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Campagna. Odore di granturco abbrustolito sotto il solleone. Brezza gradevole, luce vivace e calda tipica di un tardo pomeriggio.
Il vecchio filava agile, vestito di abiti logori, mentre i pedali della bicicletta cigolavano giringiro, lasciando dietro di sé soltanto un flebile ronzio. I capelli brizzolati sparsi, simili a rovi, offrivano dimora a un sottobosco di funghi prataioli e muschi su cui brulicava una ricchissima congerie di plecotteri alati, subimmagini di efemerotteri e simulidi. Alcuni di essi, sferzati dal vento, perdevano l’appiglio, smarrendosi in codazzo lanceolato.
Rimasi sorpreso notando che lo sconosciuto conduceva al guinzaglio una nutria brunastra, grande quanto un cane, la quale, nonostante il corpo tozzo, mulinava le zampette sopravanzando a tratti il velocipede.
Ad ogni lieve strattone, il guinzaglio di spago teso vibrava in mi minore.
Dooo-iiiiii-nnng… Dooo-iiii-nnng… Dooo-iiiiiiii-nnng…

Fu un attimo.
I raggi della bicicletta si confusero con quelli del sole pomeridiano e il vecchio cadde, seppure rialzandosi praticamente illeso. Non appena ebbe controllato le condizioni delle ruote, lo strano individuo tornò per qualche metro sui suoi passi, fermandosi davanti al cancello del mio giardino.
Puzzava di canale di scolo a cielo aperto. Intuendo lo spasmo agonizzante della mia piramide nasale, il vecchio sorrise *discolo* e mi chiese.

– “Scusi, dove è?”

Puntai la zappa sul terreno e mi appoggiai col mento al manico, chiedendo lumi.

– “Chi?”
– “Lei… dov’è?”
– “Mia moglie?”
– “No. Le sto dando del lei, per una forma di rispetto, ma intendo tu: allora, dov’è lei?”

Risposi perplesso.

– “Io sono qui.”

L’uomo rise, selvaggiamente, poi chiese ancora, con tono di voce ansioso.

– “E quando è!?”

Evitai di domandare ancora chi: il modo in cui quel vecchio mi fissava, non lasciava dubbio alcuno sul fatto che si riferisse sempre a me, con rinnovata deferenza. Improvvisamente si fece sera e i miei capelli s’incupirono, mentre esitavo il mio pensiero.

– “Io sono qui e adesso.”
– “Oh. Allora passerò in *altro* momento, così potrà ridarmi una risposta *uguale*.”

Il vecchio sghignazzò di nuovo e a lungo, mentre la nutria mi annusava i piedi. In cielo una nuvola a forma di cavatappi, dopo aver cercato invano una bottiglia, discese prima verso l’orizzonte e poi in cantina, sperando in miglior fortuna.
Forse per empatia, anche il silenzio si trovò a sorridere, solleticandomi l’ascella destra, finché la voce del viandante non lo sbuffò lontano.

– “E’ meglio che me la fili, come fece Berta al tempo: pioverà.”
– “Può darsi” – convenni – “le previsioni per oggi promettevano tempo variabile.”
– “Lo so perché mi duole l’articolazione temporo-mandibolare” – disse indicando la basetta destra – “Mi capita se rido troppo, prima d’un acquazzone.”
– “Capisco” – bofonchiai, rimuginando che il suo gesto di toccarsi una tempia era lo stesso che facciamo abitualmente per descrivere chi è un po’ fuori di testa.
– “Chissà. Magari pioverà soltanto lì, lì e lì.”

Accompagnò il suo dire con l’indice teso, segnando due colline circostanti e il cielo: la mimica sghemba era così contraria al baricentro, che vacillai l’appoggio della zappa.

– “Già, magari qui non pioverà e come le altre sere mi toccherà adacquare.”

Il vecchio si fece incoerentemente pensieroso, quasi un oscuro presentimento gli avesse appannato il parabrezza dello sguardo. Grugnì, mi strizzò l’occhio ed inforcò la bicicletta.

– “Meno male questa bicicletta! E’ impossibile camminare e stare al passo, coi tempi che corrono.”
– “Eh, già.”
– “Arriv…”

Gròk. Ebbi come l’impressione d’udire il suono sordo d’un ingranaggio che s’inceppa, così stridente da farmi sussultare. D’istante, il vecchio mi parve più vicino. Tremai di raccapriccio nel vederlo farsi bianco e urlare a denti stretti.

– “Hrrggggggggggghhhhhhhh!!!! Maii! Maiiii! Maiiiii!”
– “Mioddio, che c’è… si sente male?”

Uscii dal mio giardino e lo aiutai a distendersi sul ciglio della strada, impiccando all’ugola due o tre conati di vomito per il tanfo che emanava. Lo sciame di insetti prese a orbitargli intorno, mentre la nutria gli si rannicchiò vicino, lanciando anch’essa tremuli squittii di smarrimento. Al quarto raglio, il vecchio gorgogliò di nuovo.

– “La c-clessidra! La clessidraahh!”
– “Si calmi… checcazzo sta dicendo? Vuole che chiami un’ambulanza?”
– “N-nouuu, nouuu… la clessidraa!!”

E con lo stesso sforzo con cui avrebbe sollevato un macigno dall’incarico di deviare il corso d’un torrente, svoltò una mano in direzione del manubrio della bicicletta: accanto al campanello si stagliava una clessidra rotta.
Quasi a porre l’accento sull’intensità del momento, il sole triangolò di sponda alcuni fasci luminosi dedicati, brillando sia il moncone di vetro che i frammenti d’asfalto stellato.

– “D-devo raccogliere la sabbia…”

S’alzò di scatto, assestandosi il cavallo delle braghe, e, mediante una rapida ricognizione dall’alto, valutò palmo a palmo la distribuzione dei granelli sulla carreggiata. Quindi s’inginocchiò iniziando a radunare le pecorelle smarrite.
Completamente assorto nelle operazioni di soccorso, il vecchio ammutolì ed io rimasi ad osservarlo per un poco. Dopo una decina di minuti, sbottai.

– “Senta… ho qualche secchio di sabbia, dietro: gliene regalo una manciata” – risi beffardo – “i granelli che sta raccogliendo non sono mica speciali: la strada è piena di polvere e sabbia.”

Il viandante si bloccò. Sfiorò l’asfalto ruvido e si mise a piangere, per cui soggiunsi subito.

– “Ohi, non faccia così. Dicevo così per dire!”

Pensai che ero un sadico stronzo: potevo ancora rimediare?

– “Ascolti, non intendevo offenderla o umiliarla. Solo che, in fondo, tutta la sabbia è sabbia, no? Quarzo, silice, calcare… Un granello vale l’altro.”

Il vecchio tirò su col naso e srotolò uno sguardo trapuntato di profonda compassione.

– “Ah… beata ingenuità. Eppure… eppure l’esperienza ci insegna l’esatto contrario. Ad esempio, un cemento impastato con sabbia di mare ha una resistenza per centimetro quadro di soli 12-15 chilogrammi.”
– “E’ poco?”
– “Pochissimo, considerato che, usando sabbia per cemento armato, la resistenza è di quasi 300 chili per centimetro quadro. Venti volte di più!”
– “Oh…”
– “I nonni, da queste parti, raccontano ancora la storia dei tre porcellini?”
– “Credo di sì.”
– “Ecco, invece della casa di paglia, di legno e di mattoni, dovrebbero raccontare della casa di cemento con sabbia di mare e della casa antisismica con calcestruzzo armato.”
– “Perché?”
– “Perché sarebbe più istruttiva, qualora bussasse il lupo terremoto.”
– “E che c’entra questo?”
– “A spiegare ai poveri sciocchi che ne uccide più il pressappochismo dell’ignoranza che una calamità naturale. E che è opportuno che s’abbia rispetto per le diverse identità dei granelli.”
– “Non è un ossimoro? Diverse identità, intendo. Di ingegneria edile non ne capisco un cazzo, ma sono un letterato.”

Glielo lessi nei sottotitoli degli occhi: pensò testualmente in stampatello “QUESTO E’ UN EMERITO COGLIONE”. Arrossii.
Poi il vecchio, dopo aver girato la lama del silenzio nella piaga, mi diede le spalle e riprese il suo lavoro di raccolta.
Avrei potuto tornare anch’io al mio lavoro in giardino e non sarebbe stata mica una cattiva idea, visto ciò che era in procinto di accadere di lì a breve, ma l’umiliazione era troppo cocente. Così cercai di riscattarmi agli occhi del viandante, mostrando un’empatia che non sentivo.

– “Ehm… dev’essere faticoso, così, carponi sulla strada, ad una certa età. Posso aiutarla?”
– “No.”
– “Perché, se posso domandarlo?”
– “Ha già ampiamente dimostrato di non comprendere la singolarità nuda d’ogni granello di sabbia.”
– “Singolarità nuda?”
– “Già. La singolarità nuda è una regione puntiforme dello spazio priva di orizzonte degli eventi.”

Il vecchio mimò una lavagna su cui tracciò la lunga linea del tramonto. Dopodiché, brandendo un’ipotetica cimosa, la cancellò. Io balbettai: non riuscivo più a decidere se il mio interlocutore fosse un pazzo, un genio o entrambe le cose nel contempo.

– “P-parla davvero strano, lei” – balbettai.
– “Immagini una stella che collassi in un granello di sabbia, creando un buco nero senza il nero, di modo che esso possa ancora sia risucchiare che espellere materia, tempo e radiazioni.”
– “Mmmm…”
– “La relatività generale può essere annullata dal momento angolare delle lancette dell’orologio cosmico: se il momento angolare supera la massa, si generano singolarità nude e il tempo si frammenta, rimescolando il flusso ordinato dei granelli {presenti} {passati} e {futuri}.”

Restai interdetto, soprattutto per le parentesi graffe… ma il vecchio riprese subito a parlare, risparmiandomi l’angoscia di domandarmi come avessi potuto scorgerle nella sua voce.

– “Per questo preferisco la clessidra. D’altro canto anche la…”

Un ruttino acido mi vellicò il palato: aveva un nitido retrogusto di melanzane alla parmigiana. Ciò mi distrasse e persi il filo del discorso del viandante.

– “…e poi non ha letto Le scienze di Dicembre?” – proseguì – “il big bang e il nostro universo potrebbero essere miraggi olografici di un’altra dimensione. Conosce l’allegoria della caverna di Platone? I prigionieri che trascorrono tutta la vita incatenati in una caverna e la loro unica realtà solo le ombre bidimensionali proiettate dal fuoco sulle pareti?”
– “Sì, ho presente.”
– “Ma anche passato e futuro, eh! Non ha mai pensato che potrebbe vivere in una gigantesca caverna cosmica e che esista una dimensione in più rispetto alle tre dimensioni spaziali che conosce, in grado di spiegare la complessità della realtà fisica? Eh, Platone aveva intuito qualcosa di simile.”
– “Suona piuttosto assurdo…”
– “Non si tratta di pure speculazioni, ma di fatti saldamente radicati nella matematica che descrive lo spazio e il tempo. L’universo è l’ombra di un proto-universo a quattro dimensioni spaziali antecedente che è imploso e col Big Bang si è creato un guscio tridimensionale attorno a un buco nero quadrimensionale. Secondo la cosmologia attuale…”
Il vecchio continuò a discorrere, citando prima Einstein poi Oppenheimer, quindi Stephen Hawking, Roger Penrose e infine Niayesh Afshordi e Robert B. Mann. Parlò di inflazione cosmica, dell’enorme quantità di energia necessaria, degli effetti volubili e dannosi della singolarità in un universo senza ordine né regole. Quando alla fine tacque, ebbi la sensazione che la bocca del vecchio si fosse tramutata in un pozzo nero incantato, dal quale avrebbero potuto emergere, con uguale probabilità, un glomo di catarro verde, un’astronave di ritorno da un balzo iperspaziale o un calzino spaiato.
La lotteria delle eventualità cristallizzò sul muco verde e il vecchio sputò con slancio oltre la banchina della strada. D’un tratto, mi resi conto che era buio.

– “E’ quasi notte” – dissi.
– “Maledizione… e non solo non ho recuperato che una minima parte dei granelli, ma non li ho ancora rimessi in ordine cronologico.”
– “Uh?”
– “In fila, uno per uno, rispettando la corretta sequenza temporale.”
– “Temporale?”
– “Già, della clessidra.”

Un tuono, in lontananza.

– “Non starà dicendo sul serio!” – sbottai.
– “Certo che sì. Per aiutarla a capire, pensi a ogni singolo granello di sabbia come a un atomo di tempo. E a ogni atomo di tempo come una tripletta di basi del DNA: solo una corretta sequenza genica del tempo consentirà di ri-clonare questo specifico universo cronologico.”

Iniziai a sudare freddo: era la digestione bloccata o la paura? In ogni caso, tremavo in modo vistoso, mentre l’imbrunire stagnava rendendo il corso degli eventi intrinsecamente palustre e malsano. Una zanzara mi punse su una guancia e in un anfratto buio del cervello s’infiltrò l’idea assurda che di lì a breve sarei morto di malaria.
Fortunatamente, proprio in quel momento la rete pubblica d’illuminazione s’accese e i lampioni ricacciarono indietro, verso i campi arati, la zona grigia in cui la scienza smette di funzionare.

– “O-ora devo and… andare. Mi scusi.”
– “Non è che avrebbe una torcia? Mi sarà utile: probabilmente dovrò andare avanti tutta notte.”
– “Oh, sì, certo. Gliela porto.”

Consegnai la pila e mi rinchiusi in casa, cercando un poco di conforto nell’abbraccio di mia moglie. Fino al mattino dopo, non ebbi più il coraggio di volgere lo sguardo oltre le finestre.

Uscii alle otto, lieve foschia.
Scrutai con ansia oltre il giardino ed era ancora lì. Lo salutai da lontano, fingendo una patina di buonumore.

– “Buongiorno. A che punto siamo?”
– “Oh, buongiorno. A buon punto e virgola, direi.”

Il vecchio era salito in piedi sul muretto di confine, dando le spalle al mio giardino, e mulinava gli arti superiori in aria, quasi orchestrasse un’illusoria sinfonia di polvere e moschini. Superai il cancello della mia abitazione e passai in strada, avvicinandomi perplesso.

– “Allora?” – chiesi di nuovo, visto il languire della conversazione.
– “Uh? Ah, sì, grazie per la torcia, mi è stata utile.”

Rispose senza sollevare gli occhi dal fazzoletto che teneva nel palmo della mano destra a coppa, dove aveva collocato i granelli di sabbia recuperati. Osservai che il vecchio saggiava i granuli coi polpastrelli della mano sinistra, fino a isolarne uno tra indice e pollice. Poi con notevole circospezione si sporgeva avanti e, apparentemente, lasciava cadere nel vuoto il frutto della sua minuziosa ricerca. Attesi, studiando il compiersi della medesima operazione una decina di volte, in silenzio, senza riuscire ad afferrare il senso d’un agire tanto astruso.
Forse non ero abbastanza vicino.
Così, mossi altri due passi avanti, dando il la alla fine.
Difatti, con la coda dell’occhio, mi accorsi della torre filiforme solo quando gli fui addosso: era incredibile… si ergeva sottile quanto un capello fino a un’altezza di almeno due metri e mezzo, formata da centinaia di migliaia di singoli granelli di sabbia impilati uno sopra l’altro.

– “Attentooooooooooo! Noooooooooogghhhh!”

L’urlo strozzato del vecchio non giunse in tempo.
Dopo aver sfiorato la torre, terrorizzato, feci un passo indietro cadendo a sedere. La pila di granelli oscillò con moto pendolare, prima in direzione opposta al mio arretrare, poi verso di me, crollando infine sulla mia gamba destra. Un dolore acutissimo mi straziò la mente, quasi che ogni singolo granello di sabbia potesse pesare tonnellate. Alla vista dell’arto maciullato, emisi un lungo latrato di dolore che a braccetto col grido del vecchio, s’allontanò con passo claudicante verso il cielo.
Proprio in quel mentre, la nuvola a forma di cavatappi riemerse dalla cantina, portando con sé un grosso cumulonembo a fiasco. Nonostante i sensi fiaccati da un imminente svenimento, ricordo che vidi le due nubi congiungersi di poco sopra l’orizzonte e il ricciolo biancastro della prima s’inclinò cercando il tappo dell’altra. Stranamente, il botto – probabile che si trattasse d’una bottiglia di spumante – m’echeggiò nel cranio prima che la nube lo stappasse. Strano davvero.

Quando rinvenni, del vecchio non v’era traccia alcuna.
Mia moglie, china su di me, piangeva tamponando il sangue della gamba col grembiule a fiori blu e mi rassicurava ripetendo che ormai mancava poco, che aveva già chiamato l’ambulanza e che dovevo solo stare calmo. Ero confuso. Non avrei saputo dire come mai, ma avrei giurato che già diversi istanti prima fossi stato sulla barella dentro l’ambulanza, con una flebo al braccio. D’un tratto, sentii il rumore lontano d’una sirena. Iniziai a sudare freddo: era l’emorragia o la paura? In ogni caso, tremavo in modo vistoso, mentre l’imbrunire stagnava rendendo il corso degli eventi intrinsecamente palustre e malsano. Una zanzara mi punse su una guancia e in un anfratto buio del cervello s’infiltrò l’idea assurda che di lì a breve sarei morto di malaria.
Fortunatamente, proprio in quel momento la rete pubblica d’illuminazione s’accese e i lampioni ricacciarono indietro, verso i campi arati, la zona grigia in cui la scienza smette di funzionare.

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