Non ero in vena di socializzare, forse avrei dovuto comprare la bottiglia e portarmela a casa. Invece ero rimasto lì a far macerare i pensieri nel vino e come unica difesa dal mondo che mi arrembava intorno avevo rivolto la sedia in paglia verso il muro. Le mie spalle ad arginare voci, risa, scalpiccii, e soprattutto facce a cui dover rispondere.

Mi versavo con metodo un bicchiere dietro l’altro di un vino nero e denso che mi bruciava dentro senza attenuare il mio malessere. Era finita, finalmente. Una liberazione che però non mi aveva reso libero ma vuoto.

Tenevo gli occhi fissi sul bicchiere e, sebbene davanti a me avessi solo un muro, avevo la fastidiosa sensazione di essere spiato. Alzai lo sguardo sulla parete scrostata e capii: appeso c’era un quadro a specchio con la pubblicità di un vermouth, roba vecchia di un secolo o roba recente che si fingeva vecchia. Roba pacchiana in ogni caso, ma lo specchio rifletteva un volto di donna che doveva essere seduta da qualche parte, più o meno alle mie spalle. Era un viso allegro, anzi era solo parte di un viso, uno spaccato verticale di circa mezza faccia, la rimanente coperta dalla decalcomania pubblicitaria. L’occhio, l’unico che vedevo, era radioso e fisso su di me e quel poco di bocca che mi era concessa sembrava sorridere. La guardai con odio, perchè sorridermi quando ero incazzato nero? Riuscii a farle abbassare lo sguardo o meglio lo distolse di lato, forse verso i suoi amici che sentivo vociare chiassosi. A quella rapida rinuncia mi sono arrabbiato ancora di più, stronza, sono stato il diversivo di un momento alle fesserie che giravano al tuo tavolo. Stronza, ti credevo coraggiosa, pensavo che avresti sostenuto il mio sguardo cattivo, invece sei volata subito via, bambina spaventata dall’uomo nero.

Ma quando per curiosità alzai la testa sullo specchio lei era di nuovo lì e questa volta il suo occhio era sicuro, nessuna intenzione di scappare. E nessun sorriso. Così va meglio, piccola, questo bicchiere lo bevo alla tua salute.

Nel vetro compare il profilo maschile di qualcuno che le parla allegro all’orecchio, lei non muta espressione e mantiene lo sguardo dritto davanti a sè, come non l’avesse sentito. Quello insiste e allora la ragazza si gira nella sua direzione gli risponde brevemente accennando un sorriso di circostanza, poi ne approfitta per lanciare qualche parola anche agli altri del gruppo, ride, beve un sorso, mi sembra di birra ormai svaporata. Una volta rassicurati gli amici del suo esserci con loro, riprende a guardarmi in quel modo indiretto e intenso. Non è facile osservarsi attraverso questo vetro inadeguato, eppure è indubbio che abbiamo stabilito un contatto fatto di minimi cenni e d’incerta sintonia, che non sai se l’altro intenda o sia casuale, ma intanto senza volerlo speri.

Ha appoggiato un mano al mento e si è inclinata un po’ di lato, ora le vedo entrambi gli occhi, chissà se si è spostata per caso o perché la vedessi meglio. Il volto che ora mi è offerto quasi per intero le ha cambiato un poco la fisionomia d’insieme, i lineamenti sono più morbidi, come m’avesse mostrato di sé  una foto in una posa differente. Qualcosa mi si rimescola dentro, forse è il vino, forse i suoi occhi che si sono fatti così seri. Adesso sono io che ogni tanto mi sottraggo, non sono in vena di giocare. Ma ogni volta che sollevo gli occhi, i suoi sono lì che mi aspettano pazienti. Non ammicca, non sorride, eppure non smette di fissarmi. Mi sembra malinconica, non ha l’espressione di una che cerchi intrighi o svaghi. È come se tentasse di adeguarsi con mezzi di fortuna alla mia lunghezza d’onda senza però voler interferire oltre.

Io comunque mi sento irrequieto. Ho bisogno di fumare, o forse di scappare, mi alzo, prendo il cappotto e faccio cenno all’oste che esco per una sigaretta.

È una serata fredda, me ne sto a fumare nella rientranza dell’ingresso del locale, sotto l’insegna che tinge ogni cosa di rosso.

Ho quasi finito la cicca quando la porta scampanella. Non mi volto, odio le delusioni, non sopporto l’idea d’incrociare qualcuno che non sia lei. Ma è lei. Mi prende sottobraccio, appoggia la testa alla mia spalla, io non posso fare a meno di sorriderle. Anche tu per una sigaretta? le chiedo, lei scuote la testa in un no privo di parole. La guardo con aria interrogativa, si struscia contro la mia manica e mormora, proteggimi. Questa ragazza ha il potere di confondermi, non capisco che cosa intenda, ma ha messo qualcosa di implorante e di così determinato in quell’unica parola che non so far altro che spalancare il cappotto e accoglierla dentro. Lei appoggia una guancia tra il mio petto e il collo. Si stringe a me come fossi davvero il suo rifugio. Le accarezzo i capelli, senza parlare.

Poi mi viene naturale sollevarle il mento e cercare la sua bocca. È un’altalena vorticosa di baci violenti e teneri.

Ogni tanto si apre la porta per far entrare o uscire qualcuno, noi non ce ne accorgiamo, abbiamo solo fame di noi. Non sappiamo i nostri nomi ma è come ci fossimo già raccontati la vita attraverso quegli sguardi rubati allo specchio.

Ho pudore a chiederle come si chiami, mi sento goffo e allora taccio. È ancora lei a trovare un modo che non sia piacere, molto lieta. Mi indica un fazzoletto di cielo notturno che si fa largo tra l’insegna rossa e la luce dei lampioni. Osservo le stelle che stentatamente brillano, non ricordavo nemmeno che esistessero. Guarda, mi dice, quella stella porta il mio nome, Cassiopea.

Si allunga, come si arrampicasse su di me, per darmi ancora un bacio, dolce. Un suo sorriso, poi si allontana lungo i ciottoli sconnessi, io resto lì ad ascoltarne i passi che poco a poco si spengono nel vicolo. Non le ho detto il mio nome, era troppo banale. Chissà se si ricorderà ugualmente di me, mi chiedo infilando le mani in tasca e stando ancora lì fuori al freddo per godermi il ricordo del pocotanto che è successo. La risposta inaspettata la trovo nello tasca stropicciando un pezzetto di carta che prima di sicuro non c’era.

 

 

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