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Le stava succedendo di nuovo.
Enrichetta Bollati aveva un bel concentrarsi sull’editoriale dell’ultimo numero di Famiglia Cristiana. Non riusciva ad andare oltre la terza riga e quelle tre righe, lette e rilette, non avrebbe saputo dire di che parlavano. Il fatto è che ogni volta che alzava lo sguardo, se lo trovava davanti. Nudo, peloso, indifferente.
E questa volta era più grave del solito; non fugaci allucinazioni, ma una visione persistente. Che si trattasse di allucinazioni Enrichetta ne era consapevole. In quest’occasione, in particolare, non era possibile che l’uomo fosse veramente privo di vestiti in uno scompartimento così affollato. Bastava osservare i volti imperturbabili degli altri viaggiatori per comprendere che solo lei lo vedeva a quel modo, sconcio. Ma questo non le era di alcuna consolazione.
Quello che più sconcertava la non più giovane donna era che, a dar retta agli incubi e alle allucinazioni che da qualche tempo la perseguitavano, sembrava che lei avesse in mente solo quello, sì, il..il sesso, si disse arrossendo. E lei invece a quelle porcherie non ci aveva mai pensato, nemmeno da ragazza, figuriamoci ora.
Già, ma intanto di fronte a lei l’uomo era sempre nudo. E per giunta ora teneva le gambe leggermente divaricate, come a voler incanalare il suo sguardo verso i propri tesori. Enrichetta, come vinta da una forza superiore, lasciò correre gli occhi proprio lì. Che orrore! Non che lei se ne intendesse, ma le sembrava che il sesso di quell’uomo fosse particolarmente osceno, un serpentello repellente, forse un cobra pronto a ergere la testa per assalirla. Boccheggiò in una vampata di calore al solo pensiero, poi serrò le palpebre e recitò l’intero rosario.
Quando le riaprì lo scenario non era mutato. Era un’indecenza, ma lei non poteva prendersela certo con l’interessato. L’unica possibilità di sopravvivenza era che l’uomo scendesse presto dal treno.
– Mi scusi, lei dove è diretto?- la voce le era uscita strozzata. Il suo viso da topina era contratto come avesse chiesto una cosa sconveniente.
– Roma- rispose quello, stupito.
– Ahh- mormorò lei accasciandosi sullo schienale, mentre gli occhi ancora una volta le cadevano dove non avrebbero dovuto.
– Anche lei?- domandò l’uomo, più per educazione che per interesse.
Enrichetta annuì senza trovare il fiato per rispondere.
Tutte le sue energie mentali erano tese a trovare una soluzione. Non fosse stato per il Congresso Eucaristico a cui era stata invitata come uditrice laica, sarebbe scesa alla prima fermata per tornarsene in Piemonte. Ma lei doveva rappresentare la propria comunità religiosa, non poteva venir meno a un compito così prestigioso. Cambiare vagone? Si viaggiava su prenotazione e il treno era sovraffollato, rischiava di compiere il resto del viaggio in piedi in un corridoio stipato di gente, a stretto contatto con uomini sfacciati che magari avrebbe visto nelle stesse condizioni di questo. Cambiare treno? Ancora più rischioso, avrebbe dovuto rifare la prenotazione senza la certezza di trovare un altro convoglio in tempo utile, quella sera si sarebbe inaugurato il congresso con una seduta plenaria a cui non voleva assolutamente mancare. E allora, che fare? Di sicuro, se fosse continuata questa situazione incresciosa, non sarebbe arrivata viva nella Città Santa.
Si sforzò di fissare il suo dirimpettaio in viso, mentre dentro di sé lo implorava di coprirsi. “Almeno il coso” mormorò fra sé. “E i cosi”, aggiunse subito, nel timore che la preghiera telepatica risultasse monca. Avrebbe voluto invocare l’intercessione di qualche santa per rendere più efficace la sua supplica, ma non gliene venne in mente nessuna adatta e l’argomento era troppo scabroso per rivolgersi più in alto.
L’uomo sonnecchiava ignaro. Ma qualcosa di indefinito lo raggiunse perché all’improvviso riaprì gli occhi. Faticò qualche istante a mettere a fuoco l’immagine della donna che lo fissava con un’intensità imbarazzante. Era quasi protesa verso di lui e teneva le mani giunte come lo stesse pregando di qualcosa.
– Scusi?- le chiese, convinto che lei gli avesse rivolto una domanda che non aveva registrato.
Enrichetta arrossì violentemente sentendosi colta in fallo.
Poi la forza della disperazione o la mano di Dio le venne in soccorso.
– Il cappello, per cortesia.- disse con voce querula.
Lo aveva notato solo ora, ma il cappello in testa all’uomo lei lo “vedeva” dall’inizio. E adesso le poteva tornare utile, se solo avesse avuto un po’ di fortuna.
– Scusi?- ripetè lui, che non capiva.
– Sì, il cappello, se lo potrebbe togliere?-
– E perché mai?-
– Bè, davanti a delle signore.- azzardò Enrichetta con le ultime forze.
– Questa poi!- bofonchiò l’uomo incredulo.
Poi però prese il Borsalino, lo rigirò tra le mani spazzolando la tesa con gesti infastiditi e anziché rimetterselo in testa se lo appoggiò sul ventre.
– Grazie Signore!- esultò la donna.
– Prego- rispose secco lui, non capendo che intendevano due signori diversi.

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