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Afa d’agosto. Navighiamo da giorni verso un ignoto rotondo, privo di appigli. Inizio a pensare che abbia ragione tu, cioè che spesso si cerchi ciò che non abbiamo perso. Ecco perché la rotta si richiude su se stessa ed è probabile che se potessimo tracciarla sopra una cartina otterremmo solo e sempre cerchi. Eppure trovo legittimo il nostro desiderio di toccare con mano qualcosa di completamente diverso da questa vita, anche perché l’esperienza diretta mi ha insegnato che possiamo imparare solo per esperienza diretta. Quindi studiare storia non serve, meglio guardarsi intorno: l’acqua copre il 71% per cento della superficie terrestre, chi è nato in riva al mare bene o male sa nuotare, ma non potrà mai sviluppare delle branchie. Probabile che ci attenda una sfilza di eterni ritorni…

Digito sul tablet la parola “mare” e affido il mio vagare ad un motore di ricerca. Le immagini che ottengo m’appaiono davvero troppo luminose: acque cristalline, sabbia che luccica dorata e mare profumato di salsedine rassicurante. Sussurri, flussi e riflussi vacanzieri che riflettono sull’oggi e sul domani vite migliori in offerta speciale.

Non c’è limite al futuro, finché non è presente ‒ dico, e ammicco fuori bordo all’acqua torbida e oleosa: una petroliera s’è fatta i gargarismi in mare e l’alito stagna a mezz’aria nella calma piatta.

Piantala di sparare cazzate ‒ berci tu.

Hai ragione anche stavolta, ma sono troppo istruito per non mettermi in competizione col silenzio quando ha un tono così saccente. Sfioro il tuo volto pensieroso e avverto un tremore sottopelle mentre stringi al petto con più forza il fagotto di stracci che avvolge nostra figlia. Il sole sta accostandosi al limite dell’orizzonte

Cos’hai? ‒ chiedo al tuo sguardo atterrito.

Non so se siano i sensi di madre, più acuti, o i tuoi piedi nudi piantati sulla barca che hanno scovato una crepa nel legno marcio che io non potrò mai cogliere. Il sole si siede sopra l’orizzonte e smuove l’acqua: ho l’illusione di vedere onde semicircolari venirci incontro, ma in realtà la barca inciampa da sola, s’inclina a tribordo e il peso dei corpi ammassati preme con più forza su di noi. Qualche attimo dopo il sogno scricchiola ritmicamente e il legno dell’imbarcazione canta il suo strazio con voce spezzata.

Sull’altro lato! Spostatevi sull’altro lato!! ‒ è il ritornello asfittico, gridato da un coro di bocche sformate. La calca mi schiaccia contro un uomo la cui pelle copre a stento le ossa. Sento gli spigoli cercare spazio nel mio corpo e posso solo specchiarmi nel suo imbuto di labbra spalancate per succhiare gli ultimi brandelli d’aria. Attimi frenetici. Del liquido mi scorre per le gambe e mi convinco che l’uomo si sia pisciato addosso: non ho il coraggio di ammettere che potrei essere stato io. Il groviglio di carni si deforma, sembriamo plastilina nella mani di un bambino capriccioso e la spinta un po’ alla volta mi allontana da te. Un metro. Due. Tre. Il tanfo di secrezioni incrostate, cui ci eravamo assuefatti, viene lubrificato dal sudore freddo di terrore e spremuto fuori a forza dall’ammasso di corpi. E’ l’unica cosa che si muove: per il resto sembriamo il fermo immagine di un rompicapo fisico in precario equilibrio sul vuoto. Dura all’infinito.

Carla! Martina! ‒ provo a sillabare con gli occhi.

Marco! ‒ gridi con le palpebre.

Vorrei urlare il tuo nome e quello di nostra figlia, ma non ho più aria in petto: il lamento resta muto e stagna come saliva troppo densa sull’orlo dell’imbuto. Sto per svenire quando il fianco dell’imbarcazione bacia l’acqua e tutti insieme, con la compattezza di un gomitolo d’arti, schiantiamo in mare. Non faccio in tempo a tirare il fiato che la barca si capovolge su di noi e andiamo giù. Sguscio di lato, tengo a bada l’orrore con boccate rabbiose d’acqua salata e qualche sorso d’aria. Una calma sfinita mi appesantisce le gambe, ma il mio corpo istruito conosce le leggi della fisica: viene spinto verso l’alto, così riemergo.

Non ci sei. Di oltre duecento che eravamo, conto soltanto una decina di teste. Devi essere stata trascinata giù dal relitto insieme a quasi tutti gli altri. Caccio la testa sotto e spingo verso il basso, ma non riesco a immergermi: il resto del tronco vuole galleggiare. Il mare è gelatina torbida, in cui la luce tangente non riesce più ad entrare. Intravedo un game-boy che oscilla sospeso poco sotto il pelo dell’acqua. Lo schermo nero si confonde con il resto, l’esile cornice bianca non ha ancora deciso cosa fare. Il sole scompare, tra poco sarà buio.

Intono ai superstiti c’è mare e mare in ogni direzione. Non siamo stati fortunati come il barcone di qualche mese fa, quello che è affondato quando era già in vista dalle coste africane. Senza una direzione verso cui nuotare, resto aggrappato a un pezzo di legno sputato dal mare, forse perché davvero troppo marcio. L’odore di salmastro entra nelle narici, brucia la gola. Il mare è piatto, né caldo né freddo, totalmente silenzioso: sono costretto ad ascoltare i miei respiri, così minimi da somigliare a gemiti di Martina. Quando tutto ormai si confonde nella penombra, un iPhone fluttuante in una custodia impermeabile s’illumina e trilla ovattato: la suoneria è un vecchio successo dei Fab Four Fun dei tempi della grande recessione. Infesta il nulla per circa un minuto, ma nessuna delle teste galleggianti ha voglia di allungare un braccio. Poi, per una sorta di amnesia collettiva riusciamo a dimenticarci di esistere.

All’alba un peschereccio tunisino ci riporta in vita e quando avvistiamo terra, il sole del primo pomeriggio mi ha asciugato addosso lacrime e stracci. E’ allora che ho la certezza che avessi ragione tu: cerchiamo ciò che non abbiamo ancora perso. Giunti in porto, non trovo la forza di scendere dall’imbarcazione. Barcollo verso poppa e spingo lo sguardo indietro verso il mare aperto. Ho l’impressione di vederti camminare sopra l’orizzonte con Martina in braccio: sembri un’equilibrista sul filo teso al limite tra cielo e mare. Nonostante le mani restino saldamente ancorate al parapetto del peschereccio, sogno di cadere in acqua e non riesco a non pensare che, in fondo, ora abbiamo tutti e tre qualcosa di completamente diverso da questa vita.

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