La musica era altissima e Renzo guidava veloce. Finimmo schiantati ad uno dei platani che, in filare doppio, vigilavano la strada. L’ultimo ricordo è la voce di Battisti che, dalla radio miracolosamente intatta, diceva di evitare le buche più dure. Poi il distacco delle retine mi condannò al buio.
Furono anni difficili e mi chiedo come Renzo abbia potuto restare con me, forse per il senso di colpa, certo è che non perdevo occasione per fargli pesare la mia condizione della quale ritenevo lui il solo responsabile.
Visite mediche, speranze e delusioni segnarono quegli anni perché non mi volevo rassegnare, fino a quando non ne volli più sapere; m’ero stancata di sprecarmi in attesa d’una luce che non veniva e, come un naufrago decide di lasciare il relitto al quale s’aggrappa, mi lasciai andare nel buio profondo.
Liberato dalla catena, il fisico trovò un equilibrio nuovo e la pace colorò l’anima.
Potei vedere il viso di Renzo attraverso le mani e lasciai che le sue, con infinita dolcezza, mi mostrassero il mio corpo. Rimasi incinta, e il tempo tornò a fluire verso me come una dolce corrente alla quale non era più necessario sottrarsi.
Finalmente vedevamo distante insieme ed era necessario prepararsi ad una vita nuova.
Renzo non sapeva cucinare ed ero io a dirgli cosa e come fare; era il mio coltello, il mestolo, la padella nella quale soffriggere. Era un esercizio intimo che ci permetteva di crescere insieme.
Ogni tanto mi toccava piano le labbra dicendo: assaggia!

Annunci