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Odio i piatti estivi, freddi come affetti disossati, la gelatina attorno al pollo, la panna sulle fragole, la cassatina siciliana, o peggio le delizie da gourmet, perfette e frigide come irraggiungibili pin-up.
Attendo il tempo bello delle nuvole pesanti, le giornate corte, l’impeto del vento che di nuovo mi sospinga al tepore di cucina.Solo allora il cibo torna rito.
Raduno quanto ho in casa e può servire, pulisco le carote, sbuccio le patate, tagliuzzo il cavolo, scelgo i fagioli, piango la cipolla, affetto la pancetta in dadetti grassi. Prendo la pentola di coccio, da mesi inoperosa, e ci butto tutto dentro ed altro ancora. Intanto ho acceso legnetti e carta nella stufa, che parta piano piano il suo calore, perché la cucina in inverno è un tempo lungo e quieto. Metto la pentola sui cerchi e inizio ad attraversare allegro le ore dell’attesa, che più prolungo la cottura più il cibo si consuma e sarà buono. Ventiquattr’ore almeno in cui lasciare fare al fuoco e all’acqua con cui allungo il brodo a mano a mano che s’addensa. Non è un’attesa sterile ma un tempo denso d’inventiva, che, secondo l’estro passandoci davanti, aggiungo aromi, un goccio d’olio o un ricciolo di burro. Le ore della notte, all’ultimo controllo prima del sonno, sono il momento delle tentazioni, la cotica, buona e malefica, che metto intera a sciogliersi, solo un pezzetto resti da riscoprire in bocca. E un bicchiere di Nebbiolo che verso di nascosto a dar sapore di mistero, ignoto ai commensali.

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