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Trasparente

Un biglietto per Napoli, per favore.”

Dunque…Napoli…vediamo…frecciarossa, frecciargento, intercity…?”

Non importa, il primo che parte mi va bene.”

Il primo treno diretto è un frecciarossa alle 13,03, ma sono rimasti solo posti in prima classe, oppure c’è un frecciargento alle 13,25, ma non è diretto, deve cambiare a Termini, altrimenti c’è l’intercity delle 13,50 che è diretto, ma ci impiega quasi nove ore per arrivare a destinazione. Cosa vuole fare Signora?”

Dico si, tutti quei ma non mi interessano.”

Si? In che senso si? Non capisco, mi scusi.”

Devo andarmene da questa città.”

Questo lo capisco, ma dovrebbe indicarmi con quale treno vuole lasciare questa città.”

Un biglietto per Napoli, grazie.”

Al bigliettaio solerte devo fare pena, non mi chiede altro, stampa un biglietto, ritira i soldi che gli allungo nell’apposito spiraglio sotto il vetro di protezione e conclude in questo modo la nostra breve conversazione:

Binario 6, in partenza fra ventinove minuti, buon viaggio Signora e stia attenta, mi raccomando.”

Non so se interpretarlo come un monito o un auspicio, sta di fatto che me lo dice con un tono talmente compassionevole da farmi sentire peggio di come sto.

Ammesso che sia possibile stare peggio di come sto.

Cerco la carrozza 5, la fila 3, il posto B e mi siedo.

Un flebile raggio di luce illumina una ciocca di capelli che mi cade sul naso. Vorrei non vedere quel che mi circonda, silenziare le voci, lasciarmi ipnotizzare dallo sferragliare delle rotaie e smettere di pensare. So che ci sono persone che mi stanno guardando; respingo i loro occhi, non li voglio vedere. Mi concentro su questo lembo di pelle illuminato, osservo il profilo del mio naso, percepisco il chiarore della pelle, avverto un lieve solletico sulla guancia. Lo sguardo filtrato da questo ciuffo disubbidiente mi consente di vedere una realtà velata. Ripenso ad una fotografia scattatami da mia madre quando avevo quindici anni o giù di lì. Imbronciata con mia sorella per una lite futile, venni immortalata con lo sguardo torvo e una ciocca ribelle a sdrammatizzare quel capriccio adolescenziale. Una foto che ricordo bene e che conservo fra le cose più care che mia madre mi ha lasciato. Io, vista dai suoi occhi di fotografa, mi sono sempre sentita trasparente.

Mi piaci quando metti su quel muso Emma, ferma così che prendo la Reflex.”

No mamma! Non voglio che mi fotografi! Lasciami in pace, sono arrabbiata con Sara e anche con te che la difendi sempre.”

Non proteggo le mie figlie l’una dall’altra Emma, lo sai bene. Quando discutete per questioni puerili lascio che ve la sbrighiate da sole, come è giusto che sia.”

Bugiarda, stai sempre dalla sua parte, vuoi più bene a lei che a me.”

Non ti azzardare mai più a darmi della bugiarda. Non osare mai più ripetere ciò che hai appena detto. Pari siete, nel mio cuore e davanti al mio obiettivo.”

E intanto scattava, click cadenzati a ripetizione ossessiva, come un fotografo professionista su un set di moda. Non era vero che non volevo farmi fotografare, infatti rimanevo ferma lì, a cercare i suoi occhi dentro l’obiettivo della Reflex, occhi che mi attraversavano, sempre.

Mi chiedo se sono salita su questo treno per partire o per tornare. L’unica risposta che riesco a darmi è che non c’è differenza fra un’andata e un ritorno. Al punto in cui sono arrivata io, un ritorno non è una fine, una partenza non è un inizio e ripercorrere una strada conosciuta, forse, non è una soluzione. Le idee si confondo, le sensazioni si mescolano, di certezze non ne ho.

Sette anni fa ho attraversato al contrario lo stesso tragitto di oggi, certa che non sarei più tornata indietro, se non per le feste di Natale o per un bagno estivo nel mare di Amalfi. E invece sono qui, su questo treno veloce, a bramare l’aria della mia terra, convinta, oggi come non mai, di appartenerle, come se non me ne fossi mai andata, come se questi sette anni non fossero trascorsi.

Avevo ventitré anni, Sara ne aveva diciotto. Il futuro era nostro.

C’è un uomo di fronte a me, non smette di fissarmi. Ha gli occhi sporchi e gonfi, quello sinistro è ridotto ad una fessura, deve essersi preso una congiuntivite purulenta da far spavento perché spurga materia gialla a fiotti, gli cola lungo il profilo del naso, raggiunge gli angoli delle labbra che lui socchiude per lasciarla scivolare in bocca. Il grosso del marciume lo toglie con le dita tozze e ruvide che poi pulisce sui pantaloni scuri, strisciandoli di pus denso e maleodorante. Tutto ciò senza smettere di scrutarmi. E’ volgare nella sua insistenza, spero scenda presto da questo treno o, almeno, che la smetta di osservarmi. Mi chiedo cosa ci sia nel mio aspetto di tanto interessante da attirare la fissità immobile del suo sguardo putrido. Indosso vestiti sobri, sono pulita e silenziosa, non mi muovo. Una donna anonima. Essere scandagliata da uno sguardo indagatore mentre ripenso ai miei errori, alla mia presunzione grossolana, alla testardaggine irriducibile, mi mette a disagio, mi agita. Non voglio che quest’uomo dall’aspetto repellente provi ad interpretare i miei pensieri. Non voglio che quegli occhi rivoltanti mi attraversino, sporcando me, Sara e i miei ricordi. Sono solo miei, condividerli con un estraneo non è cosa. Guardo a sinistra, nei sedili vicino al finestrino due ragazze chiacchierano velocemente con la freschezza dei loro pochi anni. Leggiadre negli sguardi sfuggenti, ogni tanto si girano verso di me, anche loro attratte dal mio essere insignificante, anche loro disgustate dagli occhi ributtanti dell’uomo che ho di fronte. Fingo di non accorgermene, fingo di essere sola su questa carrozza numero cinque che da Milano mi sta portando a Napoli.

Nel mio corpo esile e provato mi sento estranea a me stessa, pesante come se avessi inghiottito cubetti di porfido, lastre di ferro, bancali di cemento. E invece dovrei sentirmi leggerissima, non consumo un pasto decente da settimane. Mi sono nutrita con quel poco che ho trovato nel frigorifero e con le porcherie che Sara ha lasciato in dispensa: pezzi di formaggio stantio, budini scaduti, merendine e caramelle gommose.

Da quando Sara non c’è più, il cibo ha perso il suo significato di focolare. Era il nostro legame, il nostro essere famiglia. Prepararle la cena era un modo per prendermi cura di lei, per volerle bene. Cucinavo le ricette di mamma che Sara adorava e nemmeno quando ha iniziato a non mangiarle più, mi sono resa conto che la stavo perdendo, che l’avevo già persa, che qualcosa sarebbe successo, che Sara non era più Sara.

Gli occhi di quest’uomo mi guardano come se avessero capito tutto, mi studiano, si interrogano, mi giudicano nel pieno del loro marciume e io non posso sottrarmi alla severità del loro giudizio. Sono colpevole. La mia colpevolezza si rivela senza che io la dichiari, si vede a occhio nudo. Mi sento trasparente sul sedile scomodo di questo treno veloce, così cristallina che persino uno sconosciuto è in grado di leggermi dentro, attraversandomi con i suoi occhi malati.

Emma, la sorella indegna” ecco cosa c’è scritto nella mia trasparenza.

Torno da nostro padre, mamma non c’è più, l’abbiamo seppellita tanti anni fa, circondata dalla Reflex e dalle sue fotografie più belle.

Torno a chiedere scusa, a vergognarmi.

Torno per pentirmi di essere stata così presuntuosa da credere di potermi prendere cura di Sara, della sua debole personalità, della sua inclinazione ai guai, della sua incapacità di stimare i pericoli. Qualcuno se l’è presa. Qualcuno, forse un uomo, forse una corrente malevola, ha portato via Sara.

Ed è solo colpa mia.

Papà non ha voluto parlarmi. Al telefono era muto, ascoltava il mio racconto disperato, la descrizione angosciante di un’intera notte passata ad aspettarla, del giorno successivo a setacciare i posti che frequentava, del suo cellulare non raggiungibile, della denuncia di scomparsa fatta in lacrime sul far di una sera cupa in un commissariato di periferia con le luci al neon e una fila di disgraziati come me seduti lì a dichiarare una sofferenza qualunque. Non ha reagito nemmeno quando gli ho raccontato di quanto mi sento infame, indegna della responsabilità che mi sono assunta, rea confessa di un crimine che non ho saputo evitare. Ha taciuto per non aggredirmi, per non investirmi con la violenza verbale di cui è capace. Ha taciuto perché ha avuto pietà di me. La comunicazione si è interrotta prima che facessi in tempo a dirgli che sto tornando a casa, che sto tornando da lui perché qui, da sola, non riesco più a stare. Sara non tornerà e io, in un crescendo di afflizione, sento il bisogno prepotente di abbracciare nostro padre. Sento il bisogno delle sue urla scellerate, della sua disperazione scagliata contro di me. Del suo giudizio.

Forse dovrei rimanere a Milano, ad aspettare che Sara torni, a girare la città in cerca delle sue impronte, senza stancarmi mai. Dovrei contattare di nuovo quei suoi amici sbandati che già mi hanno giurato di non sapere dove sia finita la Sarina.

Se sto scappando o se sto tornando, ancora non lo so.

Se questo viaggio è salvezza o baratro, solo il tempo lo dirà.

Le ragazze mi sorridono e io, inespressiva e piatta, non sono in grado di replicare alla loro serenità. I miei occhi sono silenziosi, il mio corpo sempre più trasparente, lo intuisco dalle loro espressioni sorridenti che mutano in sguardi compassionevoli. Anche loro iniziano a capire; anche loro, nella mia trasparenza, vedono la colpa. Mi sembra che una delle due, quella che mi siede di fianco, accenni a protendersi verso di me, come per farmi sentire il suo calore, un alito empatico, da donna a donna. Forse è solo nella mia immaginazione che sento pronunciare queste parole:

Non preoccuparti: tutto, prima o poi, si risolve.”

Non la colpa, quella non la lava via nemmeno l’acqua.”

L’acqua forse no, ma il tempo si, il tempo cancella tutto.”

Non è vero, il tempo appesantisce, aggrava. Se i dolori non si elaborano, il tempo li amplifica.”

Parole invertite, nell’irrealtà immaginata di questa conversazione lapidaria, non so quali dovrebbero provenire da me e quali dalla ragazza che mi siede a fianco.

Sara non tornerà. Ho perso le speranze, ho perso il coraggio, la testa è affollata da presagi funesti. Riesco solo a pensare ai miei errori, alle mie incurie, alle accuse spietate che mi rivolgo. Se non le affronto adesso, se non le affronto con papà, non sarò più capace di vivere.

Torno da nostro padre che non voleva che Sara venisse con me a Milano. Voleva proteggerla lui, era suo dovere di genitore, me lo diceva ogni giorno. Veniva di notte a svegliarmi e mi sussurrava: “E’ troppo piccola, troppo indifesa, troppo incapace di volersi bene”. Papà aveva ragione, ne ero consapevole anch’io, ma Sara insisteva, mi implorava di salvarla da quel buco di paese dimenticato dal mondo, mi prometteva che si sarebbe comportata bene. Mi diceva: “Non lasciarmi qui a morire”. E io, con la presunzione di chi non ragiona, con la voglia di sfidare un padre che non mi riteneva capace, l’ho portata via. E invece di salvarla, l’ho condotta nelle braccia del suo torvo destino.

Si consultano fra di loro le due ragazze radiose, borbottano qualcosa che non capisco, qualcosa che mi riguarda, vorrebbero aiutarmi. Sono splendide nella loro giovinezza florida, splendide come io non sono mai stata, splendide quanto Sara nelle giornate di maggio quando da bambine rotolavamo sui campi d’erba umida.

L’uomo, invece, ha lo sguardo sempre più contaminato, sempre più severo, non c’è barlume di pietà nei suoi occhi.

Possibile che la mia trasparenza abbia trasformato questo treno in un tribunale per la mia anima? C’è chi mi assolve e chi mi condanna. La vita è fatta così.

Dietro la ciocca di capelli provo a proteggermi dalla mia evanescenza, provo a non far affiorare questo desiderio lancinante di sentir vibrare il telefono, di udire la voce strafottente di Sara che mi dice: “Ehi, rompipalle di una sorella, mi credevi morta, vero?”.

Guardo fuori, la velocità di questo treno moderno mi fa vedere il mondo di corsa, le immagini della campagna si confondo fra loro, i filari di vite paiono rettilinei sovrapposti, le colline sembrano inseguirsi in un gioco senza fine. Solo le gocce di uno scroscio di pioggia improvviso se ne stanno immobili sul finestrino, a guardarmi, pure loro.

Senza Sara, mi rimane papà.

Torno da lui perché cancellare non posso. Ricomincio da lui perché è l’unica cosa sensata da fare. Vivrò col suo giudizio su di me, vivrò col mio giudizio su di me. Non riesco ad immaginare niente di più coraggioso, niente così pieno di speranze.

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