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Tutti uguali. Gli uomini sono tutti uguali.

Basta dargli un po’ di corda, che ti vengono dietro e fanno tutto quello che vuoi. Come i cuccioli ammaestrati. Che poi non è proprio “corda”, quella che gli devi dare, ma non c’è mica bisogno di spiegare sempre tutto, no? Io invece non ho quasi più credito nel telefono. E poi mi voglio comperare le Vans nuove, ma quella stronza di mia madre dice che non ci sono i soldi, che mio padre è cassaintegrato, che devo smetterla di voler fare la modella o, peggio, la velina. Che devo imparare a crescere e non pretendere sempre di essere al centro dell’attenzione.

Ma cosa ne sa, lei? Cosa ne sanno, loro? Se non hai i jeans, la borsa, il cellulare di ultima generazione o costoso non c’è più nessuno che ti consideri. Nessuno di quelli fighi, intendo. Se non cambi le cose tutti i giorni, e con le marche giuste, sei uno sfigato. E, come tale, da emarginare. Le altre ragazze del gruppo sono delle serpi, sempre pronte a mettere sotto i riflettori ogni più piccolo difetto. Vestiti. Trucco. Atteggiamento. Siamo innamorati delle cose, non delle persone.

Per essere accettati, bisogna essere invidiati. L’amicizia e l’amore sono sentimenti da vecchi, che non fregano più a nessuno. Così, per salvarsi, bisogna essere sempre un passo avanti: fumare prima degli altri, bere prima degli altri, drogarsi prima degli altri. Essere finti depressi, e diventare depressi veri se gli altri non se ne accorgono. Scacciare la noia facendo gare di pompini al sabato sera, nei cessi di una vecchia fabbrica abbandonata, mentre attorno un rave fa tremare i muri come quando rimbombavano le presse idrauliche.

Ma servono soldi, per tutto questo. Così, quando siamo andati a farci l’aperitivo prima di andare a ballare, il mio unico pensiero era che i miei vecchi non me ne avevano dati abbastanza, e dovevo trovare un sistema per fare qualche euro. Stavo per andare in bagno  a farmi un selfie a mutande calate, che gli sbavosi su Internet pagano sempre per averlo, quando l’ho visto. Lui era depresso davvero: aveva persino girato la sedia per mettersi faccia al muro a bere da quella bottiglia di vino. Lo fissavo affascinata dallo schifo. Anche i miei amici se ne sono accorti; uno mi ha detto all’orecchio: “Atroce, eh?”. Ci siamo fatti due risate, perché uno sfigato così non si vede tutti i giorni. C’era anche uno specchio, sul muro, e ho scoperto che riuscivo a vederlo in faccia. Almeno un po’.

Lui continuava a bere. E io a fissarlo. Continuavo a pensare a come fare quelle cazzo di foto, in bagno, per fare più soldi possibili, quando l’ho visto alzarsi e uscire. Ha aperto il cappotto, per prendere le sigarette, e io ho avuto un’illuminazione. Ho preso un foglietto e ho scarabocchiato qualcosa, perché so anche essere gentile.

“Torno subito, ragazzi.”

Mi sono alzata e sono uscita anche io. Che non è vero che gli uomini non hanno l’istinto della crocerossina, specialmente quando gliela fai annusare un pochino. Mi sono avvicinata a lui e gli ho detto: “Proteggimi”. Questo coglione ha aperto il cappotto e io mi sono infilata dentro alla velocità della luce, che faceva anche freddo. Mi ha coccolata un po’, come si fa con i gatti; poi, finalmente, gli è venuto in mente che sono una ragazza e ha deciso di baciarmi. Ero già pronta a fare dell’altro, ma lo sfigato era all’antica e mi sono anche dovuta tenere la voglia. È rimasto lì, dopo, come un allocco, tanto che per rompere il ghiaccio gli ho raccontato una storia che mi avevano mandato su Whatsapp, facendogli credere che mi chiamassi Cassiopea, e poi me ne sono andata.

Il suo portafoglio, adesso, è nel cestino del cesso e i suoi soldi, invece, sono a posto nel mio reggiseno. Ora sono più tranquilla. Non credo che si incazzerà tanto: ha speso parecchio ma avuto i miei baci e un bel biglietto. Con su scritto: “Grazie”.

***

PS: Scusa ml, ma, se segui il blog di Lisa, saprai che a mi diverto a reinterpretare le storie che leggo e che mi piacciono (qui la storia originale). Spero di non averti infastidito, in qualche modo 🙂

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