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“Come al solito, Armando, io parlo e tu non hai voglia di rispondere!”
Non mi ero accorto di aver alzato la voce fino a quando non mi ero sentito addosso gli occhi stupiti di Vanni e Lele, che mi stavano accanto, mentre seguivamo Armando percorrendo in discesa la breve scalinata della chiesa.
“Quanti anni saranno che non giochiamo più a pallone, Lele?” Chiesi sottovoce.
“Che ne so, Michele, forse dieci o di più, non ricordo quando è stata l’ultima volta. Dovremmo riprendere, ma tu sei troppo arrugginito, Vanni è da panchina, Armando lo mettiamo in porta…”
La voce di Lele si spense all’improvviso. Ci guardammo tutti e tre negli occhi e fu un abbraccio stretto. Continuammo a camminare in silenzio, ognuno seguendo un suo pensiero, ma sentendoci ugualmente vicini.
In pratica eravamo sempre vissuti tutti lì, amici, per scelta e per vicinanza. Armando, invece lo avevamo conosciuto alle medie, trasferito da poco da un’altra città. Fin dal primo incontro ci era sembrato diverso dagli altri, fin dal momento in cui aveva rifiutato di fare il capoclasse, dicendo che non voleva essere “il capo” di nessuno; non gli andava di sprecare tempo a convincere gli altri a fare o non fare qualche cosa. Neppure noi riuscivamo a fargli cambiare idea. Quando prendeva una decisione, nessuno lo smuoveva: cocciuto come un mulo.
Noi avevamo imparato ad accettarlo così, con le sue stranezze e non ci stupivamo più se ai nostri quotidiani appuntamenti in piazza, magari un giorno arrivava dicendo solo una frase.
“Ciao a tutti, oggi non ho voglia di aprire bocca.”
Noi gli parlavamo ugualmente, ma sapevamo bene che non avremmo avuto risposte. Per quel giorno gli assegnavamo il ruolo di portiere nel campetto dell’oratorio. Dopo, ognuno per la strada di casa, a smoccolare per le ginocchia sbranate dalle cadute, a lamentarsi dei fuori gioco e lui, con noi, ma sempre zitto. Il silenzio era il suo metodo per andare via da lì, mentre le sue gambe continuavano a camminarci accanto.
Talvolta mi si avvicinava e sincronizzava il suo passo con il mio, era il suo modo per dimostrare che preferiva la mia compagnia.
A distanza di tempo, settimane o mesi, la scena si ripeteva. Lui sarebbe venuto in qualsiasi posto noi fossimo andati, avrebbe fatto le stesse cose: giocare a biliardo, mangiare la pizza, tirar sassi ai lampioni, e magari avrebbe fatto i tiri migliori, ma tutto come se fosse muto, come un pesce che si associa al branco e si lascia portare dalla corrente.
Armando era sempre stato un po’ mutevole d’umore, uno di quelli a cui le arrabbiature passavano subito, e che se ridevano, lo facevano solo per poco.
Ad un certo punto incominciò a viaggiare, anche se in realtà non si spostava dal paese. Mi salutava assicurandomi che non sarebbe stato via per molto tempo. Capitava che partisse un po’ ammosciato, con dentro gli occhi uno strappo di malinconia, uno di quelli che gli impedivano di fissarti in faccia, e dopo ritornava vivace, con lo sguardo ricucito fermo. Mancava uno o due giorni, io solo tra i compagni sapevo dove andava e i genitori lo lasciavano fare, in fondo era solo nel casotto per gli attrezzi in fondo al giardino.
Quando gli anni gli permisero maggiore indipendenza, quelle fughe divennero più lunghe e i confini del giardino troppo stretti. Partiva con lo zaino leggero gettato sulle spalle, con l’andatura dinoccolata, talvolta zigzagante come se non sapesse bene che strada prendere. In realtà i suoi tentennamenti erano un diversivo. Uscito di casa cambiava un paio di volte direzione, ma sapeva bene dove andare, e lo sapevo anch’io. La sua destinazione era uno dei nostri segreti, il rifugio dei cacciatori tra il fiume e la collina. Lo raggiungevo, senza farmi notare da nessuno, alla fine del paese e mi assicuravo di infilargli nello zaino due mele, un panino, una torcia, perché sapevo quanto era distratto ed ero sicuro che non avrebbe mai pensato a queste piccole cose. Lo accompagnavo per un tratto di strada e giunti alla ferrovia lo salutavo.
“Buon viaggio Armando, se vuoi compagnia fammi un fischio.”
“Addio, Michele. Torno presto, aspettami. Poi ti racconto.” Diceva serio.
“Certo che ti aspetto, e chi si muove, lo sai che sono troppo pigro.” Rispondevo sorridendo.
Era quello il nostro rituale di saluto. Una volta, tornando da uno dei suoi viaggi mi disse di avere fatto una scoperta.
“Che scoperta, Armando, spiegami, sono curioso.”
“Se stai zitto ti si allungano le giornate, vedi e senti tantissime cose e allora vivi di più, ed io mi sento quasi vecchio. Non credo che riuscirò ancora a ricostruirmi.”
“Come sarebbe ricostruirti, che vuoi dire?”
“Come fanno certi uccelli con il nido. Hai mai notato che se una parte di nido viene danneggiata, loro riprendono imperterriti a rimetterlo a posto? E se di nuovo cade qualche frasca, la rimetteranno subito dopo? Ecco, dimostrano di aspettare qualcosa.”
“E cosa c’entri tu con i nidi degli uccelli?”
“Ogni volta che mi allontano e cerco di riparare quello che mi si è danneggiato, è come se guardassi un orizzonte lontano.”
“Ma che stai dicendo? E chi è che ti danneggia, e cosa poi?
“Cosa non lo so, diciamo qualche valvola; come per quelle vecchie radio di una volta, ricordi? Quando non funzionavano più si diceva che era colpa di una valvola. Ma secondo me alcune erano difettose in partenza.”
“Bello, però, questo fatto di saperti ricostruire, mi piace sul serio!”
Dissi così – anche se non ero sicuro di aver compreso bene. Armando mi guardò soddisfatto, con un sorriso a tutta faccia; solo gli occhi con gli angoli tirati verso il basso. Ma ero troppo giovane e da ragazzi è difficile cogliere tutte le angolazioni della tristezza, si ha voglia di vita, di gioia.
Negli anni che seguirono l’unica promessa che riuscii a strappargli fu quella che mi avrebbe sempre avvisato e fatto sapere in quale posto stesse andando.
Una settimana prima aveva telefonato, ma ero fuori per lavoro. Ho ancora il suo messaggio nella segreteria.
“Michele, starò al capanno sul fiume per qualche giorno, se vuoi venire ti aspetto.” Poi una seconda telefonata, un nuovo messaggio.
“Addio, Michele, io vado.”
Questa volta non era riuscito a ripararsi. Lo ritrovarono in un’ansa del fiume e tutti pensarono che vi fosse scivolato nel buio.

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