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“Mi chiamo Florbela. Può chiamarmi così, Florbela, se le fa piacere.”
Inés guardò fuori, verso il piccolo prato che si apriva oltre la curva, con i gelsomini che spuntavano dalla recinzione, e quel nome, Florbela, le sembrò appropriato, dopotutto.
Anche il nome del bar di Florbela era calzante: a fronteira, il confine. E in effetti la piccola costruzione stava alla fine della strada, alla fine del paese, alla fine un po’ di tutto, a conti fatti.
Essa marcava il limite tra la terra emersa e il mare e attirava a sé, per naturale disposizione al limite appunto, solo gente di confine, quella particolare categoria di persone che, per attitudine o necessità, si era ritrovata espulsa, come centrifugata dalla vita verso il margine estremo.
Si sedettero l’una accanto all’altra come vecchie amiche, il che era piuttosto curioso a ben vedere, poiché non si erano mai incontrate prima.
E tuttavia la cosa sembrò a entrambe molto naturale.
“Che giornata, sembra non debba finire mai. Insomma, sembra infinita, ecco.”
“Stavo pensando la stessa cosa, appena un attimo prima che lei entrasse.”
-“Strano no? Pensare la stessa cosa, dico. Nello stesso momento.”
“Non direi, lo trovo quasi inevitabile, invece. Non so perché lo dico.”
“Credo si dica serendipità.”
“Non saprei. Non m’intendo di queste cose.”
“Di cosa s’intende, allora?”
“Di persone, m’intendo. Ecco, se proprio dovessi dire di cosa m’intendo, direi così: di persone.”
“Di persone… ne vedrà parecchie a stare in questo bar tutto il santo giorno”
“In effetti. Si diventa un po’ indovine, anche.”
“Indovine dice? Buffo.”
Inés si sistemò meglio sulla sedia, come si fa quando si è in procinto di prendere una decisione. Allungò il bel collo verso l’altra.
“E cosa direbbe di me, giacché se ne intende, mi dica.”
“Di lei? “
“Sì, cosa intuisce di me, sono curiosa.”
“Vuole proprio saperlo?”
“Se glielo chiedo.”
Le prese le mani, solo per un attimo. Un gesto così veloce che a Inés rimase appena la sensazione di un tepore sfuggente tra le dita.
“Portava l’anello, una volta.”
“Un anello. Sì.”
“Dov’è ora suo marito, posso chiederlo? Vive ancora?”
Un battito di ciglia.
“No. E’ morto. Anni fa.”
“Mi spiace.”
“Non stia a dispiacersi. Succede. La gente muore.”
“Già. La guerra è crudele. Voglio dire è successo in guerra? Dico bene?”
“Lei si intende davvero di persone, sa? Dovrebbe fare la psicologa, o la chiromante, o entrambe le cose. Ci farebbe un po’ di soldi.”
“Ci ho pensato.”
“Lo faccia. E comunque è proprio così. Però è solo dopo, che l’ho amato. Prima che partisse mi era abbastanza indifferente, in effetti. Non è strano che abbia cominciato ad amarlo solo quando ho saputo che non sarebbe più tornato? Non potevo farne a meno, credo. Sa, il senso di colpa, o qualche diavoleria del genere.”
Guardò fuori dal bar, verso il prato. I fiori erano così belli che si commosse.
Anche Florbela aveva perduto qualcuno durante la guerra in Angola. Nell’ottobre del 1914 il suo amato Luis, capitano di cavalleria della Guardia Repubblicana, aveva dissipato la propria preziosa vita in uno scontro con le truppe tedesche del colonnello Lettow-Vorbek, lungo il fiume Lobango. Nonostante tutta la delicatezza riservatale dal costernato tenente inviato a comunicarle la tragica notizia, Florbela perse i sensi nel salotto della propria casa e cadde. Di schianto. Fu proprio a seguito di quella goffa caduta che perse anche la bambina che portava in grembo.
“Torni qui, la prego. Devo dirle una cosa.”
“Di lui? Non voglio sapere.”
“No, non di lui. Torni qui, le dico.”
Ines sedette. Aveva gli occhi arrossati.
“Vorrei confidarle una cosa, se mi promette di lasciar perdere la serendipità.”
“Certo, va bene. L’ascolto.”
Florbela le parlò tutto d’un fiato. Raccontò del suo amore perduto, della figlia mai nata, di tutta la pena e del dolore. Lo disse in quel suo modo tranquillo, distaccato, come parlasse del tempo o di vestiti e per tutto il tempo si lisciava la gonna fiorata.
“E’ terribile” disse Ines, che non aveva mai staccato gli occhi dal calmo movimento di quelle mani. “Maledetta guerra!”
“Già. Cos’altro si può dire della guerra.”
Restò qualche tempo con gli occhi bassi, poi continuò:
“L’avremmo chiamata Inés, curioso non trova? La bambina dico.”
“E’ un bel nome; non dovrei dirlo.”
“Sì, piace anche a me. Sarebbe stato uno splendido nome.”
Si alzò e prese la mano di Inés, che gliela strinse in risposta. Era da molto tempo, pur senza saperlo, che entrambe attendevano si realizzasse quel particolare incontro, in quel particolare momento.
“Non è bello il mare in questa stagione?”
“E’ davvero bello. Trasmette un senso di pace, non trova anche lei?”
“Sapevo che avrebbe detto così.”
Si sorrisero ed erano bellissime nella luce di quel giorno.
Uscirono sulla strada e Florbela chiuse la porta del bar. C’era un cartello con scritto torno subito. Lo buttò via.
S’incamminarono verso la piccola spiaggia e poi nell’acqua calma. Chi fosse passato di lì in quel momento le avrebbe dette felici.
Avanzarono lente, le palme delle mani che sfioravano la superficie dell’acqua.
Quando si voltarono, l’ultimo sguardo fu per i gelsomini, in fondo alla strada.

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