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pagnotta di pane

Le 2.44, come ogni notte. I grilli cantano, le fronde ondeggiano e io non dormo.

La manitoba l’ho comprata, il lievito pure, ma mica sono convito di andare in cucina ad impastare.

Eppure Emanuela, la mia amica cuoca, sono mesi che insiste:

“Impasta, Eugenio, impasta più che puoi, la panificazione è terapia, la panificazione è amore, la panificazione è arte e ti aiuta a dormire.”

Spalanco le finestre e lascio che il buio stellato di luglio entri in cucina. Impasterò farina, arte, lievito, amore, olio e terapia al chiaro di luna. Dei dosaggi me ne frego, rovescio la farina sul tavolo, perché la spianatoia non ce l’ho, ci faccio un buco in mezzo e ci verso l’olio, il lievito, il sale, lo zucchero, l’acqua tiepida. Affondo le mani nel cratere, i liquidi fuoriescono dai bordi, rincorro i rigagnoli sul tavolo, li tampono con una pioggia di farina, cerco di tenere unito il tutto e inizio ad impastare.

Sbriciolato, friabile, slegato.

Le mani non si arrendono, impastano.

Compatto, rugoso, resistente.

Impasta, Eugenio, non ti fermare, ora serve vigore.

Elastico, flessuoso, cedevole.

La pagnotta è pronta, con la punta di un coltello ci incido sopra una stella e la osservo lievitare.

Il sole è sorto, il pane è nel forno.

Ho sonno si, un sonno atavico da non resistere. Mi porterò la pagnotta nel letto, come la gatta di peluche che avevo da bambino. Mi farà compagnia, si addormenterà con me, la mia pagnotta di pane.

 

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