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– “Finalmente!” – tuonò Bruno – “Al telefono avevano detto Parigi 46, tre minuti! Ne sono passati cinque, come si giustifica??” – domandò, con tono risentito, nell’atto di salire sul taxi.
– “Buongiorno, signore, io…” – fece il tassista, sorpreso e intimidito da quell’esordio – “… io ho fatto quello che potevo, c’era traffico e…”.
– “Lasci stare, lasci stare” – fu interrotto – “Pensi a guidare, piuttosto! Deve far presto, ha capito? Forza, avanti, si dia una mossa!”.
Il conducente tacque intimorito e partì.
L’auto bianca sfrecciò tra le case, aggirò la zona calda imboccando un paio di strade secondarie e giunse rapidamente davanti alla stazione ferroviaria.
– “Ecco, accosti lì, appena dopo la fermata dei pullman. Va bene…, si fermi”.
– “…”
– “Ok, quanto le devo?”
– “Nove e ottanta”.
La mano di Bruno ebbe uno scarto improvviso, sparì nel portafoglio e ritornò alla luce che tratteneva tra pollice e indice una banconota spiegazzata da 10 che porse al tassista.
– “Tenga pure il resto”.
– “Grazie eh…” rispose l’autista, con un’intonazione sarcastica che Bruno non colse o che, più probabilmente, finse di non sentire.
Non c’era tempo. L’ingegner Bruno Marrone Brown, di ascendenti nobili, titolare dell’omonimo studio di progettazione, era di fretta e come al solito in ritardo.
Diede un’occhiata al tabellone luminoso e via, si mescolò alla gente procedendo a scatti, in slalom, come uno sciatore provetto.
Una ragazza rom piccola, tozza, con i capelli tutti appiccicati sul collo e i vestiti luridi, lo affiancò all’imbocco del binario dove il portentoso, aerodinamico mezzo di trasporto colorato di rosso attendeva solo lui prima di sprigionare sulle rotaie tutta la sua potenza.
Bruno sulle prime la ignorò, ma quando la sua presenza divenne troppo pressante, le si rivolse contro assestandole una spinta che la fece rimbalzare all’indietro:
–”Lèvati di mezzo, zingara pidocchiosa e puzzolente…!” – berciò, allungando il passo verso il treno, mentre quella si allontanava, sconfitta.

Spariti gli scompartimenti – e, con loro, gli odori familiari di formaggio, di piedi, di sudore, il crepitìo impaziente degli incarti dei panini, il pianto dei bambini, le mille sfumature del dialetto – restavano soltanto le carrozze.
Adesso nuove, pulite, eleganti.
Bruno identificò la sua e salì i tre scalini,
– “Permesso” – chiese, inutilmente ansioso. Non vi era alcun motivo ormai di avere fretta, ma lui si fece avanti, senza troppo garbo, lungo il corridoio, fino al suo posto al finestrino, urtando con malizia i passeggeri che gli sbarravano la strada.

Nella carrozza, fisionomie di varia umanità – in fondo tutte uguali, asettiche, composte – aspettavano, con apparente indifferenza, che il treno si muovesse sui binari.
C’erano giacche, inserti, smartphone, tablet e portatili. Occhiali, e dietro, occhi, puntati sugli schermi e sui display.
Si respirava un’aria pulita, senza odore, in cui si diffondevano le note di tastiera, le musichette delle suonerie.
Non vi era, di fatto, alcuna propensione per il dialogo nè voglia di avventure.

Bruno non aveva ancora finito di sistemarsi per bene sul sedile e di estrarre dalla borsa tutto il suo armamentario, che il treno, in perfetto orario, era già partito.
Sguainò, a sua volta, il cellulare. Accese il portatile.
– “Ci vediamo stasera. Arrivo alle 20. Fai in modo che la cena sia pronta per quell’ora. Puntuale, mi raccomando!” – digitò sul suo smartphone.
Sbrigata quella formalità familiare passò all’altro dovere, via e-mail:
–”Egregio Dr. Rosati sono appena partito. Sarò da lei non più tardi delle 12, ho con me tutta la documentazione, ci vediamo in sede, buona giornata. Ing. Bruno Marrone Brown”.

Il treno superveloce lo avrebbe fatto giungere in carrozza, in tutti i sensi, alla sua destinazione, eppure Bruno non riusciva ancora a rilassarsi. Si agitava in modo scomposto mulinando i gomiti, che più volte invasero lo spazio del vicino di posto, colpendolo sul braccio e, una volta, anche sul costato.
Non si preoccupò, naturalmente, di chiedere scusa, anzi, continuò ad allargarsi verso l’esterno, conquistando tutti i braccioli a disposizione. Il vicino, che, evidentemente, era persona timida e riservata, battè in ritirata fino a rattrappirsi, in posizione fetale, nel guscio del suo sedile.

Dal bagaglio, Bruno estrasse l’incartamento. Sbuffava, aveva bisogno di spazio davanti a sé e il piano a disposizione sembrava insufficiente per il fascicolo che conteneva la relazione tecnica e l’offerta da presentare al cliente.
Con un gesto maldestro fece cadere la bottiglia del solito malcapitato alla sua sinistra, poi sconfinò anche nella direzione di chi gli stava davanti, ma non se ne accorse o, comunque, non se ne curò. L’importante era mettersi comodo e pazienza per gli altri: tutto ciò che gli impedisse di stare a proprio agio costituiva per lui un impiccio, un ingombro da rimuovere senza eccessivi patemi.

Dopo diversi minuti, quando finalmente pareva essersi calmato, stabilizzato nella posizione da viaggio definitiva, Bruno avvertì ad un tratto uno strano brontolio intestinale, cui seguirono due fitte violente e uno stimolo improvviso. Doveva andare alla toilette, non poteva farne a meno e c’era da fare alla svelta.
–”Permesso” – sibilò di nuovo in direzione del vicino di posto, che non ebbe il tempo di alzarsi: Bruno lo travolse con tutto il suo peso e si fece strada verso il corridoio, dopo avergli calpestato pantaloni e piedi.
Con la destra, nel frattempo, aveva abbrancato il fascicolo della relazione per rileggerla nei tempi morti, in bagno.
La lucina verde indicava “libero”. Bruno la scorse da lontano e si sentì sollevato.
Entrò nella toilette che era, come di norma, un bugigattolo.
La seduta si presentava fradicia di piscio esattamente come quelle dei cessi dei vecchi convogli con gli scompartimenti pieni di emigranti.
Era la prima volta che gli capitava un’urgenza di quel tipo in treno e non poteva perdere tempo a pulire accuratamente. Prese, così, diversi pezzi di carta igienica e li passò alla meglio sul piano dove avrebbe dovuto posare il suo prezioso culo.
Il sudore gli imperlava la fronte, gli stimoli intestinali si erano moltiplicati: stava per farsela addosso, forse qualcosa era già scappato al suo controllo. Si abbattè, perciò, sulla tazza ancora umida dei liquidi altrui, senza badare agli scuotimenti del treno né ad altro e si lasciò andare.
L’attimo di sollievo che seguì alla liberazione, lo consegnò a una scena di devastazione: la fretta e la disabitudine a una manovra di questo tipo, in quelle particolari condizioni, avevano provocato il disastro. Parte delle sue deiezioni semiliquide era finita a terra, insozzandogli le scarpe chiare di camoscio e i pantaloni; inoltre, schizzi di quel materiale nauseabondo erano arrivati un po’ dappertutto, fino a bagnargli anche la maglia e la camicia, posteriormente.
Superato l’attimo di smarrimento, Bruno pensò che era il momento di pulirsi. Dovette constatare che, purtroppo, la carta igienica a disposizione era terminata.
– “Maledette ferrovie dello Stato!” – imprecò a denti stretti contro quella negligenza.
Si guardò intorno, come per cercare un’ancora di salvezza. Lo scenario era di tregenda, l’aria irrespirabile.
– “Il fascicolo” – pensò. Le pagine con la relazione. Andavano bene anche quelle, in mancanza d’altro. Si ricordò, d’altronde, di avere tutto in memoria nella chiavetta all’interno del suo portafoglio e, comunque, non si poteva agire altrimenti: esistevano delle priorità e non era il caso né il momento di storcere il naso.
Bruno dunque acchiappò la prima pagina, quella con su scritto, manco a farlo apposta, “Introduzione”, la piegò a metà e impugnandola nella mano destra richiusa a ombrello, la stropicciò alla meglio, ma con decisione, più volte, nella zona cava d’interesse.
Si morse il labbro per il dolore, emise un gemito – “Ahi! Le mie emorroidi!”: la consistenza dell’A4 non era certamente la stessa della quattroveli morbida e profumata che poteva concedersi ogni giorno, a casa sua.
Il male avvertito, e il sangue che iniziò a colare, mescolandosi al materiale fecale, lo convinsero a non insistere con gli sfregamenti.
Gli servirono, poi, anche le pagine 2 e 3 per la pulizia sommaria del resto del corpo; la 4, la 5 e la 6 per quella dei vestiti, comprese le mutande, in cui erano spalmate le non minime avvisaglie, i prodromi, della funzione intestinale.
La pagina 8 con le successive, fino alla 15 compresa, furono impiegate per raccogliere alla meno peggio quanto era stato mal indirizzato e giaceva adesso ai piedi della tazza e sulle scarpe.
Si ricompose infine, in qualche modo. Ci vollero circa 20 minuti per completare l’opera e accingersi a tornare al proprio posto, nella carrozza. Guardò l’orologio. Non mancava molto alla meta. Il treno superveloce faceva pienamente il suo dovere, non aveva avuto intoppi e non vi erano fermate intermedie prima della destinazione finale.
Aprì la porta del bagno con circospezione, camminò svelto nel corridoio.
Era decisamente impresentabile.
– “Permesso” – chiese di nuovo, senza addolcire il tono.
Il suo vicino non rispose ma, stavolta, saltò in piedi come una molla, con la faccia sgomenta e disgustata.
Bruno non si preoccupò di alzare gli occhi.
Controllò nel portafogli e tirò un sospiro di sollievo: la chiavetta con la relazione era effettivamente lì, al sicuro.
Prese di nuovo il portatile dalla borsa, l’accese, scrisse un’altra mail:
– “Salve dottor Rosati, il treno ha avuto un un guasto. Siamo fermi in mezzo alla campagna. Dicono che ci vorrà un po’di tempo per rimediare. La prego di posticipare l’appuntamento di un paio d’ore, verso le 14, subito dopo pranzo.”
Inviò.
Poi lesto, su booking, rintracciò un albergo nelle vicinanze della sede del cliente da visitare, compose il numero di telefono:
–”Avete camere libere per oggi? Bene, sarò da voi tra poco”.
Chiuse il portatile, spense lo smartphone, tirò un altro sospiro e, per la prima volta dall’inizio del viaggio, si rilassò.
Provò a gettare lo sguardo fuori dal finestrino ma non notò alcunché di interessante: il treno volava in aperta campagna, c’era qualche rara casa, qua e là, e l’autostrada, con le auto che parevano modellini, correva parallela alla strada ferrata.
A quel punto, si decise, finalmente, a guardarsi intorno ad altezza d’uomo. C’erano occhi che lo indagavano. Volti stupiti e interrogativi.
Soltanto allora si accorse di avere un angelo, coi ricci biondi e un gran bel seno, seduto di fronte a lui, che lo squadrava con la bocca contratta in un’espressione severa e schifata.
Bruno si mosse bruscamente per sistemarsi meglio sul sedile e con i piedi urtò quelli di lei. Sorrise, per la prima volta appena imbarazzato.
– “Mi scusi…”.
L’angelo, però, rimase muto, limitandosi a togliere di mezzo le gambe con un gesto insofferente.
L’altoparlante emise una musichetta, poi annunciò l’arrivo del treno in stazione. Mancavano, per la verità, ancora alcuni minuti alla fine del viaggio, ma il vicino si alzò lo stesso in anticipo, di fretta, e come lui fecero l’angelo e la persona che le stava a fianco.
Bruno, rimasto senza compagnia, non si mosse: stese le gambe sotto il tavolo affondando nel sedile, incurante delle ragioni di quella fuga collettiva.
Solo quando il treno fu completamente fermo, si avviò verso il portellone più vicino e fu, lo stesso, tra i primi a imboccare gli scalini della carrozza, dato che al suo semplice approssimarsi, i passeggeri accalcati presso l’uscita si fecero più in là con un salto, ottenendo che scendesse il più rapidamente possibile.
Poi camminò fin dentro al cuore della stazione, nella calca. La gente che capitava nel suo raggio d’azione, si faceva da parte, aprendosi davanti a lui come il Mar Rosso di fronte a Mosè.
Un’altra zingara, che pareva la sorella di quella che lo aveva inseguito alla stazione di partenza, lo affiancò tendendo la mano, ma fu costretta dopo pochi metri a desistere. Bruno la sentì espirare nauseata – “Pfuuu…!” – mentre si allontanava da lui.

Tutti questi avvenimenti, che avrebbero dovuto procurare a Bruno un senso di imbarazzo, se non proprio di vergogna, viceversa lo galvanizzarono.
Le reazioni che la gente mostrava nei suoi confronti, avevano, paradossalmente, rafforzato le sue certezze, accresciuto la sua autostima.
Ogni minuto che passava, Bruno si sentiva sempre più a proprio agio: un tutt’uno con l’elemento – marrone, come il suo cognome – del quale era completamente intriso.

Con il passo sicuro e un ghigno feroce dipinto sul volto, giunse così, in un baleno, all’uscita della stazione.
Qui si liberò della zavorra inutile che lo ingoffava – i giornali e un pacco di scontrini dimenticati nella tasca della giacca – gettando il tutto a terra, accanto al marciapiede, poiché non gli sembrava il caso di perdere altro tempo a cercare un cassonetto.
Quindi salì sul primo taxi della fila e, senza salutare, dettò l’indirizzo al conducente.
Questi, dopo un secondo di perplessità e di sbalordimento, assunse la stessa espressione disgustata dei passeggeri sul treno e, guidando con la sola mano destra, utilizzò la sinistra per tapparsi il naso e difendersi dal fetore.
La sua resistenza durò giusto due semafori:
– “A’ signo’, qui ce sta troppo traffico, è mejio che scenne e va a piedi, che fa prima”.
–”Ma… cosa dice?” – rispose Bruno, in un modo sgradevole quasi quanto il suo odore – “come si permette, io… io sono un cliente, se lo ricordi! La pago pro-fu-ma-ta-men-te, perciò mi porti dove le ho detto, faccia il suo dovere!”.
– “Sì… pro-fu-ma-ta-men-te…., ah ah ah…! ggiusto, ah ah ah…!” – ribatté il tassista, mescolando il dialetto a una risata un po’ volgare.
Poi si fece improvvisamente serio:
– “Mo’ scenni.” – ordinò – “E vedi de fatte ‘na doccia, brutto zozzone!”– concluse, calcando l’accento su quell’ultimo termine.
Bruno raccolse le sue cose e scese quasi al volo, sbattendo la portiera.
–”Figlio di puttana…” – bisbigliò, tornando a camminare.

S’incuneò, di passo svelto, tra la gente, lasciando una scia dietro di sé e, senza curarsi di urtare chiunque si trovasse sulla sua strada, in meno di un quarto d’ora fu davanti all’albergo:
–”Salve, ho prenotato un’ora fa. Mi faccia avere in camera un riso in bianco e del succo di limone” – disse, senza chiedere per favore, all’addetto alla reception, che appoggiò la chiave sul bancone e fece di sì con la testa, affrettandosi a liquidarlo:
–”Va bene, sarà fatto. I documenti me li dà dopo…”.
La stanza era appena al primo piano, quindici scalini in tutto. Ciò nonostante, Bruno volle prendere ugualmente l’ascensore, dove altre tre persone, salite insieme a lui, trattennero il respiro finché non fu uscito dalla cabina.

Giunto al pianerottolo, girò la chiave nella toppa, sorrise ancora.
Era tranquillo.
Uno sguardo rapido alla camera, poi tirò fuori dal bagaglio un intero cambio d’abiti, l’intimo pulito e un paio di scarpe nuove, che lo avrebbero rivestito di tutto punto:
– “Con questa roba addosso farò un figurone!” – rifletté a voce alta, soddisfatto, anche se, in fondo, un po’ gli dispiaceva smettere quei panni da viaggio che tanto lo avevano fatto sentire a suo agio…
Il kit di farmaci che portava abitualmente con sé era ben fornito. C’era anche l’antidiarroico e la pomatina anestetica per le emorroidi.
Aveva tutto ciò che gli occorreva, Bruno. Non gli mancava proprio nulla.
Una bella doccia calda lo stava aspettando e c’era tutto il tempo per prepararsi all’appuntamento di lavoro con una trattativa già ben avviata.
Questo soltanto contava e nient’altro!
Tutto il resto, quello che si era frapposto, o si frapponeva ancora, tra Bruno e i suoi obiettivi, erano inutili ostacoli da abbattere.
Corpi da calpestare.

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