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Liliana cara,
se quel mattino non avesse piovuto, sarei venuto da te come promesso.
Forse.
A essere franchi desideravo un qualunque impedimento che mi sottraesse a un incontro per il quale ormai avevo perso interesse. Non fosse stata la pioggia, sarebbe stata la malattia del cane, in quei giorni era acciaccato povera bestia, o l’arrivo benedetto dell’idraulico a riparare la caldaia, da una settimana mi mancava l’acqua calda. O ancora la richiesta di mio figlio di raggiungerlo proprio quel giorno per discutere l’assetto societario, abbiamo in cantiere un progetto che non si decide a prender forma. Oppure l’invito al vernissage alla Galleria di Mezzo, quadri peraltro orrendi e gallerista odioso.
Ma non è accaduto niente di tutto ciò, così mi sono dovuto accontentare della pioggia, ho sbirciato dai vetri le quattro gocce che cadevano malferme e quasi con dispiacere mi sono detto aspetterò che spiova. Poi mi sono immerso in una lettura che mi ha rapito per il resto della giornata. Che ironia, mi è sempre piaciuto il tempo dubbioso di marzo, un invito irresistibile ad uscire, per me, le sue nuvole fragili pronte a rompersi come uova al primo scossone, e questa volta invece mi ha fermato. Vorrà pur significare qualcosa, non trovi?
Roberto

*

Caro,
sono ormai abituata al tuo umore ballerino, più instabile dell’instabilità di marzo. Tu fuggi da me per poi tornare quando ti ho QUASI dimenticato. Tornerai anche questa volta, con il tepore di settembre o con la prima neve dell’inverno. Ti vedrò arrivare dal vialetto, avrai l’aria spavalda di chi gioca con i sentimenti altrui, o fingerai le orecchie basse del cane che per una notte è sfuggito alla padrona, inseguendo una libertà che non sa usare.
In ogni caso, in quel momento, mentre ti osservo attraverso i vetri di cucina, ti prenderei a fucilate, tanta è la rabbia accumulata. Vedere il tuo sangue sulla neve per poterti piangere e rimpiangere. Tutte le volte è così, una vampata d’odio, di cui mi pento prima che tu abbia varcato la soglia. E quando la tua figura massiccia si staglia nel controluce della porta, io sono lì, già pronta a perdonarti.
Sarà così anche questa volta. Ti aspetto, sai.
Lili

*

Liliana,
non hai capito. Se adesso, a distanza di mesi, ti sto scrivendo, non è certo per rammarico (quelle quattro gocce di pioggia continuo a benedirle). È solo per mettere fine a questa danza. Continui a scrivermi che aspetti il mio ritorno. Cara, per dirla breve, mi sono stancato, se non di te, della manfrina di ritrovarci una volta all’anno come una famiglia al compleanno del patriarca, il rituale appuntamento di fine inverno, quel nostro modo ormai patetico di festeggiare insieme l’arrivo della primavera in nome di qualcosa svanito nel frattempo. E quando non è marzo, capita a settembre o gennaio, non passa anno senza questo mio pellegrinaggio riluttante al santuario della memoria. Non avrei voluto ferirti, ma ora, di fronte alla tua ostinazione, sono costretto a farlo. È finita, rassegnati. Basta pellegrinaggi osceni. E rifletti, ti prego, sulla brutalità delle mie parole. Con perduto affetto,
Roberto.

*
Amore mio bastardo, amore mio.
Colgo nelle tue parole, in apparenza così crude, un invito a non desistere. È come mi chiedessi di lottare per entrambi, che tu sei troppo apatico per farlo. Non avrei voluto ferirti, mi dici, e io ti credo. Questo pensiero ti fa onore.
Sì, sono cocciuta, non mi arrendo, anzi rilancio: se sei così sicuro che sia finita, vieni fin qui a dirmelo. Affrontami. Se saprai ripetermi in faccia quelle parole, ti lascerò andare senza più insistere. Te lo prometto. E prometto anche che non ti sparerò mentre avanzi perplesso nel vialetto, se è questo che temi.
Lili

*
Liliana, un tempo cara,
non sono le pallottole che temo, ma le parole che sussurri, quegli insulti, mai urlati, che fai scivolare di soppiatto nell’orecchio come un invito al letto.
Quante volte è già successo?
Io, la faccia dura della fine, tu, un’apparente noncuranza. Sembra che tutto fili liscio verso un distacco consensuale. Mi parli della bolletta della luce scaduta da una settimana o mi dici dei problemi di Rita coi compagni, mi siedo ad ascoltarti, sollevato che tu la stia prendendo bene. Eppure son spacciato prima che me ne renda conto. Perché lì, mentre ti do le spalle fumando una tranquilla sigaretta, comincia la tua avanzata, lenta come una marea, (ricordi Saint Malò?)
Vai e vieni per la stanza parlandomi distratta, poi, mentre mi passi accanto, mi accarezzi il collo, come ti ricordassi all’improvviso della mia presenza. Non ti vedo, che tu ancora mi stai alle spalle, ma i polpastrelli tiepidi e veloci li riconosco subito. Dovrei stare in allarme, ma è così sereno quel massaggio. Ti chini sfiorandomi le spalle con il seno, le punte che mi trapassano la giacca, e tra le parole banali che ti escono leggere infili figlio di puttana e stronzo appena bisbigliati mordendomi l’orecchio. Devo dire che ti adoro in quel momento, è un brivido ogni volta genuino sapere la marea che sale e non curarsene.
Guardavamo dalle mura la spiaggia sterminata con le barche incagliate nella sabbia, il tempo di due baci e il mare si era fatto più vicino. Mi baciavi ancora per poi mostrarmi divertita l’onda lenta che nel frattempo aveva colmato la distanza fino a noi. Ecco, ogni volta mi arrivi fin sotto le mura, me ne accorgo solo quando le mie difese vengono lambite dal tuo avanzare silenzioso. Ed è la mia resa all’acqua inarrestabile. Quante riconciliazioni su quella sedia scomoda, le mura di St.Malò sbriciolate dalla tua tenacia liquida.
No, non verrò più da te. Finchè resto lontano posso salvarmi dalla resa.

*
Verrai, verrai, amore mio, ne sono certa. E sarà tutto come hai detto. Ti bacio, sussurrandoti figliodiputtana. Io sono l’inarrestabile marea, ricordalo
Lili.

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