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Pikkola avvertenza: I puntini sospensivi kosì virgolettati -“…… ……! . ….. …!” rappresentano nei dialoghi la “voce” dello skarafaggio. Non ero sikuro ke si kapisse al volo né ho saputo fare di + per rappresentarla.
Una storia ke si rispetti non dovrebbe avere bisogno di avvertenze preliminari xke la storia dovrebbe “parlare” da sé, lo so. Ma considerata la difficoltà teknica di dare voce a un bakerozzo, mi sono koncesso questa licenza.
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-“ Scarafaggio schifoso! Non ne avevo mai visti di così grossi.
Creatura inutile e immonda, perché sei così tenacemente attaccato alla tua infelice esistenza? “

Si dibatteva e si dimenava, e cercava in tutti i modi di liberarsi agitando in alto le zampe per riemergere dalla morsa. Non si dava per vinto, sebbene la punta della mia scarpa lo tenesse inchiodato all’angolo senza lasciargli alcuna speranza.
Ma cosa diavolo avrà avuto ancora da fare di tanto importante pensavo, oltre a girovagare a caso su questo lercio vagone di treno per dibattersi a quel modo? e perché non si rassegnava al suo destino?
Ammesso poi che ce l’avesse uno straccio di destino e ammesso che fosse consapevole di averlo, e ammesso che…
Stronzate! Perché mi facevo tutte quelle domande!?
Non so. Certo è che la pena, quella pena dovuta che in quanto essere superiore pur provavo per “lui”, non mi impediva di volerlo morto. Anzi, saperlo così indifeso eppur combattivo, a suo modo disperato, rendeva ancor più folle il mio disprezzo per la sua vita senza senso.

-“ Non ti ammazzo ancora figlio di puttana, voglio prolungare la tua disperazione, tanto il viaggio è ancora lungo, maledetto.”
-“ …….. ….. .. … ….!. ….. .! ”
-“ Ah sì? e perché dovrei? Che cazzo te ne fai della tua inutile vita? ”
-“ .. … ……. …. . ….. …!!. …………….. !…. ……… ……….… …!”
-“ Senti senti senti, ahahahaha questa è buona! Ma vedi un po’ di startene zitto, bacherozzo bastardo che non sei altro. Ma lo sai che non avresti neanche il diritto di parlare? E già tanto se ti sto a sentire!”
-“ …! …. . . . ………! . . . . ”
-“ Zitto! Ti ho detto! ”
-“ ……! … ”
-“ Stai zitto!! ”
-“ .. . .. ”
-“ Taciiiiiiii! ”
-“ .. ”

Le assurde pretese di quell’essere immondo affinché lo lasciassi andare mi avevano innervosito più di quanto già non lo fossi. Rialzai lo sguardo per distrarmi dalla sua vista.
Le Luci, là fuori, apparivano come scie luminose nell’alba gelata.
Stemperate dagli aliti che appannavano i finestrini, si rincorrevano l’un l’altra sfocate, senza soluzione di continuità. Fuori doveva fare freddissimo pensai. Già, Natale era alle porte.
Dei miei compagni di viaggio, nessuno mi sembrava particolarmente interessante: qualcuno dormiva, altri con lo sguardo rivolto fuori rimiravano il nulla, uno leggeva, nessuno parlava. Solo un bambino, da lontano, frignava inascoltato.
Lo scompartimento vantava dei sedili chiari, lucidi del loro stesso lerciume, reso brillante in certi punti dallo sfregamento prolungato con giacche e cappotti. Solo un lieve cambio di tonalità su braccioli e poggiatesta denunciava una sporcizia a lungo sedimentata, che del resto si toccava letteralmente con mano per quanto erano appiccicosi.
Eh già che quel treno volevano sopprimerlo, figurarsi se era lecito alzare la voce per protestare!
All’ingresso di ogni galleria, la porta del cesso si spalancava di scatto con gran fragore per poi richiudersi non appena, passata la galleria, una corrente contraria si incanalava chissà da dove all’interno del vagone. Nessuno ci badava, nessuno sobbalzava come sarebbe stato lecito attendersi, chi dormiva continuava a farlo. E nessuno che si alzava mai per chiuderla. Un vecchio che russava però, rallentava il ritmo del respiro ad ogni sbattere di quella porta, e il suono che produceva si attenuava leggermente per poi riprendere inseguendo una nota più alta, qualche secondo dopo.
E poi sempre quel bambino che frignava da lontano.
Era così tutte le mattine. Che disperazione! Che sconforto! lo avrei soffocato con la sua stessa sciarpa quel vecchio. E quel bambino, quel bambino… avrei soffocato anche lui.
Io come sempre avevo la sensazione che quella promiscuità concentrata, familiare ed estranea al tempo stesso, acuiva ulteriormente il mio cronico senso di solitudine.
Però quella mattina mi sembrava di essere meno solo del solito.
Eh sì, eravamo in due: io e “lui” lo scarafaggio schifoso, schifoso sì ma almeno avevo qualcuno con cui parlare.
L’ultimo schianto della porta del cesso accompagnato questa volta dall’odore acre delle fabbriche, annunciava che tra un po’ saremmo arrivati in stazione.

-“ Hei tu, bastardo figlio di puttana, come sei arrivato da queste parti? “
-“……. …. .. …… . …… ….. . ….. . ….. . … . ……… . ….. “
-“ Ah. Nascosto in qualche carico di banane scommetto! Magari da qualche schifoso posto dell’Ecuador vero? ”
-“ .. .. ”
-“ C’avrei giurato. Sei troppo grosso per essere una fottuta blatta nostrana. Il tuo viaggio comunque finisce qui, sotto la suola della mia scarpa. Lo sai che stai per crepare? Lo capisci? “
-” ….. .!! !. ………. !…..!!……… !! “
-” Cosa dici? La vitaaa?? Ma falla finita, rassegnati! Che ne sai tu della vita ehhh? Sai forse cos’è l’amore? L’amicizia? Il calore di un abbraccio? Le sai tu queste cose? Le saiiiiiii!? “
-” ……… …..! .. . ……….. . . … .. .. …!…”
-“ Ma come cosa c’entra! Come cosa c’entraaaaa!!? ”
-“ … ……. . . …… .!! …..! ”
-“ Basta, non ne posso più, non voglio più sentirti. C R E P A! ”
-“ !.!.! !!! !!!!! !.!! ”

Quel “C R E P A!” lo avevo pronunciato a voce troppo alta senza rendermene conto, e molti si erano voltati a guardarmi.
Aspettavano evidentemente che eseguissi la sentenza che il destino aveva da sempre assegnato agli esseri di quella specie.
Indugiai un attimo però prima di spingere avanti la scarpa e schiacciarlo: la materia biancastra di cui sono composti gli scarafaggi sarebbe di certo schizzata lontano, tanto era grosso. Ma… sotto sotto era proprio ciò che volevo e forse si era anche capito, perché i miei vicini di posto spostarono le gambe da un lato facendo un piccolo vuoto. Una addirittura si girò dall’altra parte reclinando istintivamente la testa come a proteggersi il viso dallo spruzzo. Esagerata! Non credo sarebbe arrivato così in alto, anche se mi sarebbe proprio piaciuto: Sì sì, proprio!
Volevo che quella materia vischiosa e densa imbrattasse come un virus letale le loro gambe, le scarpe, i vestiti, e perché no le loro facce.
Eccitato dall’idea, anziché spingere pudicamente la scarpa fracassandogli l’esoscheletro quel tanto che bastava per evitare fuoriuscite di liquidi, come era chiaro che tutti auspicassero che io facessi, pensai bene di sollevare il piede e portare il colpo dall’alto con la massima potenza, così che quella specie di pus sarebbe schizzato dappertutto.
Li odiavo tutti quei pendolari di merda! Sì sì, li odiavo!
Uomini, donne, bambini e vecchi, tutti avevano uno scopo su quel treno, un progetto; o almeno una borsa, un figlio puzzolente, un giornale, un ombrello. Qualcuno più fortunato aveva persino una mano da tenere.
Cazzo cazzo cazzo! Mi sentivo quasi più simile a “lui” che alla moltitudine umana che mi circondava.
Da un pezzo non avevo scopi né progetti io, e neanche il bacherozzo ne aveva, ma “lui” però non aveva bisogno di averne. In questo era di certo superiore a me. Eh sì.
Già.
Non aveva bisogno di credere in nulla, non aveva bisogno di aver fedi, speranze né sogni. Non aveva bisogno di un dio né di qualcuno che lo aspettasse a casa, non aveva bisogno di affetti né di mani da tenere per mano.
Voleva vivere, vivere e basta, di un esistenza pura, immotivata, bastante a sé stessa.
Che essere perfetto, che mirabile compiutezza!
Riabbassando lo sguardo, lo sorpresi immobile, forse ormai rassegnato aveva smesso di combattere. Sembrava già morto.

-“ Figlio di puttana heiiiiii, che fai? Ti eri addormentato anche tu? Sveglia!!! Oggi è la tua giornata fortunata ”
-“ ….. …??…..???…?……..??? “
-“ Vai e buona fortuna ”
-“ …????… ”
-“ Vai, sparisciiiii! ”
-” ? “

Spostai lentamente la scarpa e lo lasciai libero. Nello scompartimento fu il panico.
Scappò via immediatamente dopo un attimo di incredulità, leggermente claudicante ma sicuro, quasi sapesse persino lui dove andare e cosa fare.
Già immemore dello scampato pericolo, non badava al fuggi fuggi provocato, anzi tradiva, con fierezza persino sprezzante, un leggero fastidio per il tempo che gli avevo fatto perdere. Poi sparì senza fretta nella fessura tra un sedile e il pavimento dopo aver provato per tre volte a ficcarsi nella griglia, troppo stretta, dell’aria calda.
Il treno intanto era arrivato a destinazione e i viaggiatori, rianimati dal freddo pungente sparirono velocemente dietro le loro faccende.
Qualcuno sfilandomi davanti mi guardava con disapprovazione, o commiserazione, boh.
Le cinque e mezza. Giusto il tempo per un caffè veloce e poi sarebbe iniziata per me l’ennesima giornata di lavoro al porto, uguale a tutte le altre, inutile, disperata, fredda, senza futuro e senza speranza.
Fino a sera, quando lo stesso treno mi avrebbe riportato a casa dove nessuno mi aspettava. L’indomani poi… sempre lo stesso treno, e quel vecchio, e quel bambino…
E se un giorno…se un giorno un container mi dovesse cadere sulla testa? Fin dove schizzerà il mio sangue? Le mie budella con tutta la loro merda, arriveranno fino al mare? o ci sarà anche per me un dio farneticante a fermarlo all’ultimo momento?
Mah… chi se ne fotte!

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