imagesLe otto di mattina.
Ero seduto già da un po’ ai tavolini all’aperto del caffè Roma.
Intorno a me uomini e donne andavano e venivano, e andavano e venivano, provocando correnti d’aria e mulinelli che diffondevano, complice l’umidità del mattino, intense folate odorose di latte caldo al dopobarba e detergente intimo all’albicocca.
Al cameriere che mi chiedeva se volessi ordinare qualcosa, risposi:
─ No grazie, sto aspettando qualcuno.
Non era vero, hehehe, ma per ingannarlo avevo comprato dal fioraio all’angolo, un mazzetto di boccioli di rosa rampicante che tenevo a bella mostra nella mano sinistra.
Mi piaceva osservare il traffico che da Piazza Garibaldi fluiva ininterrotto e veloce verso la complanare, e Il Roma era il mio posto d’osservazione privilegiato.
Quella mattina però qualcosa venne a turbare la regolarità di quei momenti: dal lato opposto della strada, in direzione della direzione verso cui stavo guardando, tra lo sfrecciare delle auto, i miei occhi incrociarono gli occhi di una donna con gli occhi neri. Una donna mai vista prima di allora, era minuta ed elegante, sui trentasei, mora, rimasi incantato ad ammirarla ─ Che bella, pensai.
Poi la sconosciuta inspiegabilmente mi sorrise, e facendo un delizioso cenno con la mano come a dire: “eccomi, sto arrivando” si sporse lievemente dal marciapiede chinandosi in avanti. Guardò in alto e poi in basso e poi ancora in alto per accertarsi che non venissero auto, indi con elegante passo di danza scese dal marciapiede. Proprio in quel momento però una Porsche cayenne camouflage che proveniva da sinistra l’investì in pieno trascinandola per alcuni millimetri che a me parvero centimetri.
Si rialzò quasi subito, che classe. Continuava a sorridermi come nulla fosse, accennando anzi un’agile corsetta, per dissimulare l’imbarazzo dovuto a quella bozza frontale dx con ferita lacero confusa. Già l’amavo.
Incredulo, stralunato, ma felice, feci anche io per sollevarmi e andarle incontro, quando improvvisamente avvertii un dolore fortissimo che mi teneva inchiodato sul posto, come di mille spine che mi pizzicavano il braccio e la spalla.
Ecco ci siamo! pensai subito a un infarto del miocardio, (ero nell’età ideale) che sfiga!…Proprio ora?! Ma poi mi accorsi che la cagione del dolore era quel mazzetto di boccioli di rosa rampicante che tenevo in mano: era tutto sbocciato e si era inerpicato sul mio braccio sinistro su per la spalla fino al collo. Lei intanto mi raggiunse, era pallida; guardò rapita le rose rampicanti e tamponandosi la sanguinolente fronte col dorso della mano disse:
─ Oh grazie, sono per me? che belle rose rampicanti! come faccio a portarmele a casa?
─ Puoi lasciarle qui sul mio braccio diss’io poi con voce impostata, immaginando che anche Humphrey Bogart avrebbe risposto così, nel mentre le propaggini più estreme della pianta già mi penetravano il canale auricolare provocandomi sofferenze lancinanti.
─Ti ordino un’acqua e zucchero con la mosca? aggiunsi poi con stoica disinvoltura e soffocando l’indicibile dolore.
Lei sorrise e poi svenne, poi svenni anche io.

 

 

 

 

 

Annunci