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Le arcate di metallo sopra la stazione puntellavano a fatica il cielo plumbeo. Col naso all’insù, Cloe immaginò lo sforzo dei tiranti contando le perline di condensa sulle lamine d’acciaio della copertura. Quando raggiunse centoventiquattro, due goccioline prima si abbracciarono e poi si lanciarono nel vuoto. Il grido di disperazione la colpì in pieno volto. Cloe si leccò il mento ed esclamò.
– “E’ fredda… e dolce: dunque non è sudore! Non è strano?”
Lo sconosciuto in giacca e cravatta al quale aveva posto a bruciapelo la domanda, s’allontanò con ampie falcate lungo la banchina. Cloe s’annusò le ascelle: puzzava, ma poteva andar peggio.
– “Che bisogno c’è di correre? Il treno non è neppure all’orizzonte.”
Si guardò attorno, stropicciò il naso e intonò il ritornello d’una vecchia canzone.
– “Che fretta c’era, maledetta primavera, che fretta c’era…”
Rise, mostrando gengive color salmone e denti spezzati: un colpo d’occhio davvero raccapricciante. I veri viaggiatori, quelli che avevano un posto dove andare, la circumnavigavano tenendosi a debita distanza con lo sguardo di chi giura di trovarsi altrove.
– “L’incensiere!” – disse Cloe, attenta più al tono che al commento, come certi afasici – “L’incensiere!” – ripeté.
In effetti un signore si fermò e colse, un po’ allarmato, soprattutto il tono delle parole di Cloe.
– “Il ragazzo che portava l’incensiere della mia prima comunione, era proprio bello. Soprattutto l’angolo degli occhi: l’avevo soprannominato Lince” – pausa di riflessione – “a causa dello sguardo acuto”.
Rise Cloe, mostrando ancora le gengive salmonate. Influenzato dallo sguardo febbrile della donna, il signore esitò per un istante trovandosi a cullare immagini d’infanzia: giocò a lippa con le sopracciglia e le incrociò in un modo buffo, fino a formare una x che stampigliò sul volto della donna a mo’ di trasferello. Si riscosse disarmato e se ne andò.
Cloe annusò l’aria.
Fece un pensiero che subito le parve di una lucidità sconcertante: se c’era stata un’alba, quella mattina, qualcuno doveva averla lessata insieme a un uovo. Il pensiero le mise fame. C’era ancora del tempo, tra un treno e l’altro, così guardò verso l’entrata del bar della stazione. La porta del locale vomitò una serie infinita di viaggiatori con bagagli e bambini, del tutto simili agli omini neri e stilizzati che non compiono alcuna azione nei segnali stradali. Mossa a compensazione, pensò con forza ‘azione!’ ed iniziò a girare in mezzo ai tavoli. Anche se il film era lo stesso ogni mattina, la fame non dava mai segno di stancarsi. Puntò il tavolino di una signora di mezza età con un cappello rosso a bombetta e le si sedette giusto accanto.
– “Buongiorno.”
La bombetta sussultò e s’inclinò appena di lato.
– “Piacere, mi chiamo Cloe e sono bravissima a pensare i pensieri.”
Le gambe color nero sbiadito della sedia slittarono all’indietro esibendosi in un impeccabile “moonwalking”, quasi fossero in assenza di gravità. Ripristinato il minimo spazio vitale che le consentisse di sfuggire all’alito di Cloe, la donna con la bombetta rispose al saluto poco convinta, ma cortese.
– “Buongiorno. In cosa… in cosa posso aiutarla?”
– “Facciamo cappuccio e brioche. Ma anche la brioche da sola va bene uguale.”
– “Lei deve avermi presa per barista, ma…”
La donna lanciò intorno occhiate confuse, senza trovare conforto nel viavai distratto dei turisti. Cloe colse al volo l’attimo di distrazione per protendersi in avanti ed afferrarle un polso.
– “No: l’ho solo presa per mano, come vede.”
I polpastrelli erano così caldi che la donna si sciolse i capelli, dopo aver tolto il cappello.
– “Va bene, signora, come ha detto di chiamarsi?”
– “Cloe. Cloe… Chard, per la precisione.”
– “Bene, signorina Cloe Chard, la cassa è proprio lì, di fronte. Ora mi lascia andare? Tra mezz’ora ho il treno e…”
Cloe rise di una risata piena, che proveniva dal petto. Il suo alito disgustoso fece socchiudere gli occhi alla donna.
– “Ha forse paura? Paura di una barbona? Non badi all’aspetto: sono solo un’anima di passaggio che ha scelto una stanza all’aperto per sopravvivere. E lei ha dei capelli così…”
La donna si fece attenta. Il volto di Cloe stava mutando pian piano d’espressione, invaso da un malessere improvviso. L’affanno le gonfiò le guance, facendola rassomigliare a una ciambella appena uscita dal forno.
– “Tutto bene?” – chiese la donna.
Cloe tirò su col naso e fissò i suoi occhi in quelli della donna.
– “Come allo specchio.”
– “Eh?”
– “Si pettinava come allo specchio…”
– “Io? Io non…”
– “Si sedeva sull’orlo del letto, dava le spalle al mondo e poi si pettinava. Ma lo specchio non c’era veramente: Maria si specchiava nel muro.”
Lo sguardo sgranato quanto la pellicola d’un vecchio filmino in Super-8, Cloe prese ad accarezzare i capelli della donna. Un gesto materno, in fragile equilibrio tra tenerezza e sofferenza, cadenzato sull’orlo del vuoto. Riprese.
– “Me la rivedo come allora: appesa a un ramo del giardino, il vestitino giallo sporco d’erba, il cerchietto con quell’assurda farfalla a forma di salsiccia. “Che schifo, hai una salsiccia nei capelli” le dicevo. Fuori era sempre in movimento: saltava, ballava, correva…”
La donna iniziò ad avvertire un senso di dolore nei capelli. Cloe spinse la voce in basso, fino a strisciarla sul ghiaino.
– “In casa invece si spegneva. Avevamo una spazzola tutta sdentata. La impugnava in modo strano, quasi pesasse venti chili… e poi si pettinava contro il muro.”
– “Chi er…” – la donna deglutì, spezzando il flusso della voce – “chi era?”
– “Non ha importanza. O almeno, non ha più importanza di chi sei… Tu.”
Non c’era rimprovero nel tono di Cloe, solo l’incedere malfermo d’un ginocchio di bambina, sbucciato e sanguinante.
– “Hai ragione. Non… n-non ti ho ancora detto il mio nome. Che maleducata.”
– “Ma non dirmelo, allora. Ah, i nomi… Hai presente i bambini prima d’imparare a leggere?
– “Sì, credo di sì.”
– “Credi o l’hai presente? Intendo, riesci a ricordarti com’era il mondo prima che ogni cosa avesse un nome?”
– “…”
– “Le lettere sono disegni come altri, per i bambini. Poi imparano a leggere e quelli non sono più disegni, ma strani garbugli che messi insieme significano cose; così i bambini dimenticano un sacco di altre cose buone. Come la marmellata.”
Cloe fece schioccare il linguaggio sul palato e poi soffiò piano, lasciando che il sapore della conserva di prugne si dissipasse nell’aria. La donna ne percepì il brusio indecifrabile, ma non poté fare a meno di obiettare.
– “I bambini… i bambini non dimenticano mai la marmellata!”
– “Oh. Ne sei sicura? A Maria, invece, capitava spesso di spalmare solamente la parola “marmellata” su una fetta di pane. Una volta quasi soffocò perché gli andò di traverso la doppia elle.”
– “Io… io…”
Cloe affondò il dito nella conserva che stagnava nell’aria e fece il gesto di portarlo alla bocca per leccarlo, ma un attimo prima di completare l’azione si trattenne. Studiò gli occhi sbarrati della sua interlocutrice e le porse il dito ricco di sapore. La donna aprì la bocca e lo succhiò.
“Ecco…” – sussurrò la barbona – “le persone sono come l’alfabeto per i bambini prima d’iniziare a leggere, solo che poi gli diamo un nome e diventano un’altra cosa. Allora tu non dirmi il tuo nome, così io vedrò tante persone in te.”
La donna rigirò con la lingua il dito sporco di marmellata e tirò su col naso, in un’impacciata mistura di sorpresa, rassegnazione e muco. Poi, non appena il gesto con la bocca prese un nome diventando un’altra cosa, sputò via tutto ed arrossì violentemente. Lanciò attorno occhiate allarmate nel timore che qualche cliente del bar avesse potuto notare la scena e decise di gettarsi subito alle spalle l’increscioso episodio riallacciando il filo discorso.
– “Ma tu…” – attaccò dal nulla senza smettere di strombazzare col naso in un fazzoletto – “tu il tuo nome me lo hai detto.”
– “E tu dimenticalo!” – disse Cloe, sorridendo. Si accorse che la donna le stava guardando la bocca come si osserverebbe un ributtante buco nero, dal quale avrebbero potuto emergere, con uguale probabilità, un lampo di raggi gamma o un calzino bucato. Allora sorrise più forte, se possibile.
– “Il mio treno… l’ho perso!” – si riscosse la donna.
– “Il tuo treno!”
Restarono in silenzio per un po’. Di colpo non c’era alcuna fretta nell’aria e la signora prese a sospirare forte. Non c’era da sbagliarsi: Cloe la ricalcava, imitandola.
– “Tutto bene?” – chiese la donna.
– “Non si risponde a una domanda con un’altra domanda.”
– “Ma io non credo di…”
– “Sì. Ti ho chiesto se fosse così indispensabile prendere il tuo treno, o almeno l’ho pensato. Non sempre si ha il coraggio di fare certe domande, d’accordo, ma non meritano comunque risposta, queste domande un po’ vigliacche?”
– “Non so. Io forse avrei voluto chiederti, prima, di chi stessi parlando, quella storia del…”
– “Ed io ti ho risposto. Ma non mi senti? Forse era una risposta vigliacca, la mia, in quel caso, di quelle che non trovano il fiato per. Punto. Però adesso mi hai risposto anche tu! E così puoi fare benissimo a meno di prendere quel treno…”
La donna si stropicciò la faccia con entrambe le mani. Aveva voglia di mettersi a parlare da sola e in quell’attimo l’odore malconcio di Cloe la investì per intero. Pensò di esser stata in una sorta d’apnea fino a quel punto e si chiese come avesse fatto. Ma non disse nulla.
– “Allora” – disse Cloe – “a questo punto lascia stare il tuo treno: ci vieni con me, Maria?”
– “T-tu sai il mio nome! Non è possibile… E quella della storia sono io, vero? Ma mia sorella è morta. Tu… tu non puoi essere lei!”
L’espressione della barbona s’incupì bruscamente: la gente, quando ci si mette d’impegno, è davvero impareggiabile nel non capire niente.
– “Certo che no. Di cognome non faccio mica Bandolieri.”
– “Aaaah!”
– “Cosa c’è da urlare, adesso?”
– “Tu… tu… mi leggi nel pensiero? Mi fai sentire strana.”
Maria si alzò di scatto dalla sedia ed afferrò il cappello rosso con tale foga da affossarne la sommità. Cloe rimase in silenzio a contemplare la donna correre da un capo all’altro del cervello per sprangare le finestre e girare i chiavistelli: un misto di paura e disperazione che le tolse ogni illusione. Barricata in casa, Maria si congedò con voce ovattata, come se filtrasse attraverso una porta chiusa.
– “Devo andare. Devo proprio andare”.
– “Aspetta…”
Nel tentativo di trattenere la donna per un braccio, Cloe perse l’equilibrio cadendo all’indietro. Il tonfo fece convergere gli occhi dei clienti verso il tavolo ormai libero del bar, accanto al quale l’orribile barbona giaceva seduta sul pavimento.
– “Scusa non volevo…” – farfugliò Maria, subendo il peso degli sguardi dei clienti.
– “Non fa nulla, aiutami ad alzarmi”.
Cloe tese la mano. Oddio… che mano! L’orlo nero delle unghie, la pelle riarsa piena di tagli, lo sporco rannicchiato tra le dita… Maria trattenne a stento un conato di vomito pensando che aveva succhiato una di quelle dita. Assurdo. Terrificante. D’istinto, abbrancò la sua valigia ed arretrò con passettini isterici, calzandosi in testa il cappellino rosso mezzo schiacciato.
– “Devo andare. Mi spiace, d-devo proprio andare…”
– “E la mia brioche?” – domandò Cloe sconsolata.
La donna continuò il suo moto a ritroso fino al bancone del bar. Sempre tenendo gli occhi fissi sulla barbona, quasi s’aspettasse l’attacco imminente d’una belva ferita, spiaccicò sul bancone una banconota da cinque euro e ordinò con voce troppo acuta.
– “Un c-cappuccio e brioche per la signora… q-quella che è caduta in terra…”
Poi corse via, verso i binari, trascinandosi dietro sia la valigia che la targhettina in stampatello appesa alla cerniera, sopra la quale si poteva leggere: “Maria Bandolieri”.
Prese il treno successivo, appena in tempo. Proprio davanti a lei, salì sulla scaletta una bambina. Portava un vestitino giallo e un cerchietto con sopra una farfalla a forma di salsiccia.
Cloe si avvicinò al bancone e ordinò.
– “Cappuccio e brioche.”
Il barista le sorrise con l’aria di chi è convinto di saperla lunga e in breve le consegnò quanto richiesto. Poi fece il gesto di porgerle il resto, ma la donna rifiutò.
Con la pancia meno vuota e l’aroma di caffè a solleticarle le parole, Cloe riprese la via dei binari. Seduto sull’ultima panchina in fondo al marciapiede del primo binario, notò un giovane con la chitarra e i capelli ricci, molto lunghi. La barbona s’incamminò lentamente.
Molto. Lentamente.
– “Ciao. Cosa stai suonando?” – disse al termine del viaggio.
Il ragazzo continuò ad arpeggiare sulle corde con il corpo completamente ripiegato sullo strumento e le rispose senza alzare gli occhi.
– “Musica.”
Le dita parevano le zampe d’un ragno obeso costretto ad arrampicarsi a fatica lungo il manico della chitarra.
– “Piacere, mi chiamo Cloe e sono bravissima a pensare i pensieri.”
Il ragazzo annuì ed emise un brontolio, che la donna decise di interpretare come un segno d’assenza. Si sedette all’altro capo della panchina scrostata per osservare meglio le trame invisibili disegnate dalle dita del musicista. I capelli scendevano in rigogliose cascatelle dalla nuca alla fronte nascondendo il volto, ma Cloe non si demoralizzò e si distese a pancia in giù sul tratto di panchina libera puntando i gomiti per sostenere il mento: così, dal basso, riusciva a intravedere gli occhi del ragazzo. Sorrise al pensiero che, da lontano, la postura alquanto buffa avrebbe potuto farla scambiare per una ragazzina.
– “Eh, anche io, a volte, non ci sono mentre racconto una storia” – aggiunse, continuando a studiare l’intrigante confluenza tra le note e l’espressione del musicista. Poco più oltre, la custodia nera della chitarra giaceva a bocca semi-aperta, coperta di adesivi provenienti da ogni angolo del mondo.
Il ragazzo girò la testa e la guardò. Probabilmente ciò che vide non gli piacque, perché il labbro si tese leggermente di traverso in un barré di tre corde. La barbona sospirò.
– “Chi viaggia molto cerca qualcosa.”
Le note continuarono a rincorrersi, appena un po’ più acute, ma niente più. Così Cloe riprese a parlare.
– “Andrea viaggiava molto… diceva sempre che il viaggio è la vana ricerca dello smarrimento, una sorta di vertigine per poveri illusi. Il fatto è che quando arrivi in un posto e pensi di avercela fatta, dopo un po’ cominci ad orientarti.”
– “Mi stai rompendo il cazzo, vecchia” – sbottò il ragazzo.
La clochard lasciò sbocciare una risata cristallina.
– “Non sono vecchia, solo un po’ sgualcita. Ho poco più di vent’anni sai?”
Il ragazzo smise di suonare e scostò i capelli dagli occhi per guardarla meglio: la donna ripugnante che lo osservava dal basso, stesa sulla panchina, non poteva avere meno di cinquant’anni. Portati male.
– “Seeee, ‘sti cazzi” – disse e riprese a suonare.
Cloe pensò che il mondo doveva averlo già bastonato a dovere, ma non si arrese: quando, nell’altra vita, aveva fatto la guida turistica, s’era dovuta cimentare con interlocutori ben più astiosi.
– “Andrea voleva lasciarsi alle spalle la sua vita, ma per quanto viaggiasse era sempre con sé. Sì, intendo… Andrea era con sé.”
Sul finire della frase, le pause tra le note si dilatarono tanto da rendere sfuggente la sequenza armonica e il ragazzo girò di nuovo il capo per guardare la barbona.
– “Ma insomma… che cazzo vuoi da me?”
Restarono in silenzio per un po’ e anche la musica iniziò ad oziare poiché di colpo non c’era nulla che andasse detto.
Arrivò un convoglio ultraveloce e lo spostamento d’aria fece spalancare la bocca della custodia della chitarra. Nel contempo, il fischio del treno gridò intimando a tutti di allontanarsi dai binari. Una cartaccia s’alzò in volo e atterrò a pochi centimetri dai piedi del ragazzo.
– “Parlare” – disse Cloe, e si guardò la punta delle scarpe. Sulla sinistra c’era un buco, nel quale viveva rintanato il suo alluce. Faceva appena capolino l’unghia grigia, troppo lunga.
– “Di cosa?”
– “Dei viaggi di tuo padre. Quando partiva. E quando tornava, riportando a casa una canzone nuova, musiche di qualche terra lontana. Era convinto che la musica fosse una sorta di linguaggio universale.”
– “Tu come fai a sapere certe cose?”
– “Immagino.”
– “Non era mio padre, era mia madre. Mio padre non l’ho mai conosciuto.”
Il ragazzo appoggiò la chitarra nella custodia, incuriosito. Cloe riprese il suo racconto.
– “Anche Andrea sapeva bene da cosa fuggiva, ma quello che cercava non era in nessun posto. Una volta mi telefonò dall’Islanda. Disse che il giorno prima si era avventurato da solo nella neve, che aveva camminato per ore ed ore finché il freddo non gli aveva cancellato sia le mani che i piedi. Allora si era fermato, aveva staccato una piccola stalattite che gli si era formata sulla punta del naso e aveva scoperto che attorno a lui non era rimasto che bianco nudo in ogni direzione. Si era girato più volte incredulo, scrutando verso nord, sud, est ed ovest: nulla oltre al candore dei ghiacci perenni. E per un attimo si era sentito libero, felice… poi però, soffermandosi a guardare nella direzione da cui era venuto, s’era accorto delle tracce. I suoi passi avevano lasciato dei segni nella neve, avevano scritto qualcosa e il suo passato l’aveva pedinato e scovato anche lì.”
– “Mah… che storia del cazzo.”
– “Aspetta. Il bello deve ancora venire. Andrea mi disse che qualche attimo dopo, immerso in quel bianco totale capace di congelare i pensieri, aveva sentito l’eco del silenzio artico. E subito dopo una canzone: “a-weema-weh, a-weema-weh, a-weema-weh, a-weema-weh, in the jungle, the mighty jungle, the lion sleeps toniiiiiight”…”
Il ragazzo scoppiò in una fragorosa risata. Cloe pensò che aveva dei bei denti e si tirò a sedere sulla panchina.
– “Sei proprio una strana vecchia” – disse aggiustandosi i capelli, mentre con slancio giocoso tornava a imbracciare lo strumento – “dai… io suono e tu canti.”
Le note della famosa canzone di Solomon Linda e dei Tokens, basata su un’antica melodia africana, riecheggiarono nella stazione. Cloe era abbastanza intonata e, comunque, dove non arrivava con la voce, si spingeva col pensiero. Accennò pure qualche passo di danza e alla fine del brano, attorno ai due si era raccolto un piccolo capannello di viaggiatori.
– “Quanti pensieri” – disse la barbona, ansimando vistosamente e si lasciò cadere seduta sulla panchina – “non pensate tutti insieme, mi fate girare la testa.”
Si sventolò con la mano, come a scacciare uno sciame di api ronzanti, e pian piano il piccolo crocchio di spettatori si disperse.
Dopo averla fissata a lungo, il ragazzo chiese.
– “Come hai fatto a finire così?”
– “Io non finisco mai, Andrea… almeno finché posso iniziare un nuovo pensiero. E anche quando la storia è sempre quella, posso leggerla con occhi nuovi.”
– “Cazzo, ma sei fatta?”
La barbona si riscosse, colpita da un flashback improvviso.
– “Ti ricordi quella volta che mi hai detto: “Le persone non fanno i pensieri, sono i pensieri che fanno le persone”? Avevi ragione.”
D’istinto, il ragazzo avrebbe voluto replicare che non si erano mai incontrati prima, ma qualcosa glielo impedì. Restò in silenzio, muovendo le dita sui tasti del manico della chitarra, senza però suonare. D’un tratto rabbrividì.
– “Tu non hai mai paura, Cloe?”
– “Certo che sì, ma seguo il tuo consiglio.”
Il ragazzo sorrise. Fece per iniziare a parlare due o tre volte, senza sapersi decidere. Nel frattempo la voce automatica annunciò un ritardo di cinque minuti per il treno in arrivo al binario sei. Infine si decise.
– “Ok, sentiamo che cazzo t’ho detto, eh…”
Anche la barbona sorrise di rimando.
– “Non posso credere che tu abbia dimenticato il tuo mantra preferito. Non passava giorno che non trovassi l’occasione buona per snocciolarmelo, tra il serio e il faceto.”
– “Sarà che anch’io sto invecchiando. Bah… faceto, ma come parli!” – chiosò il ragazzo, stando al gioco.
– “Ricordo quando mi raccontasti dell’ocarina, quella di terracotta colorata, gialla e verde coi puntini rossi, che ti riportò tua madre dall’Argentina. Era stata quella volta che non vi diede più notizie per due settimane e tua nonna guardava il telegiornale che mandava le immagini di guerriglia a Plaza de Mayo e piangeva. Avevi avuto paura ed eri venuto in stazione, ma io non c’ero. Allora mi telefonasti.”
Il musicista ascoltava a bocca aperta, stupito per come alcuni dettagli del racconto della clochard somigliassero ad eventi reali della sua vita passata. Peraltro, l’intensità della voce della donna era tale che la realtà non poteva che inchinarsi alle parole.
– “Si capiva che avevi paura, io ti chiesi dov’eri e tu mi rispondesti con la voce scossa dai brividi. Eri poco più d’un bambino. Mi dicesti: “quando ho paura, treno”. Sì sì, proprio così.”
Il ragazzo squadrò di nuovo la clochard da capo a piedi, cercando il trucco, la virgola fuori posto che ne tradisse la natura innaturale, ma l’unica cosa che trovò fu il foro sulla scarpa sinistra. Cos’era quella donna? Una specie di santone andato a male? Una viandante dello spazio tempo?
– “Chi sei?” – domandò, non senza un velo di timore nel tono, aggrappando lo sguardo al tabellone delle partenze e degli arrivi. Proprio in quel momento venne cancellato il nome del treno che aveva appena lasciato la stazione.
– “Beh, che domande, sono Cloe, ma te l’ho detto, no?”
– “Giusto, sì…”
La voce meccanica annunciò il convoglio in arrivo al binario 6.
Il ragazzo si alzò in piedi e vacillò per una frazione di secondo. Respirò a fondo, chiuse la chitarra nella custodia e restò immobile, accanto alla barbona. Era almeno venti centimetri più alto. Cloe lo abbracciò con gli occhi, con affetto quasi materno.
– “Devi andare?”
– “Credo di sì, il treno.”
– “Bene.”
La donna si avvicinò in punta di piedi, per baciarlo, ma l’alito fece scartare un passo indietro il musicista.
– “Beh, arrivederci, Cloe.”
S’incamminò lentamente, imboccò il sottopassaggio per i binari 5 e 6, poi tornò indietro, passò davanti al bar e uscì dalla stazione. La barbona lo osservò da lontano, senza lasciare la panchina. Non appena il ragazzo sparì, tornò verso le sale d’attesa accanto al bar. Sulla porta d’ingresso, si scontrò con una donna che usciva di gran fretta dall’androne.
– “Guarda dove vai, stronza!” – sbottò la tipa, precipitandosi a raccogliere la borsetta che le era sfuggita di mano nell’impatto.
– “Mi scusi… anche lei però andava così di corsa!”
La donna digrignò qualcosa del tipo “stupida barbona” ed estrasse preoccupata dalla borsa un sacchetto bianco avvolto attorno ad un oggetto che doveva essere piuttosto fragile. Se lo rigirò un attimo tra le mani e Cloe notò che si trattava di un’ocarina gialla e verde, coi puntini rossi. Sollevata dall’integrità dello strumento, la donna s’involò verso il treno in partenza al binario 1 senza degnare la clochard di ulteriori attenzioni.
Cloe trovò un giornale vecchio di due giorni e si sedette a leggere nella sala d’attesa accanto al bar.
Qualche tempo dopo, sentendosi osservata, alzò gli occhi dal quotidiano. Curioso, pensò, di solito l’osservatrice sono io. L’uomo che continuava a guardarla troppo intensamente si era seduto di fronte a lei ed emanava un lieve profumo di dopobarba antiquato. A Cloe ricordò la bottiglietta di lozione di suo nonno, quella che santificava le feste, la domenica mattina.
– “Posso esserle utile?” – domandò la barbona.
L’uomo sorrise senza rispondere, continuando a sondare le pieghe impolverate dei vestiti della donna, dalla testa fino ai piedi. Quando arrivò al buco sulla punta scarpa destra, scosse il capo disgustato e si rassegnò a parlare.
– “Cloe, non è vero?”
– “Non è buffo come ci sentiamo subito rassicurati, non appena riusciamo a dare un nome a qualcosa?”
L’uomo sorrise e si accomodò il nodo della cravatta.
– “Piacere, Cloe. Sono Marco Ghezzi, giornalista del Fatto” – si alzò e si avvicinò, porgendole la mano – “ce l’ha un po’ di tempo per parlare anche con me?”
– “C’è sempre un po’ di tempo, tra un treno e l’altro.”
– “Beh, allora le offro un tè caldo, se non le dispiace.”
– “Se aggiungiamo un toast, affare fatto.”
Il giornalista sorrise di nuovo e con gesto galante le offrì l’appoggio di una mano per alzarsi. Cloe prese sottobraccio l’uomo e si incamminarono verso il bar. Raggiunto un tavolo appartato, ripresero a parlare.
– “Allora, Cloe, posso farle qualche domanda?”
– “Se crede. Comunque non ho visto né sentito niente: mi perdo spesso nei miei pensieri. Mi spiace per quella donna.”
La voce della barbona s’incupì fino a farsi concava di dolore.
– “Quale donna?” – chiese l’uomo.
– “Non è qui per Francesca la donna violentata l’altra notte?”
– “In effetti sto scrivendo un pezzo sulla donna violentata e chiedi qua, domanda là, più d’una persona m’ha consigliato di sentire Cloe. Ma non è solo questo: gode di una certa fama, qui intorno, lo sa? Mi hanno raccontato storie quasi incredibili, così mi è venuta voglia di conoscerla. I giornalisti sono persone curiose.”
– “…”
La barbona si grattò i capelli con vigore, appena sopra l’orecchio destro. L’uomo sospirò, leggermente deluso.
– “Allora, quanto c’è di vero nelle leggende che circolano su di lei?”
– “Non dovrebbe fumare. Non dopo aver visto morire suo padre.”
– “Uh?”
Il giornalista rinculò sullo schienale della sedia, percosso dall’improvvisa immagine mentale del letto di morte del padre. L’odore della piaga sul collo uscì da qualche anfratto del cervello e si mescolò con quello delle pieghe di Cloe, dando corpo alla sofferenza. Si stupì, come allora, del contrasto tra il colorito paonazzo del volto e il pallore del resto della pelle, incantandosi a fissare il rigonfiamento più grande d’una palla di tennis sul lato destro del collo. D’istinto, piegò il capo dal lato opposto, costretto a concedere spazio al tumore della laringe nei suoi pensieri. La barbona annotò il sudore freddo e la posa innaturale.
– “Mi ha sempre affascinato il collo: è la via di accesso della vita alla testa. Il sangue, l’aria e il cibo passano dal collo… e anche le parole passano dal collo prima di uscire dalla bocca. Collo, colloquio: non può essere un caso.”
– “No… non può essere un caso, certo” – convenne il giornalista, intento a ricomporsi.
– “E’ l’ambivalenza ciò che più mi spaventa. Per esempio, da un lato, per dimostrare affetto a qualcuno gli gettiamo le braccia al collo, ma dall’altro farsi prendere per il collo implica mettersi in una posizione svantaggiosa, perdere la propria libertà decisionale.”
– “Come faceva a sapere di mio padre?”
Cloe scivolò un sorriso mesto sulle labbra, poi schioccò la lingua.
– “Gli odori raccontano storie che a volte è facile indovinare. Diciamo che… sono andata a naso.”
Il giornalista si accomodò meglio a sedere, non senza tradire un certo nervosismo.
– “Ok, Cloe. Mi racconti qualcosa di lei, allora. Io non sono altrettanto acuto.”
Cloe sospirò e volse lo sguardo oltre la vetrata del bar, leggermente appannata.
– “Prendere il treno e andare da qualche altra parte. La gente parte per andare da un’altra parte. O forse parte per recitare la stessa parte, da qualche altra parte.”
– “Le piace giocare con le parole.”
– “Sono le parole a prendersi gioco di noi.”
– “E’ evidente che ha una buona cultura, Cloe. Com’è finita sulla strada?”
– “Per caso.”
– “Cioè?”
– “Un incidente.”
Tirò in su le labbra mostrando i denti spezzati superstiti e ci fece scorrere sopra il polpastrello dell’indice.
– “Non vuole dirmi di più? Che lavoro faceva?”
Cloe iniziò a sentirsi un po’ a disagio: non era abituata a ricevere domande e parlare della sua vita precedente le scatenava un fastidioso senso di vertigine.
– “Guida turistica. Ho un diploma di laurea accademico in arti visive. Parlo anche inglese e francese.”
– “Quanto tempo fa è successo?”
– “Non saprei. Non saprei più dirlo. Diciamo molti treni fa.”
Seguì una lunga pausa. Era chiaro che la barbona non aveva voglia di raccontarsi, ma il giornalista non sembrava disposto a rinunciare all’intervista. Ordinò il toast e il tè per la donna, mentre per sé chiese un aperitivo.
– “Allora, Cloe? Non ha parenti?”
– “No.”
– “E dell’incidente, non vuole raccontarmi qualcosa?”
– “Una banale caduta dalle scale. Solo che in fondo c’era anche una specie di pomello di bronzo, proprio all’estremità del primo gradino. Non aveva una funzione particolare, credo: stava lì per bellezza. E io me ne intendo d’arte…”
Il giornalista sbuffò, pensieroso, senza riuscire a cogliere l’amara ironia della donna.
– “Dev’essere stata una gran botta.”
– “Non so. Mi hanno raccolta con la faccia sparpagliata attorno al pomello. Trauma cranico, coma di qualche giorno, una gamba rotta e quattro settimane d’ospedale.”
La barbona rabbrividì, sentendo il ricordo mordergli la testa. Il senso di vertigine aumentò fino a comunicarle un vago senso di nausea.
– “Beh, non mi dà l’idea di essere una persona che si arrende facilmente. Intendo, non può essere stato solo quello.”
– “Dice? Ha mai provato a fare un colloquio di lavoro con la bocca in questo stato? Per la gamba ci sono voluti quasi tre mesi, ma cammino. I denti in ospedale non li aggiustano: devi pagare. E se non lavori non hai soldi. E se non hai i soldi non ti fai la dentiera. E se non ti fai la dentiera non lavori. Dopo l’incidente nessuna agenzia di viaggi mi voleva più, non avevo abbastanza soldi in banca e nessuna banca mi concedeva un prestito senza la garanzia di un lavoro.”
– “Amici? Aiuti dal comune?
– “Avevo chiesto un sussidio al Comune, ma per quasi un anno mi hanno detto che doveva ancora riunirsi la commissione: la verità è che i comuni non hanno più un soldo. E gli amici scappano, quando c’è da mettere mano al portafoglio. La recessione ha fatto il resto.”
Il giornalista studiò perplesso la barbona.
– “Stavolta sono io che annuso dell’altro. Ci dev’essere per forza dell’altro.”
– “Non sono abbastanza vendibile come storia, eh? Troppo ordinaria.”
– “Non intendevo questo.”
Cloe si rannicchiò nei vestiti logori e maleodoranti, poi aggiunse.
– “Forse è vero, c’è dell’altro. Dopo la botta la mia testa non funzionava più come prima. Avevo spesso forti dolori e dei momenti in cui perdevo il filo dei pensieri. Ho dovuto ripensare il modo in cui pensavo i pensieri: non c’era più niente di automatico, qui dentro…” – picchiettò con l’indice contro la fronte, poi aggiunse – “funziona tutto coi comandi manuali. Col tempo mi sono abituata, ma ci sono voluti secoli.”
L’uomo estrasse un tablet dalla tasca della giacca, visibilmente deluso.
– “Capisco.”
– “Nessuna storia d’amore impossibile, nessun serial killer, nessun audace atto di rivolta contro il sistema, nessuna luce interiore. Sta perdendo tempo, Marco.”
Il giornalista sfiorò più volte il touch-screen, forse consultando l’agenda della giornata. Arrivarono le ordinazioni e il profumo del toast restituì un po’ di senso alle cose del mondo. Per qualche attimo, l’uomo osservò la barbona staccare piccoli morsi di cibo, più sorridente.
– “Ok, ora devo andare” – disse l’uomo alzandosi dalla sedia – “arrivederci Cloe.”
– “Tuo padre mi raccontava spesso questa storia. Vuoi ascoltarla?”
L’uomo esitò, guardò verso l’uscita, ma tornò a sedersi.
– “Sentiamo.”
– “C’era una donna, sporca, tutta spettinata in mezzo alla corsia delle bibite di un centro commerciale. Lanciava grida acute, strappandosi i capelli a ciocche. La gente, vedendola ululare a quel modo, scappava via di gran carriera. UUUUUUUuuuuuu!!!!”
Cloe iniziò ad urlare a bocca spalancata. In breve, sputacchiò una sventagliata di pezzi di toast sul tavolino e attirò l’attenzione di tutti i clienti del bar. Uno spettacolo davvero disgustoso. Il giornalista farfugliò a disagio.
– “Ok, ho capito, si calmi adesso!”
– “UuuuuuUUUuuuuuuUUuu!!!!”
Alcuni avventori abbandonarono il bar scuotendo la testa. Anche Marco accennò ad alzarsi, ma con un guizzo Cloe gli arpionò un braccio.
– “Ecco, Marco… proprio come nella storia che mi raccontava tuo padre: la gente scappava. Da un lato la donna che urla e dall’altro la gente che fugge. Cosa sarebbe successo se anche tuo padre fosse fuggito? Di cosa avevano paura, tutti, eh? Di cosa?”
– “Mi lasci andare, Cloe. Ho da fare, adesso.”
– “Tuo padre, non scappò. Si fece incontro alla donna, le sorrise e le chiese cosa l’avesse spinta ad urlare. E in quel preciso istante, la donna si quietò e rispose. Sai cosa gli disse?”
– “N-no” – balbettò il giornalista, tornando a sedersi al tavolino.
– “La paura. Capisci Marco? Da un lato la donna urla perché ha paura, dall’altro la gente ha paura e fugge. Così la gente s’illude di poter sfuggire alla paura, mentre in realtà la porta con sé. Non è un bellissimo non senso?”
L’uomo rimase in silenzio, assorto, fissando la bocca di Cloe. Dovette ammettere che la barbona aveva un modo affascinante di succhiare l’aria e masticare le parole. Le parole le spuntavano dalle labbra assumendo una consistenza fisica, tanto che per un attimo Marco ebbe l’impressione di individuare alcune sillabe negli sputacchi di toast.
La voce sintetica annunciò il convoglio in arrivo al binario 3 e la successiva coincidenza già in attesa al binario 7.
Cloe notò che il giornalista s’era incantato a guardare sul tavolino una mollica più grande delle altre. Allungò un dito e la spiaccicò sul piano del tavolo.
– “La paura è un’emozione così antica che forse non è neanche un’emozione: è puro istinto animale, istinto di conservazione che abita nei sotterranei della nostra testa. Siamo pieni di passaggi segreti…”
E a suggellare la verità delle proprie affermazioni, Cloe emise un lungo peto di tonalità quasi cristallina. Il giornalista sorrise, poi fu attraversato da un pensiero.
– “Di cosa aveva paura, la donna che gridava?”
– “Tuo padre non me l’ha mai voluto dire. Forse non lo sapeva: d’altronde, nulla è più potente dell’ignoto nell’evocare la paura. E non c’è nulla di più ignoto dei pensieri degli altri. Ma…”
– “Ma?”
– “Ma io l’ho osservata con attenzione e ho capito. Aveva paura di essere rimasta senza chinotto: lo scaffale era vuoto, e lei ha avuto paura di essere rimasta senza. Già, senza.”
La bocca del giornalista si contorse, indecisa tra aprirsi al riso o serrarsi in una smorfia di dolore. Cloe si pulì la bocca con un tovagliolino, quindi chiosò.
– “Proprio come l’altra mattina, quando hai frugato il pacchetto di sigarette e ti sei accorto che eri rimasto senza. Ti tremava la mano, addirittura. Proprio come quando tuo padre ti ha sibilato di aiutarlo a smettere di soffrire. Qualche giorno dopo hai guardato il letto vuoto, quello con le sponde in ferro fornito dall’ASL, e ti sei accorto che eri rimasto senza.”
Marco rabbrividì.
– “Sei… sei un mostro Cloe. Come fai?”
– “Ascolto le parole. Leggo il corpo. Riempio il vuoto tra un pensiero e l’altro.”
– “Non è solo questo. Tu sai comunicare. E’ la prima volta nella vita che mi capita una cosa del genere: ti ho sentito nei miei pensieri e mi sono sentito nei tuoi. E’ una sensazione… calda.”
– “Dev’essere la stessa cosa che ha provato la donna che urlava al supermercato, quando tuo padre le ha parlato. Poi qualcuno degli addetti al magazzino del centro commerciale deve aver portato col muletto un pallet nuovo pieno di chinotto. E tutti hanno ripreso a fare la spesa felici e contenti.”
– “Non c’è molta speranza, dunque.”
– “Chissà. La speranza è un sogno fatto da svegli. La paura è il sonno della ragione. Hanno più di qualcosa in comune… un giornalista dovrebbe saperlo: entrambe sono armi utilissime per governare il gregge. Beeeeee…”
Cloe si grattò una guancia. Con l’unghia dell’indice si procurò una leggera escoriazione, tanto che qualche attimo dopo una goccia di sangue fece capolino all’estremità inferiore del graffio. Marco sospirò, guardando i vestiti logori e sporchi della donna.
– “Scriverò un pezzo su di te, Cloe. Vedrai: sarai più famosa di… di Cloe Margeri Lombardi, la zia di Barbara Ponti nella soap Vivere.”
Stavolta toccò alla barbona rabbrividire.
– “Meglio di no. Preferisco essere invisibile. Come le città di Calvino. C’era una città che si chiamava proprio “Cloe”, sai? Era la città degli scambi.”
– “Davvero?”
– “Mmmm” – fece cenno di sì con la testa – “e infatti i binari di una stazione sono pieni di scambi, no?”
– “Vero…”
– “In stazione le nostre vite si incrociano, ma i nostri pensieri? Ognuno è perso dentro i fatti suoi, mentre sarebbe così prezioso fare qualche scambio. Guarda…”
Con gesto teatrale, la barbona indicò la gente che s’accalcava, correndo verso il binario di partenza, oltre i vetri del bar della stazione.
– “Vedi? Salgono su un mezzo di trasporto, quindi sono viaggiatori, ma nel contempo ogni viaggiatore è anch’esso un mezzo di trasporto che veicola pensieri. A volte riesco a intravederli, a intuirne almeno la coda: sono pensieri d’un attimo, pensieri passeggeri che faccio salire sul primo treno e cerco d’inviare a distanza.”
Per tutta l’ultima parte del discorso, Cloe gesticolò delicata, quasi dirigesse un’orchestra impegnata nel dar voce a un’aria melodica lieve e sommessa. Il giornalista si scoprì a seguire incantato le lievi oscillazioni della dita.
– “Davvero affascinante.”
– “Il viaggio dei pensieri. Guarda laggiù in fondo”.
Poco più avanti, al binario uno, un uomo anziano scalò a fatica i gradini del treno. In mezzo a tanti altri passeggeri, sarebbe passato quasi inosservato, non fosse stato per il pigiama. E per la vistosa tumefazione sul collo.
Marco balzò in piedi. Fissò Cloe, tornò a puntare lo sguardo sul treno in partenza, poi riprese a fissare la barbona con occhi sgranati. Indietreggiò, col volto pallido.
– “Ora devo davvero andare. Arrivederci Cloe.”
– “Arrivederci Marco.”
Con un rumore sferragliante crescente, il treno al primo binario prese a marciare verso un altrove come un altro. La barbona cullò per qualche minuto la pancia piena, poi s’incamminò verso i binari e gli scambi.
Il giorno seguente, Cloe aveva appena risistemato le sue cose nell’angolo della sala d’aspetto, quando s’accorse che qualcosa non andava. Decise di non dare ascolto ai suoi pensieri e continuò a piegare con cura i tre cartoni e la vecchia coperta. Infine se li mise sottobraccio e andò a riporli come ogni mattina dietro la terza panchina, oltre i servizi. Quando si tirò su, si guardò attorno con maggiore attenzione e comprese cos’era quel ronzio che le picchiava in testa: attorno a lei s’era raccolto un piccolo capannello di persone. La voce metallica che annunciava l’imminente arrivo di un treno al binario uno, gli diede un po’ di tregua. Tuttavia fu il sollievo d’un attimo, che subito i pensieri della piccola folla tornarono a stringersi attorno a lei.
– “Cloe, ti prego, leggimi i pensieri” – disse una donna con gli occhi tristi.
– “Cloe, fammi conoscere mio padre…” – implorò una ragazzina impegnata a masticare una gomma.
– “Cloe, dimmi cosa devo fare… accetto? E’ una buona idea?” – domandò un uomo di mezza età, che stranamente si sosteneva a un bastone.
– “Anche a me, Cloe…”
– “Cloe…”
– “Aiutami… s-sono così depressa, Cloe…” – balbettò una donna in lacrime.
– “Cloe, per favore…”
– “Cloe, fammi rivedere mia moglie…”
– “Vi prego… non… non pensate tutti insieme” – disse, la barbona arretrando, anche se si rendeva perfettamente conto di fare una richiesta ridicola.
– “Cloe….”
– “Cloeeee….”
L’aria si fece così densa di pensieri bisognosi d’ascolto che Cloe sentì di non riuscire a respirare. Fece alcuni passi barcollanti cercando di allontanarsi dalla folla che però non esitò a seguirla. C’erano troppe voci, troppe storie, troppe vite che premevano per entrarle in testa, tutte in una volta. La barbona temette di soffocare: le entravano in gola, negli occhi, nelle orecchie, nel naso… un ingorgo stradale che neanche l’ingresso in un grande parco dei divertimenti il primo di maggio.
– “Non sono Gardaland! Non sono Gardaland!!” – urlò, accelerando il passo, senza riuscire a distanziare la gente implorante.
La vista si confuse, offuscata dalle troppe immagini che pigiavano e si accalcavano contro i fori di accesso alla sua testa. I suoni si ammassarono in un’indecifrabile sinfonia cacofonica. Ebbe l’impressione che i capelli si rizzassero e la pelle si tendesse come corde di chitarra.
– “Cloe…”
– “Cloeeeee…”
– “Ascoltami, Cloee…”
– “Ti prego, Cloeee…”
Cloe la sentì montare a neve, salire schiumando dalle viscere alla gola. Era troppo disorientata per riuscire a controllarla, tutto stava accadendo in modo troppo concitato: impossibile riuscire a riorganizzare il filo dei pensieri in una trama. La paura la azzannò dall’interno e la barbona cominciò a lanciare attorno occhiate disperate alla ricerca di una via di fuga, di un altrove dove mettersi in salvo.
Iniziò a correre, sbandando vistosamente.
Il fischio del convogliò in arrivo al binario uno tagliò l’aria.
– “Quando ho paura, treno. Quando ho paura, treno. Quando ho paura, treno…” – ripeté, quasi a snocciolare un rosario, poi in un barlume di lucidità gridò – “no!”.
Non prese il treno.
Fu il treno a prenderla.

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