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Non c’era vento alle cinque e mezzo del pomeriggio e la giornata stava già sfumando nel crepuscolo quando arrivai in paese. Avevo lasciato la valigie a casa, nella stanza che avevo sempre occupato durante tutte le mie estati dai nonni. Adesso la vecchia camera era troppo piccola per me, ma continuavo a preferirla al resto della casa dove lo spazio sembrava essersi dilatato da quando ci abitavo da solo.
Subito mi ero messo in cerca di Amilcare, era lui l’unico filo che ancora mi legava a quei luoghi o forse rappresentava un pretesto che mi ero dato per non dimenticarli, anzi per riscoprirli.
Avevo fatto velocemente il giro della piazza guardandomi intorno e anche sbirciato da dietro la vetrina dentro il bar del circolo velico. Non lo avevo visto, ma, considerata l’ora, sapevo dove trovarlo, così mi ero avviato verso il porto.
Mi piaceva arrivare a pomeriggio inoltrato quando si era quietata la frenesia del giorno e si intercettavano già gli odori sfiatare dalle cucine delle case; mi incuriosiva vedere le prime luci che rischiaravano i riquadri delle finestre e indovinare cosa ci sarebbe stato per cena. Serbavo quegli aromi per quando sarei stato lontano, in alberghi di città anonime, li amavo perché le città di mare sono sempre luoghi di partenze, ma anche di ritorni.
Camminando avevo cura di appoggiare i piedi al centro di ogni lastra di basalto del marciapiede, come facevo da ragazzo. Dopo ottanta passi mi si sarebbe aperto davanti agli occhi il proscenio dell’arco del porto, chiuso a destra dal bastione e sul lato sinistro dal faraglione, a un quarto di miglio dalla costa. Da quel punto della strada, se ci fosse stato vento, avrei potuto proseguire ad occhi chiusi, guidato solo dal tintinnare delle campanelle fissate agli alberi delle barche ormeggiate. Dall’ultima volta che ero stato lì erano cambiate molte cose. Adesso le banchine dell’approdo turistico riempivano parte del bacino del vecchio porto commerciale, ma le strade erano uguali e le case erano rimaste quelle di un tempo, ognuna con i vasi delle Plumerie profumate sui balconi.
Anche l’uomo che stavo cercando aveva mantenuto sempre lo stesso aspetto ed ero sicuro che l’ultimo anno non l’avesse cambiato di molto. Aveva un fisico asciutto e vestiva abiti puliti che una volta erano stati di buona fattura, ma aveva sempre, nell’aspetto, un qualcosa di stropicciato, forse p per via della noncuranza con cui sembrava trascinare la sua esistenza.
Amilcare ogni giorno, che piovesse o ci fosse il sole, percorreva quelle poche centinaia di metri del bastione del porto e arrivava fino alla lanterna rossa collocata all’estremità. Si fermava a respirare la salsedine ed alcuni dei suoi ricordi come per insaporire la giornata e poi tornava indietro.
Quel sale gli bastava appena fino a sera, dopo gli serviva un altro poco di coraggio per arrivare all’indomani. E quello lo cercava dove poteva, in una donna o in una bottiglia, dipende da come buttava la serata.
Chiunque avesse cercato di scoprire dove si posasse il suo sguardo, quando si allungava sul mare verso l’orizzonte, non avrebbe visto niente, perché ognuno ha la sua meta, una sua America da sognare in privato.
Ero cresciuto sentendo parlare di lui da quelli che lo avevano conosciuto un tempo, prima che cominciasse a fare discorsi strampalati.
Ogni anno passavo le vacanze in quel piccolo paese sul mare, girovagavo libero per il paese dove tutti mi chiamavano il “il granchio di mare ” perché ero piccolo e magro e stavo più in acqua che sulla riva. Ad ogni rientro in città mi portavo appresso qualche ricordo assolato: una conchiglia, un sasso levigato e anche qualche frammento della vita di quell’uomo: piccole notizie strappate dalla mia insistente curiosità alla memoria granitica di “Zu Micheli ” il vecchio pescatore che, mentre rimagliava la sciabica, mi istruiva su come prevedere il tempo e le correnti, e su come orientarmi col tre bastoni, le tre stelle allineate che sorgono un’ora e mezza prima delle Pléiadi.
Seppi così che aveva l’abitudine di allontanarsi da solo in mare, non per andare a pesca, ma per inseguire i suoi sogni, le sue sirene.
La sua prima sirena fu una blackburn, una tromba con la campana di rame che – come diceva lui – “Aveva un suono caldo e profondo che non sembrava neppure uscire dalla svasatura del metallo, ma direttamente dalla gola.”
Si portava a bordo lo strumento per suonare di nascosto dal padre che, invece avrebbe voluto vederlo lavorare dietro il banco del suo avviato negozio. Ogni giorno arrivava in barca fino allo scoglio, quello che è sempre là, dove la corrente si divide in due rami. Apriva la custodia e si abbandonava all’incantesimo delle note.
Poi, di ritorno da quegli sconfinamenti dalla vita banale di terraferma, attraversava a passo svelto la strada principale del paese. Rientrava a casa scarmigliato per il vento e con lo sguardo lucido e appassionato e con quello sguardo immaginava la sua vita e osservava Sofia.
Erano sempre sorridenti quei due finché Amilcare non decise di partire. Un parente gli aveva offerto un lavoro e la possibilità di suonare la tromba in un locale, e lui aveva l’ambizione tipica dei giovani, il desiderio di viaggiare e di andarsene da quelle quattro strade in croce.
A Sofia disse solo che sarebbe partito la settimana successiva e che sarebbe mancato un paio di mesi appena.
Tornò dopo un anno di silenzio e Sofia fu la seconda sirena che avrebbe inseguito per tutto il resto della sua vita. Sofia e l’ultima estate passata assieme.
Non aveva più trovato un’altra donna di cui innamorarsi. Ogni sera tra il pubblico che applaudiva, cercava una che le somigliasse, immaginava di suonare per lei, di fare vibrare anche lei come l’aria che modulava e di incontrare il suo sguardo alla fine di ogni brano, come alla fine di un orgasmo. Ogni viso lo illudeva che si trattasse di lei che non si era stancata di aspettarlo.
Poi i riflettori si spensero. Forse la sua musica non era più la stessa o erano cambiati i gusti della gente. Ma in ogni caso, quale che fosse la causa del suo declino, decise di smettere di esibirsi. Continuò a suonare solo per se stesso.
La musica e Sofia, due sogni, come quelle creature marine ammaliatrici e sfuggenti.
Aveva creduto di averle conquistate, ma in realtà le aveva solo sfiorate. Ma entrambe continuavano a serpeggiargli dentro, sinuose. Quando non seppe più tenerle confinate nella sua mente si inventò per loro un corpo fatto di carne morbida e squame rilucenti e incominciò a parlare delle sirene.
Lui affermava di averle viste, addirittura di avere parlato con una di loro e un giorno tornò portando dei fili lunghissimi di posidonie che, a suo dire, erano capelli della sirena. Secondo tutti gli altri non erano che filamenti di alghe. Ma io me li ero sempre immaginati lucenti e morbidi.

Erano quasi le sei e, come ogni volta che tornavo in paese, lo aspettai seduto sulla quarta bitta del molo, quella a cui era legata la sua barca. Da quella posizione si poteva vedere dove la banchina finiva, sospesa tra mare e cielo, un estremo lembo di terra, una soglia, luogo perfetto per chi come me si sentiva sempre in limine, dibattuto tra le partenze e i ritorni.
Era lì che ci eravamo incontrati la prima volta, molti anni prima quando anch’io inseguivo i miei sogni.
Per settimane, da bambino, lo avevo spiato e seguito di nascosto durante le sue passeggiate sul molo, sperando di vedere cosa stesse osservando. Fino al giorno in cui, girandosi improvvisamente alle sei di pomeriggio sorprese il mio viso curioso. Gli sbarravo la strada e simulando un tono deciso, prima che mi venisse meno il coraggio e facessi marcia indietro gli dissi:
“Amilcare, voglio vedere anch’io le sirene, io ci credo che esistono e che tu le hai viste”
“E tu chi sei?”
“Sono Gegè”
“Non ti hanno detto di stare alla larga da me, e che sono un po’ strano?”
Annuii in silenzio, con gli occhi bassi, ma subito aggiunsi:
“Qualcuno dice che sono strano anch’io, però non sono cattivo e forse non lo sei neppure tu”
“Gegè e Amilcare. In fondo se siamo gli unici in tutto il paese che credono alle sirene era destino che ci incontrassimo.”
“Dimmi, Amì, sono belle? Le hai sentite cantare?”
“Un canto che strega, ti avvolge come un laccio morbido, sembra impalpabile, ma non ti lascia più”
“ Ma allora è come se ti avessero legato?”
“Legato stretto, ma la verità è che non vuoi essere liberato, anzi non ne puoi fare più a meno”
“Allora è successo anche a me.”
“ Hai sentito anche tu una sirena?”
“No, dicevo che mi è successo di sentirmi legato, ma di non sentirmi prigioniero. Mi capita quando nuoto. Mi piacerebbe fare le gare, sai Amì, quelle che si vedono in televisione, le olimpiadi. Ma gli altri mi prendono in giro.”
“E tu non starli a sentire. Sai che faremo, ragazzino? Usciremo in barca e ti allenerò io. Gli altri lo sapranno soltanto quando ti vedranno vincere la prima gara. Ma sarà dura e forse dovrai rinunciare a qualche altra cosa.”
“ Voglio vincere le gare, Amilcare.”
Fu così che Amilcare, per affinità di sentire, divenne il custode dei miei desideri, l’unico che sentisse cantare anche le mie sirene.
Incominciò così la nostra intesa. Divenne per me un amico, ma talvolta era capace di trasformarsi in un aguzzino, quando ordinava sbraitando di girare ancora e ancora attorno allo scoglio.
“Amilcare, non ce la faccio più, ma che pretendi da me si può sapere? Che affoghi?”
“Risparmia il fiato e muoviti. Tu devi fare solo quello che ti dico e per oggi devi completare altri due giri.”
“ Altri due? No, basta ti prego, fammi salire in barca”
“ Se sali ti ributto in acqua, come il pesce che si scarta dalla paranza, quello che non è buono neanche da friggere! Le vuoi vincere davvero queste gare, sì o no? E rispondimi.”
– Ordinava insistente tra un colpo di remi e l’altro –
“ Dimmelo. Grida più forte perché non ho sentito”
“ Sì, sì” – Urlavo con il poco fiato che mi restava – “ Voglio vincerle “
“Coraggio Gegè” – mi incitava allora con il tono ammorbidito – “Ce la puoi fare. Io sono qui dietro di te e non ti perdo di vista, se ti vedessi troppo stanco mi tufferei a prenderti, lo sai che lo farei, vero?”
“ Lo so che ti butteresti” – affermai con convinzione guardandolo negli occhi –
“ E allora forza, spostati in avanti con le gambe e con le braccia senza perdere il ritmo, e datti una spinta anche col pensiero: tra una bracciata e l’altra hai giusto il tempo di dire nella tua mente una parola, una breve; appena il braccio tocca la superficie dell’acqua, prima di affondarvi dentro, dagli vigore con la parola “vincerò”, pronunciala nella tua mente. Una bracciata e un
“ vincerò”, l’altra bracciata e un altro “vincerò” e via così. Vedrai che funzionerà.”
Passai tutta l’estate ed altre ancora con quella parola che mi rintronava nella testa assieme al pulsare del mio cuore che acquistava robustezza e ascoltando lo sciacquio del mare nelle orecchie .
A Settembre era tempo di rientrare in città, riprendevo a studiare e ad allenarmi in piscina con un istruttore vero. Ma ogni volta che, per qualche motivo, sentivo di non farcela, che si trattasse del compito di matematica o di spiccicare due parole davanti alla ragazza più bella che avessi mai visto, mettevo in atto il suggerimento di Amilcare e quella parola mi aiutava a superare gli ostacoli.
Un uomo si avvicinava con passo lento, dando un’occhiata distratta alle barche ormeggiate. Continuò a camminare con noncuranza fino alla quarta bitta.
“Ti ho visto ragazzo, te li sei lasciati alle spalle. So che hai vinto l’oro” disse.
“Amilcare, hai visto la gara in televisione?” chiesi.
“No, non è stato necessario. Me l’ha detto il mare, lo sciabordio dell’acqua aveva il ritmo veloce delle tue bracciate ed io ho capito. Ho suonato per te.”
Mi salutò incamminandosi verso la strada che lo avrebbe portato a casa. Questa volta il rumore dei suoi passi mi aveva tratto in inganno. Non era il passo incerto e strascicato. Era un’andatura rilassata, quella di uno che sapeva dove andare. E mi parve di cogliere sul suo viso un’espressione di orgoglio quando si girò per farmi ancora un cenno con la mano tenendo in alto indice e medio divaricati.

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