Fu una mattina, più presto del sole, che Francesca s’alzò.
Nessuno la sentì.
Scese piano le scale e s’affacciò alla porta di casa. Lieve la luce irrorava una campagna umida e profumatissima, diffondendosi con lentezza e pregnando, ad una ad una, le forme del giardino, che tornavano familiari ai suoi occhi meravigliati, quasi di bambina.
Che senso di leggerezza poter ricordare. Riconobbe l’olivo contorto dal tempo, gli arbusti di rosa canina, i cespugli di rosmarino e lavanda a limitare la strada che saliva, bianca, dal bosco di lecci e corbezzoli, dalle macchie di ginestre e ginepri. Superato con attenzione il vialetto in ghiaia, guadagnò il prato e l’erba rorida di rugiada la unì alla terra, spaventando le paure dei sogni che volarono via come storni quando batti le mani. Balzava, nascosto dal seno, un cuore generoso al quale avrebbe voluto liberare le ali, sciogliere i lacci. Cercava l’essenza che l’avrebbe trasformata, l’aroma capace di distrarla da un male profondo che la dilaniava, da un’assenza di sé che la tormentava.
Quella mattina ricordava ogni cosa ed era in pace, finalmente. Il mare, ancora una volta, portava a lei fili indelebili e salmastri che le legavano i sensi incatenandola a sé. Al termine del prato c’era il campo che a giugno aveva dato l’oro del grano. Ora la terra, che il vomere aveva da poco violato, esalava un fiato leggero a mezz’aria, come un sudario a nasconderne la brutale rudezza. Francesca avanzò fondendosi fino ai polpacci col nero della terra, che nutriva una forza capace di germogliare, dentro lei, un senso spaventoso della bellezza intorno. Camminò fino al bordo dell’alba e oltre, senza paura, amando il giorno che non conosceva ancora. Chiuse gli occhi al poco sole che sorgeva dal mare, ora di fronte e infinito. Respirò profonda la propria essenza risvegliata; doveva fare in fretta, non voleva riaddormentarsi.
Discese il bosco con attenzione fino alla sabbia, che avvolse le caviglie con forza insufficiente a trattenerla. Con il viso rivolto alle stelle, diafane ormai, mosse ancora passi incontro al destino che voleva per sé, seguita da una luna evanescente. Non poteva tornare indietro, non in quel momento di lucidità.
Accostò i piedi all’acqua, la risacca che andava e veniva lenta e piatta come fosse lago la chiamò. Il mare dorato, che il vento non aveva ancora solcato, l’accolse aprendosi al suo incedere con nessun impeto e nessuna esitazione. Si toccò il petto, ricordò tutti lassù nella casa, si accarezzò il viso, passò la mano tra i capelli, alzò le braccia al cielo come una danza lenta e proseguì senza fermarsi con la veste di seta che s’allargava a pelo d’acqua. Sapeva che si sarebbe trasformata, era il giusto momento. Riempì fino all’orlo i polmoni di aria un po’ acre di salsedine e l’acqua le disegnò la circonferenza del torace. Trasalì e s’immerse rapida sotto la superficie. Aprì la bocca, espirò l’aria e respirò l’acqua salata. l’ultima cosa fu che vide il sole frangersi in un caleidoscopio infinito e il suo sguardo si sciolse nel cielo di quel giorno.
Nessuno la trovò.

 

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