m salem_parkour tra le macerie

Nella notte tra il 22 e il 23 luglio 2014 l’IDF centra 80 obiettivi a Gaza; durante il giorno precedente da Gaza erano stati sparati oltre 30 razzi Qassam in territorio israeliano. Alle 15,35 del 23 luglio viene proclamata una tregua umanitaria, i combattimenti sospesi per permettere i soccorsi. Alle 17,05 un convoglio di sette ambulanze e due auto della Croce Rossa Internazionale entra a Shujaiyeh, per soccorrere i feriti; un secondo convoglio con nove ambulanze e due veicoli raggiunge Khuza’a, un’altra area bombardata durante la notte e una terza squadra con sei ambulanze e due veicoli arriva a Beit Hanoun, nel nord della Striscia.
Quando il convoglio esce dal valico di Eretz, dentro una delle ambulanze giace il corpo privo di conoscenza di Badr Al Dalou. Ha atteso i soccorsi per quindici ore disteso sull’asfalto. L’ambulanza attraversa Eretz e subito rientra, respinta da una pattuglia dell’IDF, a niente è valso l’accorato appello del medico a bordo.
Mentre il convoglio si dirigeva a ovest della Striscia, Badr non si è mosso, non ha nemmeno sospirato. Non è arrivato vivo all’ospedale Shifa, che del resto non avrebbe potuto accoglierlo. Aveva diciannove anni.

Il 22 settembre 2005 Badr vide per la prima volta il mare.
Il giorno in cui nacque le autorità israeliane avevano lasciato il governo della Striscia all’ANP. Per Wael fu un segno inequivocabile. Suo figlio sarebbe stato un uomo libero in una terra libera. Lo sollevò, nudo e piangente, nella sterminata notte mediorientale e, tenendolo fra le mani, sembrò adagiarlo in controluce nella culla di una enorme falce di luna adagiata sul dorso. Le braccia di Yanhya lo reclamavano senza condizioni, ma perfino lei, già impermeabile a ogni speranza, riuscì a credere per un momento che la vita di Badr sarebbe stata diversa. Ma oltre la città, oltre l’irriducibile linea di confine segnata su una carta, si ergeva ancora la nera sagoma di Gush Katif, le sue serre leggendarie, il “deserto trasformato in un giardino”.
La prima volta che vidi Badr, pedalava su un vecchio triciclo sgangherato. Andava un po’ sbandando lungo il sentiero limitato da due gigantesche siepi di fichi d’india, imperterrito come se stesse guidando una 4×4, verso sua madre che, preceduta da un enorme pancione, lo aspettava sull’uscio di casa. Era piccolo Badr, non ancora quattrenne, ma tenacemente ostinato come le pazienti siepi spinose che sempre hanno segnato i confini degli orti di Palestina; le uniche che, dopo il passaggio dei tank israeliani che hanno distrutto centinaia di ettari di frutteti per garantire il controllo del territorio dall’alto, tendevano a rispuntare. In arabo il fico di Barberia, o fico d’india, si dice saabar, parola che ha la stessa radice di sabr, pazienza. In ebraico sabrà è il fiore/frutto della stessa pianta e sono nominati sabraim i giovani nati in Israele dopo il 1948, che si vogliono duri esteriormente ma teneri e dolci all’interno.
Lo guardavamo, io e Yanhya, da due punti opposti dello sterrato, senza capire che già allora era il sabaar negato perché possano spuntare, per la sola colpa di una promessa, i sebraìm.
Oltre le due siepi invalicabili, dove una volta si stendevano a perdita d’occhio un agrumeto e un uliveto, adesso c’erano due campi desertificati, brulli di sete e di devastazione. Tutta l’acqua che arrivava allora nella Striscia di Gaza era destinata alle serre di Gush Katif. La casa di Yanhya e Wael, una bassa e ampia costruzione in terra cruda, bianca di calce, era una delle pochissime della periferia occidentale di Khan Yunis scampate ai mezzi corazzati d’occupazione. Vi vivevano i genitori di Wael, i suoi due fratelli più piccoli e la giovane coppia con il loro vivacissimo bambino. Era suo nonno a parlare a Badr del mare. Jamal, classe 1948 per niente a caso, era stato un pescatore a sua volta figlio di un pescatore che all’indomani della guerra dei sei giorni era stato costretto a lasciare le sue barche, quando Israele aveva preso anche il controllo della costa e impedito ai palestinesi la navigazione e la pesca; era un grande narratore e aveva un immenso serbatoio di tempeste, di albe terse, di pesci enormi, con cui aveva affascinato l’infanzia di Wael e ora sapeva catturare tutta l’attenzione di suo nipote. Badr ancora prima di parlare correttamente, in qualunque punto della città si trovasse, sapeva indicare col piccolo dito la direzione in cui si trovava la costa.
Rami nacque poche settimane dopo, qualche giorno prima di quel 28 settembre del 2000 in cui Sharon salì alla spianata delle moschee protetto da mille soldati, qualche giorno prima che io fossi costretta a rientrare in Italia per lo scoppio dell’Intifada di Al’Aqsa. Mentre Rami veniva al mondo,la pelle color madreperla come quella di sua madre, Wael era bloccato al valico di Sufa; aspettava di poter passare da sedici ore. Una volta entrato, corse a casa per vedere sua figlia e uscì dalla Striscia solo dopo molto tempo; partecipò attivamente alla rivolta che incendiò i territori occupati. La frustrazione della sua impazienza quel giorno al check-point, l’impotenza dell’attesa, la fitta sassaiola delle ingiurie, l’ingiustizia legalizzata, perfino la commozione che provò quando gli misero tra le braccia Rami, si trasformarono in una rabbia cieca che armarono la sua fionda di centinaia e centinaia di pietre, da scagliare, spesso da solo, contro i mezzi corazzati delle forze di terra israeliane che avanzavano minacciosi. Wael è stato il primo della sua famiglia a combattere. A nulla valsero la pacifica rassegnazione di suo padre, i pianti disperati di sua madre, la paura folle di Yanhya che lo implorava ogni notte di smetterla. Badr, che come ogni bambino palestinese viveva per strada e dalla strada traeva ogni gioco e ogni insegnamento, lo vide, più di una volta. Probabilmente fu lì che dentro di lui s’insinuò il sospetto, il fertile dubbio di mancare a quella terra strappata con l’inganno e la violenza, di non contare più del paesaggio, degli alberi, delle pietre che accantonave dietro il muro della casa per aiutare suo padre.
Fu verso la fine dell’Intifada che accadde. Rami aveva quattro anni e Badr la proteggeva come un bene prezioso. Le stava dietro come un angelo custode, di così poco più grande di lei, impedendo a chiunque anche solo di guardarla con curiosità, di sfiorarla con un dito. Frequentavano una scuola che si trovava sul confine con Israele, appena a ridosso della “zona cuscinetto” e nessuno, fino a quel giorno, si era mai reso conto di quanto potesse essere pericolosa. Era appena suonata la campanella dell’intervallo e i bambini erano tutti in giardino a festeggiare il primo sole della primavera del 2004. Badr si trovò strenuamente impegnato in una battaglia a colpi di spada, fatte con dolci rami di mandorlo che qualcuno aveva affastellato, dopo la potatura, sotto il muro della scuola; aveva due avversari e, brandendo una spada di fiori rosa, si batteva come un leone. Fu attraverso il cancello lasciato incautamente aperto, che Rami e Ismail s’incamminarono all’esterno. Erano così piccoli, mentre mano, nella mano, percorsero il sentiero che andava a sud, verso il confine. Dissero che il soldato che stava a un chilometro di distanza gridò, dissero che intimò in ebraico l’altolà, a loro, che a stento capivano l’arabo. Le maestre udirono solo i colpi di fucile che li centrarono in pieno.
Tornai a Gaza nell’autunno che cominciava. Attraversato Eretz, mi ci vollero due giorni per percorrere meno di quaranta chilometri che mi separavano da Khan Yunis. Gli echi delle battaglie non si erano ancora spenti e serpeggiava molo nervosismo, isterico tra gli israeiani, stremato tra i palestinesi. Fu quella sera, la prima del mio ritorno in Palestina, che qualcosa di me intuì che Badr sarebbe diventato un combattente. Eravamo seduti sul terrazzo di un bar, quando mancò la luce. C’era ancora un coprifuoco intermittente, in base al quale Israele, senza regole, senza alcun preavviso, toglieva l’elettricità ai territori della Striscia. Bastava una famiglia di coloni ritardatari che passavano il confine diretti a uno degli insediamenti sulla costa, o un convoglio militare che attraversava i territori, bastava un qualsiasi tipo di allarme, a far piombare tutti nel buio. Con calma, la calma che porta molti a definire gli arabi un popolo d’indolenti, di pigri, gli avventori e il personale del bar ci incoraggiarono ad avviarci verso l’uscita. Fu allora che una piccola mano s’insinuò in una delle mie e una voce sottile pronunciò il mio nome, facendomi trasalire. Con i miei occhi, che si erano abituati all’oscurità, distinsi i suoi occhi, neri e lucidi come due olive delle dolci colline di Cisgiordania. Tenendomi per mano, Badr mi accompagnò fino al mio albergo, mentre in lontananza, da nord, s’udivano i primi spari. E’ impressionante come si muovono al buio i bambini palestinesi, furtivi e sicuri come gatti, conoscono ogni angolo, ogni passaggio che serva a schivare la visibilità. Parlammo pochissimo, in una lingua che era uno strano miscuglio di inglese, arabo e napoletano e perfino ridemmo a tratti, con quella complicità che io credevo fosse andata perduta e che invece lui aveva conservato intatta. Gli toccai la schiena, una spalla: era magro come un chiodo. Se penso adesso che durante l’embargo il popolo della Striscia è stato costretto a un solo pasto al giorno, mi chiedo come abbia fatto a crescere, a diventare quell’uomo bruno, dalla barba fitta, che ho visto nelle foto. Arrivati in albergo, mentre io telefonavo a suo padre per dirgli di venire a prenderlo, lui mangiava dolcetti e alla luce di una candela strappava la carta velina azzurra che nascondeva un veliero di legno che gli avevo portato dall’Italia. Quando se lo trovò tra le mani, lo fece fluttuare su onde d’aria, poi intiepidì l’entusiasmo e l’allegria per chiedermi:
– l’hai visto il mare?
– certo che l’ho visto, bhar*! – gli dissi giocando come sempre sull’attinenza fonetica fra Badr e bhar – ma il tuo è più bello del mio.
– non è mio, ma io me lo riprenderò – rispose, abbassando lo sguardo.
A poche centinaia di metri da noi, qualcuno sparava ancora su Hajz At-Tuffah.
Durante l’embargo, Badr si sarebbe battuto ferocemente per il rispetto degli accordi di Oslo e l’estensione, per i pescatori palestinesi, dell’off shore marittimo alle quindici miglia dalla costa concordate.
Restai a Khan Yunis quasi un anno, abbastanza a lungo per vedere, l’11 settembre del 2005 ammainare la bandiera israeliana su ciò che restava di Gush Katif; il 15 agosto era cominciato il disimpegno israeliano dei territori occupati della Striscia e tutti i coloni residenti nei ventuno insediamenti furono costretti, con le buone o con le cattive, a lasciare le loro case. Ci furono scene di ostinazione, di disperazione e di violenza. Il 22 settembre i palestinesi ebbero libero accesso ai territori occupati fino alla costa. Fra essi c’erano Wael e Badr.

Arrivò alla spiaggia di corsa, sordo al richiamo di suo padre, dal cui fianco si staccò repentinamente. Aveva dieci anni. Era un giorno di vento teso che faceva spumeggiare l’immensa lastra blu e una particolare luminosità rendeva vicino ciò che è lontano: si scorgeva la sagoma di Cipro e, a sinistra, appena percettibile, la cima del Monte Ida. Corse più che poteva nella sabbia tiepida disseminata di conchiglie intatte e s’immerse fino all’orlo dei pantaloncini, senza badare alle scarpe. Onde lunghe lo spruzzarono di acqua salmastra e lui tirò fuori la lingua per sentirne il sapore.
– Badr!
Sembrò non sentire la voce di Wael.
– BADR!
Si voltò, il suo sorriso era un varco. Tutto il suo piccolo corpo sorrideva.
Wael lo raggiunse a riva, frenò la sua corsa e, lentamente, entrò, anche lui per la prima volta in vita sua, in mare. Un lungo brivido lo percorse. Badr, lo sguardo dritto davanti a sé, sentì l’affanno di suo padre. Rimasero per un po’ in silenzio contro il fragore della risacca che avvolgeva loro le gambe, sentirono la forza della corrente, sentirono che voleva trascinarli un po’ più avanti, più dentro. Allora Wael s’accostò al figlio, gli appoggiò una mano sulla testa e gli scompigliò i capelli, in un gesto inusuale per loro. Badr incassò la testa nelle spalle e sollevò la fronte come un cucciolo di cane, a prendersi tutta la carezza. Restarono affiancati fino ad accordare il ritmo del respiro a quello del moto ondoso.
* marinaio

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