aspettando di ricomporsi prima di entrare a casa, si metteva a osservare i ragni in giardino.
Ammirava l’arte con la quale tessevano la rete e sapeva che essa avrebbe resistito alla pioggia e al vento solo se, invece di opporsi alla tempesta impedendo qualsiasi deformazione, avesse oscillato e ceduto in una sua parte; la rottura di un filo senza importanza non avrebbe compromesso la stabilità della struttura, anzi le avrebbe permesso di resistere. Così lui spezzava una fibra di cuore, o uccideva una lacrima che voleva salirgli agli occhi o smorzava il tentativo di una carezza. Restava come un blocco di ghiaccio, davanti alla porta e davanti alla madre che, invece di accoglierlo, salutava con un abbraccio un altro uomo.
Peter faceva spezzare uno dei suoi fili e l’integrità dell’insieme riusciva a resistere. Prendeva le distanze dai fatti che stavano succedendo e andava a pesca senza soffrire. Iniziò a non provare più dispiacere guardando le contorsioni dei vermi e gli scatti con cui i pesci, in difetto d’ossigeno, cercavano di svincolarsi dalla morte.
Molti anni più tardi scoprì un altro tipo di rete con la quale andare a pesca delle sue prede. Anche in questa occasione gli tornarono alla mente le cose che aveva imparato dai ragni e in modo particolare la loro pazienza.

Le sue dita da cyber-ragno, al centro della rete, pigiavano i tasti senza commettere sbagli e con abilità inventava parole da usare come esche. Le sceglieva con cura, in modo da rassicurare, come amicizia, compagnia… quasi emanavano un odore di talco, di caramello, di innocenza. Poi c’erano parole di cui si poteva percepire il calore, che accendevano fuochi solo a scriverle, pronunciarle o ascoltarle.
Se qualcuno non rispondeva secondo le aspettative bastava un click per cambiare pagina o cancellare un nome senza delusioni né dolore.
Nella rete di Peter cadevano donne e uomini. Arrivavano per cena, sempre di martedì. Peter amava i rituali: apriva la porta, la richiudeva alle loro spalle, metteva nel lettore un disco, perché la musica tranquillizzava gli ospiti e perché riusciva a coprire altri rumori. Forse li faceva ballare, le luci illuminavano le stanze, per spegnersi prima dell’alba. Nessuno sapeva quello che succedeva nella casa né vedeva mai uscire gente.
Era la casa dove aveva sempre abitato anche dopo la morte della madre. Le pareti presentavano screpolature, le porte avevano bisogno di essere verniciate, solo il giardino sembrava lussureggiare come se fosse sempre primavera, il prato si era trasformato velocemente in un bosco.
Peter diceva che era merito del concime che utilizzava senza parsimonia quando interrava le piante col fresco della notte. Ogni settimana piantava un albero, sempre di martedì.

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