Gabbiano

Sono nato gabbiano, è una fortuna che ho.
Sarei potuto nascere cinghiale o montone, luccio o delfino, ragno o mantide, non sarei stato così fortunato. Avrei avuto per me solo una frazione di mondo, sarei stato parziale, imperfetto. E invece la natura mi ha donato la completezza: da gabbiano posso godere dell’intero universo e non solo perché possiedo le ali.
Ho zampe palmate dalla forma regolare, stilizzata, a tre punte. Mi consentono di lasciare impronte sul suolo e manifestare così il mio passaggio. Avete presente i cerchi di grano che compaiono all’improvviso nelle campagne di tutto il mondo? Provate a guardare un spiaggia dall’alto dopo che ci sono passato io: troverete analoghe simmetrie, i percorsi delle mie volute, circonvoluzioni che si dispiegano lasciando segni inconfondibili. Provate a cercare le mie tracce in un campo dove la terra è asciutta e battuta, troverete sentieri ondeggianti, circuiti accidentati, di rado lineari, più spesso interrotti. Provate ad immergervi nel mare e a guardarmi sott’acqua, nel momento in cui poso i miei brevi artigli sull’onda che si increspa. In una frazione di secondo vedrete il mio becco, lungo ed appuntito, tuffarsi completamente nell’acqua e scorgerete il piccolo pesce che stava nuotando davanti ai vostri occhi, dimenarsi inutilmente nelle mie fauci. Oppure, ancora, provate a cercare i segni del mio passaggio nel pantano della palude che costeggia il litorale: vedrete orme confuse di zampe che sprofondano nella melma e di ali che sbattono con forza per sollevarmi dal fango.
Io sono così: dalla terra allo spazio libero, dall’aria al mare, dal cielo al suolo.
Nel mare e nella terra trovo il mio nutrimento: sardine, molluschi, piccoli saraghi, ma anche vermi, insetti, carogne. I miei occhi minuti, dotati di una vista precisa, mi aiutano ad individuare le prede ed il mio becco proteso, forte e coriaceo, mi permette di catturare anche gli esseri minuscoli e di affondare il muso nelle carcasse degli animali, per succhiarne le viscere e trarne linfa.
Di mare e di terra io vivo.
Dicono che la mia casa sia il cielo. Sbagliano. Il cielo è solo la prima delle mie patrie, è il mio punto d’osservazione, il luogo in cui il mio piumaggio morbido si lascia attraversare dal vento delle correnti. Io appartengo all’universo intero, all’acqua impetuosa delle maree, alla terra fertile della riviera, alle zone umide dell’entroterra, alle rocce ripide su cui nidifico.
Mi bagno e mi asciugo, galleggio e cammino, mi libro e mi poso.

Sono nato gabbiano, ho radici nel mondo, io.

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