Tag

, , , , ,

Grazie alla raccomandazione di uno zio parlamentare, da sei anni lavoro come capostazione per provare a sopravvivere. Il fatto è che il mondo non è ancora pronto per rendere i dovuti onori al mio genio, quindi eccomi qua, in questo piccolo scalo deserto dove i treni passeggeri passano veloci e sostano soltanto i treni merci. Siamo in prossimità del valico e le rotaie da un lato salgono fino all’orizzonte, dall’altro scendono per quasi due chilometri, prima d’essere ingoiate dalla galleria. I treni sferragliano e se ne vanno, marciando in un senso o nell’altro. Anche i giorni se ne vanno senza che io trovi un senso al mio restare qui. Perché i treni hanno un senso e la mia vita no? Scrivo col mio computer portatile in un gabbiotto di lamiera che puzza di muffa nonostante sia provvisto di ampie vetrate su tre lati. Inganno l’attesa inventando pensieri intraducibili che appunto qua e là, compiendo errori grossolani che vedo venirmi incontro da molto lontano: ho una svista d’aquila. D’altro canto il senso non risiede mai solo nelle parole, ma anche nella voce di chi le gorgheggia e nella gestualità di chi le modella. Mia madre, per l’appunto, faceva la modella. Incarnava perfettamente il ripiegamento del senso nella pura fisicità del corpo. E anche ora che è vecchia, sformata da rughe e pannoloni il risultato non cambia: il suo corpo fa senso. Con questo, sia chiaro, non intendo comunicare alcun concetto, ma solo interpretarne il passaggio in un senso o nell’altro, proprio come per i treni.
‒ “Non hai mai notato l’ambiguità intrinseca dei treni?” ‒ domando al mio riflesso nel vetro.
‒ “I treni parlano un linguaggio mistico, seguono uno schema cronologico preciso, una sequenza di sillabe capace di comporre parole che non appartengono a nessuna lingua” ‒ risponde il mio doppio. Poi con un gesto di stizza strappa via dal vetro un post-it giallo con su scritto ‘mia madre faceva la modella’.
Un rumore smorzato tronca le mie riflessioni sui finestroni opachi. Strano: non è un suono abbastanza forte da farmi trasalire, eppure è come se il lieve attrito metallico urlasse concetti ambigui dotati di un’essenza a se stante, slegata dal contenuto e dal volume della voce.
‒ “Beh che succede?” ‒ chiede la mia bocca notando il mio palese trasalire sul treno.
‒ “Non lo so” ‒ rispondo ‒ “è come se il lieve attrito metallico urlasse concetti ambigui dotati di un’essenza a se stante, slegata dal contenuto e dal volume della voce. Sembra una scena già vissuta.”
‒ “Cazzate. Non facciamoci distrarre. Non trasgrediamo credito a ciò che palesemente non può essere.”
‒ “Mi ricordo quando mi raccontavo di quella bizzarria sul Nessun dorma della Turandot di Puccini?”
‒ “No.”
‒ “Ma sì dai, che me la ricordo! Che una volta mentre ascoltavo il cd, sul finale il tenore ha tartagliato: all’alba vin-vinc-vi-vincerò?”
‒ “Sul cd???”
‒ “Giuro.”
‒ “Sarà stata la testina del cd a saltare” ‒ dico, mentre rifiuto di vedermi sfilare davanti a non più di cinque chilometri all’ora un treno merci che non dovrebbe esserci.
‒ “Può darsi, ma non è possibile che… che Calef avesse intuito che quella volta le cose sarebbero andate diversamente? Che non ci sarebbero stati né amore né trionfo l’indomani? O anche solo il dubbio!”
‒ “Per me sto delirando. Lascia stare, stavo scrivendo un buon racconto, no? Un’idea buona… originale! E allora avanti, scacciamo qualsiasi distrazione che possa frenare il mio genio.”
‒ “No!”
‒ “E’ una cosa automatica… umana… umanissima! E’ l’istinto che ci porta a negare una verità imprevista…”
‒ “No! Ascolta…”
Pare un lunghissimo finale a spegnersi di un’opera sinfonica, il suono del treno merci in lontananza. Sfuma che è un incanto verso valle, lasciando a librarsi a mezz’aria quel senso di meraviglia tipico di chi ha appena contemplato un’opera d’arte. Riprendo a schiacciare tronchi di cono neri con sopra stampigliate in bianco tutte le lettere dell’alfabeto e come per magia sul video del computer sfilano brevi sequenze di caratteri cui ho attribuito un senso. Ci penso su e mi trovo d’accordo con me stesso. Non può che essere così. L’abbiamo deciso noi che esista il genio, l’abbiamo creato noi insieme alla parola genio. L’avete creato voi per rendermi i dovuti onori: io sono il genio e voi accidenti passeggeri in viaggio verso vite grigie e uguali, prive di scintille creative. Sono la vostra allucinazione collettiva. Siete la mia allucinazione personale.
Rileggo le ultime parole molto soddisfatto: adoro osservare allo specchio la legge di gravità. Ieri sera, in bagno, ho impugnato lo spazzolino da denti, mi sono guardato negli occhi e l’ho lasciato cadere. Non appena la plastica ha picchiato contro la ceramica del lavandino mi sono accorto che avevo le borse sotto gli occhi. Anzi, che tutto intono agli occhi ero più nero d’un panda. Mi sono fissato intensamente e sono caduto nel buio totale, quasi ovale, quasi uguale a quello d’una galleria in curva lunga sei chilometri, priva di luci.
Ho raccolto lo spazzolino, mi sono sorriso con l’aria di chi la sa lunga e mi sono parlato apertamente, non senza una punta d’orgoglio.
‒ “Sono proprio uno scrittore.”
‒ “Non solo, potrei anche fare il giornalista” ‒ ho chiosato nel riflesso.
‒ “Mi piacerebbe avere qualcosa di sensazionale da narrare, vivere a Londra, a New York, a Parigi, sì, insomma, nei posti dove accadono più cose, non solo spazzolini.”
‒ “Ho proprio ragione” ‒ ho bofonchiato sputacchiando bollicine bianchissime di dentifricio al sapore di menta. Alcune sono precipitate nel vuoto per poi negarsi al mio sguardo grazie all’effetto mimetico dello sfondo di ceramica bianca del lavabo. Altre si sono schiantate sul vetro deformando la perfezione dei miei lineamenti da genio.
Puntuale, ecco il trillo del campanello della banchina. Il tintinnio riecheggia picchiando contro i vetri, più agitato e eccitato del solito. Qualche attimo dopo, alle sette e quaranta, Carlo, l’addetto al servizio movimentazione cassoni, s’affaccia sulla banchina.
‒ “Buondì Arrigo” ‒ mi urla per superare lo schermo delle vetrate chiuse.
Rispondo con un cenno, poi aggiungo con un grido di rimando:
‒ “L’Euronight 501.”
Lo dico scandendo le parole, indicando la galleria, più a valle.
Carlo mi guarda perplesso, incerto sul senso da dare al mio grido di rimando, invero superfluo. Scruta l’aria velata di foschia in direzione del tunnel, si stringe nelle spalle e si avvia fischiettando verso il magazzino.
‒ “In fondo non è colpa mia” ‒ dice il mio riflesso sorridente nel vetro.
‒ “No di certo. E’ forse un delitto agognare qualcosa che rompa la monotonia?”
‒ “E’ forse un delitto scompigliare le parole che si susseguono ordinate di rigo in rigo?”
‒ “Di rigo in rigo?”
‒ “Sì, di rigo in rigo. Solo parole, eh, mica dirigo l’universo, io: quello riguarda Dio, mica Arrigo. Io sono un genio e nulla più. Lui è padrone di far miracoli, se vuole… dunque se le cose vanno come vanno è innanzitutto Sua, la responsabilità.”
‒ “Giusto.”
‒ “Giustissimo.”
‒ “E anche se la mia carriera come capostazione è troncata, inizia quella di reporter d’assalto” ‒ ghigno uscendo dal gabbiotto.
Mi avvio di buon passo lungo la massicciata. Scavalco, uno dopo l’altro, tre binari morti mentre percorro il chilometro abbondante che mi separa dall’ingresso della galleria.

Annunci