Con la lettura ho un rapporto ambiguo, spesso ostile, a volte amichevole, quasi sempre conflittuale, raramente d’amore.
Lo stesso mi succede con le donne, e in entrambe le circostanze “dopo” mi addormento, oddio… diciamo pure “durante”.
Nel caso dei libri non è un problema grave, anzi lo considero un piacevole effetto collaterale della lettura, ma con le donne la questione è decisamente più seria e mi ha creato sempre diversi problemi, ma non è il caso di parlarne qui.
Non entro mai in libreria senza avere già in mente titolo e casa editrice del libro che comprerò, e mi trattengo all’interno per il tempo strettamente necessario alla bisogna guardandomi continuamente attorno.
La mia circospezione è dettata dal timore di incontrare qualcuno di mia conoscenza, e dalla conseguente seccatura di dovere poi spiegare educatamente perché ho scelto quel certo libro che ho scelto, e non quell’altro appena uscito, che ne parlano tutti così bene!
Per questo rispondo sempre “- no grazie” quando il commesso mi chiede: “- glielo incarto?”.
Lo ficco in borsa e guadagno velocemente l’uscita. Una volta fuori mi dileguo in fretta, come si fa uscendo da una casa d’appuntamenti.
Il fatto è che non compro libri di autori contemporanei neanche se mi ammazzano, il motivo è semplice: nella migliore delle ipotesi mi annoiano a morte!
Le mie letture si fermano ai primi del ‘900. Quelli “moderni” li leggerò tra duecento anni, quando il tempo si sarà incaricato di seppellirne la gran parte sotto strati e strati di pietoso oblio.
Per carità! È un mio limite lo so bene, sarò prevenuto o forse anche inadeguato.
Ne prendo atto sì, ma non mi pento.
Non che non abbia provato a leggerne qualcuno. Per esempio lo scorso anno, per far colpo su una mia giovane amica, una tale Francesca, ho comprato un romanzo epistolare, di un israeliano sfigato e pisciasotto che voleva che l’amante fosse un coltello.
Francesca, la mia giovane amica, aveva manifestato l’intenzione di condividere quel libro con me, per poterne poi discuterne insieme, in una giornata piovosa, d’avanti a un tè caldo e due pasticcini.
Era un libro di gran moda e presumo lo sia ancora, glielo aveva consigliato l’estetista, molto trendy, non c’è che dire!
Io però, giunto a un quarto circa della lettura, sono cro-lla-to, due palle così!
Poi per fortuna Francesca me l’ha data lo stesso, ma io mi sono sentito in colpa, e non tanto nei suoi riguardi, quanto nei miei: ero venuto meno al solenne giuramento che mi ero imposto anni prima di non lasciare mai un libro a metà, neanche nella disgraziata ipotesi che si fosse trattato della biografia di Anna Tatangelo.
Quella di arrivare in fondo alle letture, è per me un’esigenza di igiene mentale, e quando non ci riesco poi l’ansia mi divora, e son dolori.
Per questo preferisco gli autori classici, per non rischiare. Con loro vado sul sicuro. Per le donne invece vale il contrario: le preferisco “recenti”, perché più sono recenti più aumentano le mie chance di portare a termine il mandato.
Già, perché come cantava Mina, “l’importante è è è… è finireeee”.
Infatti con Francesca è finita subito, ma lì fu un caso opposto (di eiaculazione precoce). Il libro di Grossman invece è finito nel raccoglitore bianco della “carta, cartone e affini” e io… in cura dallo psicoterapeuta.
Perciò ho deciso, da quest’anno si cambia!
Intanto mi rimetto con la mia ex moglie perché ho un’età e sono stanco di accumulare brutte figure con donne più giovani, e poi, contravvenendo le mie regole in fatto di letture, in questo duemilaquindici scenderò a patti con la modernità: ho intenzione di comprare almeno un paio di libri di autori “vivi” e li sceglierò tra quelli che vanno per la maggiore.
Ma sì, Tanto sono solo propositi di inizio anno. Evvaiiii!

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