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Nella pentola l’acqua ribolliva forte che il coperchio sollevato cadde in terra, mentre una nuvola morbida di vapore si spargeva per tutto il soffitto.
Il caldo, il vapore, e l’odore pungente di spezie e aceto rendevano l’aria irrespirabile, ma non per lei: di quell’inferno la vecchia nonna era la sovrana.
Abbassò la fiamma di quel tanto che bastava, si asciugò le mani sul grembiale e andò nell’altra stanza, dove un gallo adagiato su un fianco, con le zampe legate e la testa fieramente sollevata, sembrava aspettarla.
Serrò senza pietà la corda con due giri ancora, poi lo prese per un’ala trascinandolo fin nella cucina.
Lo mise sul ceppo, prese il coltello con la destra, e chinandosi con tutto il peso del busto per tenerlo fermo, con la sinistra gli tirò il collo, poi affondò il colpo.
Al primo contatto della lama fredda con la gola, il gallo si scosse orrendamente che la vecchia sopraffatta mollò la presa e l’animale finì in terra nel suo sangue.
Lei non si scompose, e con una casseruola pesante lo colpì più volte sulla testa, ma la bestia ad ogni colpo moltiplicava per dieci la sua forza.
Ansimante e umiliata, la vecchia tracannò un bicchiere di vino, poi, ripreso il coltello, lo trafisse a caso più volte sul pavimento: tre, quattro, cinque volte, finché l’animale finalmente si arrese, ma quando lo calò di testa nell’acqua bollente ebbe ancora due orribili sussulti.
Di quel gallo fiero rimasero solo poche ossa nei piatti. In uno, un’ala intatta.

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