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Profumo ondivago di tigli. Uccelli che cinguettano. Aria già tiepida di fine Maggio.
Immerso nella poesia del parco cittadino semi-deserto all’alba, portavo a spasso i miei pensieri artistici. Un settenario mi diede uno strattone verso il fusto d’un Abete, forse per fare un bisognino.
Così con l’occhio attonito, ristetti.
Fu allora che la vidi.
Sotto il foulard d’organza semi-trasparente, la donna aveva braccia sperticate, rose le spalle di magrezza innaturale ed elegante. Ossimori affilati orzavano il torace contro vento, mentre la blusa, ornata da pindarici marini, schiumava le sue onde andando da una costa all’altra.
Rimasi ad osservare la pittrice, assorto nel beccheggio del pennello, finché si rivoltò di scatto… facendomi arrossire, quasi m’avesse colto in fallo.

‒ Sf’amami.
‒ Scusi?
‒ Nutrimi carnalmente ‒ disse, volgendo gli occhi al cielo.

Così di punto in bianco tese il braccio destro oltre la tela, mirando l’orizzonte, fino a tracciare candidi pois nel cielo azzurro. Era stupefacente: mai avevo visto un gesto atletico creativo di pari gittata.
Presi a chiedermi quanta energia le richiedesse tale slancio e quale esclusivo percorso artistico l’avesse portata a screziare la volta celeste, ovvero mi chiesi se quella fosse la prima volta o se l’artista avesse dipinto cieli simili in passato.
Insomma, mi domandavo se quei pois, avessero mai avuto un primas.
Magari, in precedenza, parafrasando i tagli di Kandiskij, la pittrice s’era proiettata nello spazio siderale, squarciando la tela celeste, per poi tornare a ricucirla con quei punti di sutura.
Due, tre, sei, otto… nove pois.

‒ E’… è bellissima. La resa artistica intendo.
‒ Io non mi arrendo. Io combatto. Questo è il punto.
‒ Il punto debole o di forza?
‒ Di non ritorno.

Fu in quel preciso istante che presi coscienza della pochezza delle mie parole, nonché d’aver smarrito le chiavi di casa. Un senso di vuoto simile a dolore puntorio mi morse il petto, assieme alla certezza che, nell’incontro con la vita, stavo perdendo ai punti.
Lo smarrimento fu così totale, che quando la pittrice, forse preoccupata per il mio pallore, disegnò un bicchiere d’acqua e me lo porse, io mi ci persi.
Allora, la donna assunse un tono più materno, tracciò sopra la tela una bandiera variponta e come avrebbe fatto con un bimbo, me la donò. O forse era la strega ed io la tenue Biancaneve. Sorrisi debolmente, sventolandola senza capirne il senso, difatti salutai già pronto a congedarmi, lasciando l’opera incompiuta.
La pittrice m’afferrò per una spalla.

‒ Aspetta un attimo, uomo sconfitto.

Prese la mano in cui tenevo la bandiera e la tirò verso di sé. Con il pennello, vi disegnò sopra un unico pois. Io prima la guardai perplesso, poi ringraziai.
Mi aveva concesso almeno il punto.
Della bandiera.

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