Tag

, , , , , ,

<<Signore, scusi, ha detto andata e ritorno?>>
<<No, solo andata… ne sono certo, solo andata.>>
<<Ecco a lei, ETR-470 binario 2, faccia buon viaggio.>>
L’uomo prese il biglietto e si avviò con passo svelto verso il binario che gli era stato indicato. Salì sul convoglio che sarebbe partito tra non molto e si mise comodo per affrontare il viaggio.
Se aveva avuto qualche esitazione, era stato qualche mese prima, e adesso che il treno viaggiava già da mezz’ora, e il paesaggio gli aveva dato un appiglio per distrarsi e rilassarsi, era certo di aver fatto la scelta giusta.
<<Non ci sono dubbi, sono io che decido a questo punto.>>
La sua vicina di posto aveva girato la faccia verso di lui interrogandolo.
<<Come dice?>>
<<Niente, mi scusi, forse ho solo pensato ad alta voce.>> Fu la prima banalità che riuscì a pronunciare schiarendosi la voce arrochita. <<Immaginavo che sarebbe stato bello fermarsi e scendere, quel paesino che abbiamo appena attraversato mi è parso molto bello.>>
<<Sì, ha ragione, ci sono stata più volte, ma i treni a lunga percorrenza come questo non si fermano.>>
<<Già! Non si può scendere quando si vuole.>>
La donna aveva annuito sorridendo con cortesia e si era rimessa a leggere alla luce artificiale dell’interno, mentre lui aveva estratto dalla valigetta le sigarette, dimenticando che non era permesso fumare.
Il buio del tunnel lo colse di sorpresa, mentre alla luce artificiale del convoglio Milano-Zurigo il mondo esterno veniva annullato e sui vetri si riflettevano i volti dei passeggeri.
Il vetro trasparente, che fino a quel momento aveva allargato i confini del piccolo spazio, proiettando gli occhi e i pensieri dell’uomo verso fuori, adesso era diventato uno specchio. Il semplice cambio di illuminazione era riuscito a creare il cambio di prospettiva, l’interno del convoglio, che prima era rimasto quasi invisibile, piegato alla supremazia del paesaggio, adesso diventava l’unico punto di interesse.
Era rimasto sconcertato dalla sua immagine, materializzata sul vetro all’improvviso.
Aveva subito distolto lo sguardo, ma poi, con la sigaretta spenta tra le dita si era girato nuovamente verso il finestrino dal quale il suo viso continuava a perseguitarlo.
Aveva provato a scagliare lontano i suoi pensieri affinché potessero bucare il buio di quel budello di cui non si vedeva la fine, ma quelli avevano disubbidito e, appena partiti, avevano invertito la direzione; gli stavano arrivando addosso e non c’erano scudi che lo potessero difendere dai loro assalti. Nonostante il brevissimo tempo impiegato a tornare indietro, essi non avevano trovato più lo stesso uomo di prima. Sbalorditi, riconobbero a stento quegli occhi, che nelle orbite scavate sembravano enormi e quella pelle sbiancata e assottigliata. Il volto che trovarono assomigliava all’albicocca brulicante di vermi che era finita nella spazzatura quella stessa mattina quando l’uomo aveva ripulito e spento il frigorifero. Il viso che conoscevano si era sovrapposto a un altro, più deteriorato e sfatto.
<<Si sa che i pensieri hanno il potere di vedere in prospettiva… di pre-vedere, ed è una gran brutta dote.>> constatò tra sé l’uomo e trattenendo un conato di vomito si chiese: <<Mi vedono già così gli altri?>>
In quattro ore sarebbe arrivato a Zurigo e si augurava che ogni cosa si svolgesse come aveva calcolato, senza che per qualche malaugurato imprevisto fosse costretto a saltare il suo appuntamento. La gamba destra gli formicolava appena e il dolore alla schiena era ancora sopportabile.
Aveva già avuto un precedente incontro con i suoi interlocutori svizzeri, efficienti e precisi come era giusto che fossero, gli avevano consigliato di temporeggiare nella messa in atto del suo progetto e non avevano torto: in quel momento c’erano ancora certi dettagli da perfezionare.
Un mese prima di quel viaggio aveva cercato Irene. Si erano sempre sentiti per telefono, ogni volta che Agnese, la loro unica figlia, aveva avuto bisogno di qualcosa. Ma quella volta non le aveva telefonato per parlare di Agnese.
<<E allora, perché hai chiamato, cosa devi dirmi?>>
<<Ho bisogno di parlarti, ma non al telefono.>>
Si erano incontrati in un bar, qualche convenevole, poi una lunga passeggiata a costeggiare il lago e non le aveva detto quello che si era riproposto di farle sapere, ma aveva parlato d’altro. E parlando d’altro avevano ancora una volta sviscerato gli sbagli, le incomprensioni tra loro, cercato le giustificazioni. Erano tornati al parcheggio camminando vicini, poi il suo braccio le aveva circondato le spalle e lei gli aveva circondato la vita con il suo. Nessuno dei due aveva pensato per un attimo che quel loro incontro avrebbe avuto un seguito, ma entrambi si erano sentiti in pace. Avrebbe voluto dirle del vuoto atroce che aveva sentito attorno a sé quando il medico gli aveva comunicato la diagnosi. Di come, per un tempo che non sapeva quantificare, era rimasto in silenzio, attonito. Non aveva più sentito alcun suono provenire dall’esterno, la sua vista sembrava essersi offuscata, non era stato capace di alcun movimento come se tutto il suo corpo si fosse congelato, poi il flusso del sangue aveva riportato calore al volto e con esso anche la rabbia che aveva sostituito l’incredulità. Per giorni si era nutrito di quella, una collera che era sfociata in odio contro tutto e tutti. Ma aveva pensato fosse meglio non raccontarle nulla e, alla fine, nel salutarla le aveva detto sottovoce che era felice se per qualche tempo si erano amati.
Intanto i suoi pensieri insubordinati continuavano ancora a colpirlo e dalle orbite scendevano per canale lacrimale e poi per una strada contorta fino alla faringe, alla laringe e ancora più giù, i suoi pensieri speleologi si calavano fino negli anfratti del suo polmone destro, là dove si nascondeva il nemico. Poi i suoi pensieri rimasti fedeli lo riconducevano sul treno.
Quella sarebbe stata per lui l’ultima volta che avrebbe dovuto ubbidire alle manovre del conducente, stare alla sua velocità, rispettare le sue fermate, affidarsi ad altri che avrebbero scelto la meta e il percorso, i compagni di viaggio. Avrebbe fatto tutto da solo e con i suoi ritmi. Sarebbe sceso quando e dove avrebbe voluto.
Aveva programmato quel viaggio in ogni dettaglio: il biglietto, il bagaglio essenziale, il tassì che sarebbe venuto alla stazione e lo avrebbe accompagnato in albergo e poi da lì al suo appuntamento. Avrebbe inghiottito le pasticche antivomito e poi con mano fermissima si sarebbe portato il bicchiere alle labbra. Il sonno lo avrebbe accolto.

Annunci