Tag

, ,

imagnhnhes

Non aveva nemmeno vent’anni.
Lo trovò Riccardo, il custode, rannicchiato dietro una siepe dei giardini pubblici Garibaldi.
La siringa ancora in vena, il cucchiaino d’argento, annerito dal fumo, in terra poco distante, vicino la stagnola della dose. Rubato al servizio del caffè di mamma, era il bilancino con il quale aveva misurato la morte e fu consegnato al padre, con altre cose, dopo l’autopsia.


La morte aveva dipinto uno strano e grottesco sorriso sul viso che per tutti aveva sempre rappresentato l’innocenza. Pareva una maschera greca , forse era solo il dolore, ma faceva impressione. Sarebbe bastato soffermarsi sulle line strappate della bocca per vedere il confine fra il cielo e la terra, la dove gli eventi lo avevano travolto, o sulle rughe stirate che deformavano il buco nero degli occhi.
Come definire la fine di una vita piena di vita come quella di Paolo?
Il dolore del padre, la disperazione della madre, la costernazione dei compagni di giochi e gli amici della parrocchia, la desolazione del professore di lettere, l’amarezza dei nonni che accusavano i genitori, lo smarrimento della sorella più piccola di lui di tre anni ed altri dolori grandi e piccoli furono le parole che riempirono i fogli dei giorni a venire, all’interno di una società che non aveva strumenti per misurare la realtà, non aveva occhi per vedere di la della siepe.
Venne il natale.
La famiglia si riunì tutta a casa di Paolo, anche i nonni ed alcuni amici, anche don Mauro della parrocchia di Santa Sofia. Dodici a tavola come i dodici apostoli, come l’ultima cena. C’era anche il posto vuoto di chi non avrebbe potuto esserci più, il tredicesimo, al centro della tavolata.
La madre, dopo la cena, servì il caffè. Dodici tazzine con dodici cucchiaini d’argento.

 

Annunci