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Su Twitter succedono delle cose strane. Una di queste è che ci sono alunni, scuole ed insegnanti che l’anno scorso si sono sfidati a colpi di tweet per raccontarsi e riscrivere i Promessi Sposi. Poi succede che Twitter è visto da molti, me compreso, e che in tanti si infilano in mezzo a questo dialogo con citazioni, modifiche, varie ed eventuali. Il risultato, per me, è stato bellissimo e divertente.

Mi sono trovato a diventare follower di Perpetua, Don Abbondio e di vari altri personaggi: roba che, se me l’avessero detto prima, avrei chiamato la neuro. In particolare, tra un tweet e l’altro, Perpetua mi ha chiesto di scrivere qualcosa su di lei. Sicuramente sperando che non lo facessi. Ma, un giorno che mi annoiavo, decisi di onorare la faccenda e, per me, ogni promessa è debito. Ecco allora qualche pagina sulla storia di Perpetua prima che se ne interessasse Alessandro Manzoni. La cosa, poi, è finita addirittura al Salone di Torino 2014, visto che Perpetua mi ha nominato nell’intervista che ha concesso.

Non dite nulla: che io abbia del gran bel coraggio lo so da me! 🙂

Perpetua (il prequel)

Si racconta che Perpetua fosse nubile per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti. O che in alternativa, come andavano chiosando certe comari che pretendevano di passar per amiche sue, per non aver mai trovato un cane che la volesse. Di certo l’aveva un carattere che gl’impicci, più che levarli, a volte li metteva; e non s’era dovuto attendere il sopraggiungere dell’età sinodale per scoprirlo. A suo tempo, a onor del vero, qualche gentiluomo s’era proposto; anche se a dispetto dei racconti di Perpetua, nonché di quelli delle amiche, si poteva di bel certo dire che le versioni di entrambi non erano altro che le due facce di una stessa medaglia. Esemplare da questo punto di vista l’incontro con il signor Anselmo Lunghigna.

Costui non era che un onest’uomo, gran lavoratore, ma privo di quel particolare portamento che ispira le ragazze in età da marito: basso e tarchiato, andava in giro trascinando i piedi e capitava a volte che preferisse l’osteria ad altre faccende che sarebbero parse più acconce. Peccato veniale, quest’ultimo, e molto diffuso tra i maschi di tutte le età. Perpetua, come le altre nubili ancora sulla piazza, sarebbe stata ben disposta di perdonarglielo se avesse acconsentito di buon grado di farsi infilar il cappio al collo, cioè l’anello al dito. Il peccato sarebbe stato ancora più veniale se, invece di essere garzone di bottega, fosse stato padrone della bottega. In quel caso si sarebbero potuti perdonare peccati di gravità via via più elevata, in paragone del volume d’affari che il suddetto signore era in grado di tenere, e a garanzia del tenore di vita che lo stesso avrebbe potuto garantire alla moglie.

Purtroppo per Perpetua tali buoni, e pochi, partiti, erano andati in premio a quelle compagne smorfiose, che facevano ben mostra di sé invece che dei buoni sentimenti di cui lei era capace; quegli stupidi sembravano trovare più meritevole un paio di occhioni azzurri o una scollatura un po’ profonda, piuttosto che l’amore di chi ti vuole ascoltare e consigliare per il meglio, con la premura di soccorrere in aiuto e sollevare l’animo. Visto allora che tutti i partiti, a cominciare da quelli ottimi e via a scendere financo ai mediocri, erano già andati in premio alle sciacquette con cui aveva la ventura di condividere l’età, per motivi e meriti che lei era ben intenzionata a non approfondire, si decise di buon grado e con grande magnanimità d’animo a incontrare il signor Anselmo, dopo la messa domenicale, per scambiare due chiacchiere.

L’incontro era stato organizzato da suo padre il quale, le disse, aveva lungamente parlato con l’uomo per convincerlo ad accettare: a suo dire, infatti, era già mezzo in parola con la famiglia di una tale Adelina, di un paese vicino. L’uomo bussò e il padre di Perpetua gli aprì la porta:

— Buongiorno signor Beppe. E buongiorno anche a lei, signorina Perpetua. — disse con voce non del tutto ferma.
— Buongiorno signor Anselmo. Entri pure…

I due uomini si trattennero in qualche breve convenevole. Poiché suo padre era comunque uomo assennato, decise che fosse meglio lasciare Perpetua stessa a sbrigar l’ufficio, di modo che potesse agire solo sotto l’ispirazione di quello che potesse o non potesse piacerle, e non per compiacer alcuno. Lasciò quindi i due giovani ai due lati della stanza, pur tenendosi comunque ad opportuna portata d’orecchio.

— Signor Anselmo, sono lieto che mi abbia voluto far grazia di una sua visita.
— Veramente, signorina Perpetua, la mia visita è dovuta alle molte insistenze di suo padre.
— Intendete dire che non siete felice di essere qui? — rispose con voce già stizzita la donna.
— No di certo. — si affrettò a riparare l’uomo, — Anzi: mi fa onore che abbiate accettato la mia visita.

Perpetua era dubbiosa. Certo l’incontro non era cominciato con il giusto piede. Ma c’era un particolare che continuava a ronzarle in testa e che la spingeva a non chiudere subito l’incontro ed era il nome di lui: Lunghigna. Spesso si mormorava, tra le fanciulle, che più che un cognome il suo potesse essere un soprannome e questo aveva generato un’aura misteriosa, che lo rendeva appetibile almeno per un tentativo insistito. Giusto per essere sicuri di non aver buttato ai porci una possibile perla.

— Venite, signor Anselmo. Non vorrete stare lì impalato vicino alla finestra. Perché non vi sedete? — La voce di Perpetua aveva tremato un attimo, alla parola “impalato”’.

Lui, con il cappello stropicciato tra le mani che si vedevano sudate fin all’altro capo della stanza, aveva deciso di eseguire l’ordine per non mettersi ancora più d’impaccio. Sgraziatamente però, abituato all’osteria ed alla bottega, aveva deciso di non servirsi della sedia: lì accanto v’erano due robusti travi, inchiodati come a formare una piccola croce di S.Andrea, che lei usava per appoggiare i panni raccolti dopo esser stati ad asciugare ma che in questo preciso momento erano vuoti. Lui inforcò quindi i legni come se fossero un mulo; nel sedersi, il cavallo dei pantaloni si schiacciò fino a mostrare che tutte le fantasie delle ragazze, a cominciare da quelle di Perpetua, altro non erano che sogni lievi portati dal vento. Lei avvampò d’un colpo. Per la delusione, innanzitutto. Per le aspettative tradite da questo tristo personaggio, corto di scilinguagnolo e non solo di quello. Colse così l’occasione della mala scelta dell’uomo per toglierselo di torno:

— Diavolo! Che pasticci mi fate?

Quello, che aveva fatto appena a tempo a sedersi, se ne saltò su come un burattino.

— Ma io… Ma io…
— Andate, andate; già non sapete quel che fate; non voglio immaginar la sorta di discorsi che possiate fare.
— Vi giuro che…
— Andate, vi dico! Che volete ch’io faccia dei vostri giuramenti?

Alle urla della giovane, anche il padre aveva messo la testa dentro alla finestra. Il signor Anselmo era ancora rosso paonazzo, in piedi a cavallo dei legni, e Perpetua seduta all’altro capo della stanza intenta a dargli l’ordine di sparire; non era chiaro per nulla cosa potesse essere successo.

— Perpetua, figlia mia, che succede?

Nel mentre che lui rientrava in casa, il signor Anselmo Lunghigna era già sparito.

— Niente, padre. Il signor Anselmo non era affatto contento di vedermi, ed io affatto contenta di vederlo sparire. Piuttosto che una vita di privazioni, farei più volentieri la serva al signor Parroco…

Il padre non capì, ma annuì comunque per non dispiacerla ulteriormente. Noi, ed i venticinque lettori di Alessandro, sappiamo come andò poi a finire.

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