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Velluto 1

 

 

Ha un sapore la delusione?

Matilde se lo chiede mentre prova ad assimilare l’ennesima sconfitta della vita. Ogni volta che qualcosa va storto, Matilde pensa ad un sapore, come se collegare un sentimento ad una sensazione gustativa potesse rendere il dolore più accettabile.

Matilde immagina che la delusione abbia diverse varianti di gusto. Quella amorosa è una barbabietola cotta al vapore, rossa come il sangue che sgorga da un cuore sofferente. Quella di un’amica è un cubetto di zenzero marinato, spigoloso e pungente come la fiducia quando è tradita. Matilde non sente questi sapori nel palato, ma qualcosa di più greve perché la delusione di se stessa, quella che da sola si infligge, è arida e amara. E’ terra asciutta che si sbriciola, farinosa, sulle labbra e che gratta, ruvida, la gola. Non c’è acqua che possa dissetarla quando Matilde è insoddisfatta di Matilde. Quel sapore acre, quel fastidio a deglutire deve tenerselo addosso, un contrassegno temporaneo, un viatico necessario per espiare la colpa di essersi tradita, di non aver fatto ciò che era giusto fare. Matilde si accusa di non riuscire ad essere forte. E’ di questo che non sa perdonarsi, dell’innata incapacità di reagire alle avversità.

E oggi, sabato 22 gennaio 2011, Matilde guarda fuori dalla finestra, maledice il paesaggio innevato che, candido, si riflette nei suoi occhi e decide di uscire.

Se punizione deve essere, che sia la più dura. Infila le scarpe da corsa, il giubbotto imbottito, si cala la cuffia di lana sulla fronte, si impone di mettere alla prova la propria forza di volontà e di snervare il proprio corpo.

Odia la neve, odia correre, odia se stessa.

Chiude la porta di casa e prova a deglutire, ma le irreali briciole di terra glielo impediscono, le impastano la lingua formando un bolo immaginario sospeso mollemente nella trachea.

Correre così, con questa sensazione soffocante, è ancora più difficile.

E’ un paesaggio di pianura quello che la circonda, lande sconfinate a est, nuove urbanizzazioni a ovest, una grande tangenziale a nord e a sud il profilo dell’Appennino con le cime completamente innevate.

Di tutto ciò che la natura le offre in quel momento, Matilde riesce ad apprezzare solo il silenzio. Tutto quel bianco, quel candore, quel freddo secco e appuntito, lei li odia.

Il silenzio, invece, rappacifica gli istinti e placa i tormenti. L’istinto è quello di scappare, il tormento è per una menomazione fisica mai accettata.

Corre Matilde, corre veloce.

Ripercorre gli eventi, rincorre l’idea che ha di sé, soccorre il proprio animo avvilito.

Sandro gliel’aveva detto di lasciare perdere, che le occasioni da cogliere capitano nei momenti di bonaccia, non quando la tua vita è impantanata, confusa, irrisolta.

Se sei sgangherata tu, come puoi pensare di poter aggiustare una piccola creatura sfortunata?” Ma lei non gli ha dato retta. Quando la telefonata del servizio materno infantile dell’ASL l’ha distolta dai suoi pensieri nefasti, ha risposto:

Si, vengo a prenderlo subito.”

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Thomàs ha cinque anni appena compiuti, una madre alcolista, un padre volatilizzato nel nulla e lo sguardo di un cucciolo invecchiato. E’ nato in Francia e quelle poche, dolci frasi che pronuncia in un italiano stentato sono il suo goffo tentativo di comunicare col mondo. Ha le orecchie a sventola, i capelli neri cortissimi, un leggero strabismo e le labbra pronunciate. E’ un bambino disagiato, trascurato, sicuramente maltrattato. Deve averne passate tante nell’arco della sua breve esistenza vissuta fra le Alpi francesi e un pezzo d’Italia. Solo a guardarlo fa venire voglia di abbracciarlo, perché in quello sguardo spento si legge tutto il dolore sopportato in pochi anni di vita disadattata. Nel suo cuore di leprotto Thomàs sta desiderando qualcosa di caldo, non per forza un abbraccio. Si accontenterebbe anche di un piatto di minestra e di un letto con una coperta imbottita. Sua madre non cucina mai per lui, gli allunga tocchi di pane e pezzi di formaggio che porta a casa dalla mensa dei poveri dove, ogni tanto, va a mangiare da sola. Glieli allunga distrattamente sfiorandolo con le dita magre e le mani fredde.

Thomàs ha fame di caldo.

L’assistente sociale accompagna Thomàs in una piccola stanza accogliente. Alle pareti, fissati con puntine di metallo su un’asta di legno grezzo, sono appesi disegni variopinti, alcuni un po’ incerti, figure stilizzate e lontane fra loro, tratti di pennarello tentennanti che delineano alberi dalle chiome scarne e intrise di colori autunnali. In un angolo, per terra, una grande cesta di vimini raccoglie giocattoli usati, bambole di pezza dai capelli lanosi, robot argentati, scatole usurate di vecchi giochi di società, fogli bianchi e matite senza punta. Su un tavolino basso giacciono due porzioni di biscotti secchi e qualche succo di frutta. Thomàs distoglie lo sguardo da quel cibo freddo, ruota lentamente il capo dalla parte opposta e scorge un divano a due posti. Gli sembra un buon rifugio per le sue gambe stanche. Si rannicchia sul divano, appoggia la testa sul cuscino e chiude gli occhi. Vorrebbe tanto una coperta, ma non ha il coraggio di chiederla. Gli hanno detto che arriveranno due persone molto gentili e che si penderanno cura di lui per un po’ di tempo, solo finché la mamma non sarà guarita. Thomàs ha capito qualcosa di importante. Se la mamma deve guarire, vuol dire che è ammalata, ecco perché è così strana. Non è vero che non gli vuole bene, si comporta così perché ha una malattia. Per un bimbo di cinque anni abituato a lunghe e solitarie giornate d’inferno, una spiegazione così semplice è un’illuminazione capace di risolvere una vita intera, la sua. Pensava di non essere amato Thomàs e invece quella signora che è andata a prenderlo a casa mentre sua madre vomitava china sul water, gli ha spiegato che la mamma ha una malattia che col tempo passerà. Thomàs pensa che forse, quando la mamma sarà guarita, proveranno ad essere felici insieme. E’ un pensiero confortante, la speranza di essere amato è ancora viva.

Si addormenta Thomàs e nel sogno ritrova il paesaggio alpino dei suoi primi anni di vita. Le montagne, i pascoli ghiacciati, la luce del sole che illumina la vallata. Si rivede a tre anni, spaesato in mezzo alla neve, con le scarpe inzuppate e i vestiti leggeri. Sente il freddo nelle ossa, cerca qualcuno che lo possa scaldare, urla il nome di sua madre, inizia a correre a perdifiato sprofondando sempre più nella neve tenera e bagnata.

 

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Un vicino di casa volenteroso ha avuto la gentilezza di spazzare la neve sul selciato dei runner. Il percorso è pulito, quasi asciutto, anche se in alcuni punti si è formato un leggero strato di ghiaccio. Matilde deve stare attenta a non scivolare.

Scivolare. Su questa parola si concentra mentre aumenta il ritmo della corsa.

Scivolare per terra e farsi male, scivolare fra le pareti della sua vita di madre mancata.

Il sole esce all’improvviso e spezza la continuità del bianco fra terra, orizzonte e cielo. I raggi sono nitidi, lamine dorate che trafiggono la neve. La luce che si irradia dal riverbero del sole colpisce violentemente il viso di Matilde che, ora, corre rabbiosa. Deve fare attenzione all’asfalto ghiacciato, alla luce accecante, al bolo di terra arida giù nella trachea. In questo modo non riesce più a pensare, troppe cose su cui concentrare l’attenzione, il pensiero di Thomàs si sta allontanando. Era quello che voleva, costringersi a un dolore fisico per non avvertire più quello incorporeo.

E’ una fuga la sua. Una fuga che a nulla serve.

Il respiro si fa sempre più ansimante, il fiato inizia ad accorciarsi, la fatica a farsi sentire. Guarda il podometro sul quadrante dell’orologio. Cinque chilometri sono pochi per infliggersi dolore, ne deve fare almeno il doppio per iniziare a soffrire davvero. Quando arriva il primo cedimento di fatica, Matilde inizia a contare i passi nella mente, ha bisogno di un pensiero fisso e cadenzato che non le consenta di pensare ad altro, soprattutto alla fatica, soprattutto a Thomàs. Una sequenza di numeri è il modo migliore per pensare a nulla. Ma, come sempre accade, dopo un po’ i piedi viaggiano più veloci della mente e il semplice esercizio di contare fino a cento diventa un’impresa quasi impossibile: i trenta si confondono coi quaranta, il ventidue diventa un cinquantuno e fra il sessantasette e il sessantotto compaiono gli occhi di Thomàs. In un lampo Matilde legge un racconto dentro a quegli occhi strabici. Riavvolge all’indietro una pellicola che vorrebbe dimenticare, quella del rifiuto, quella di un bimbo che, respinto dalla propria madre, non viene accolto nemmeno da quella surrogata, da quella donna che avrebbe dovuto prenderlo delicatamente fra le braccia con un sorriso rassicurante.

Quella donna è lei e ora si sente un’infame.

Riavvolgere la pellicola vuol dire riviverla, proprio quando la fatica della corsa inizia a farsi insopportabile. Associare il male corporeo a quello incorporeo è l’unico modo per espiare la propria colpa. Il fiato le esce dalla bocca come un rantolo trafelato, la cadenza del respiro ha lo stesso andamento ritmico e sferragliante di un treno sulle rotaie, un incedere incalzante che sembra non avere fine.

La scena si sviluppa nella mente, Matilde rivede se stessa chiamare Sandro, negare l’evidenza delle sue verità, dargli appuntamento nell’ufficio del Polo Sociale del Comune, dove si sono recati insieme tante volte in quegli ultimi e faticosi anni.

Si vede davanti all’edificio calpestare con rabbia lo zerbino di corda intrecciata per pulirsi le suole dalla neve che scende copiosa, si osserva nell’attimo in cui si accorge di provare sentimenti negativi e in cui capisce, prima ancora di vedere il bambino, che le cose andranno male perché lei è fatta così.

Ha la neve sotto le suole, il freddo sulla pelle, il ghiaccio nel cuore.

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A metà strada fra il sonno e l’incoscienza Thomàs sente una mano poggiarsi sulla sua guancia. Nel sogno cerca di afferrarla, è una mano morbida e tiepida, vuole stringerla e tenerla sempre con sé. Nell’istante in cui la tocca i suoi occhi si aprono e capisce che la mano non stava scaldando il suo sogno innevato, ma la sua realtà di bimbo infreddolito.

La signora che lo ha portato lì lo sta svegliando. Thomàs sente che ha un buon odore, un misto di vestiti puliti e pelle sudata. Una mano calda e un odore rassicurante. Thomàs decide di fidarsi di lei. Gli dice che i signori che si prenderanno cura di lui si chiamano Matilde e Sandro, che stanno per arrivare e che sarebbe bello accoglierli con un sorriso.

Thomàs non ha molta voglia di sorridere. Si alza di scatto, si precipita davanti alla finestra e guarda fuori. Ci sono decine di macchine che procedono lentamente sulla carreggiata, un parcheggio alla sinistra, un negozio con l’insegna luminosa a destra, un piccolo parco dall’altro lato della strada. Dal cielo scendono grossi fiocchi di neve. Li guarda Thomàs e immagina che quei cristalli di ghiaccio siano parenti e amici di tutti i fiocchi di neve che ha visto nella sua vita. Si ricorda dei giorni e delle notti che ha trascorso da solo, a guardare fuori dalla finestra della sua cameretta in attesa di vedere la mamma rincasare. Milioni di volte ha percorso con lo sguardo il viale davanti a casa sperando di vederla comparire. A volte bastava aspettare poche ore per vederla entrare, barcollante, buttarsi sul divano senza nemmeno salutarlo; altre volte il tempo passava così lento che le gambe gli crollavano per la fatica di stare in piedi e si accasciava a terra, addormentandosi sul pavimento, senza nemmeno un lenzuolo a proteggerlo.

Ora è in luogo nuovo, circondato da gente sconosciuta, in attesa di una mamma sostituta.

Fuori dalla finestra c’è sempre la stessa neve, quella maledetta neve che lui odia.

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Matilde entra nella stanza timorosa, guarda i piedi di Thomàs, vede due scarpe di tela leggere del tutto inadatte alla stagione invernale, percorre con lo sguardo l’intero corpo di quel fagotto sfortunato. Ha paura di guardagli il viso, ha il terrore della reazione che le si scatenerà dentro. Osserva con attenzione i suoi pantaloni di cotone, la felpa sgualcita, le manine arrossate, poi è costretta a salire con lo sguardo e a incrociare quegli occhi lievemente strabici che incorniciano un sorriso forzato e malinconico.

Matilde sente un rombo, un forte boato nelle orecchie. Sembra il rumore assordante di una macchina da corsa sulla griglia di partenza. E’ il suono del dolore sordo e angosciante di chi vuole scappare. Matilde capisce che non ce la farà a prendersi cura di lui, nemmeno per un giorno.

Forse perché vuole le cose facili, i percorsi in discesa, gli amori semplici.

O, forse, perché vuole un figlio suo, non quello di un’altra.

Si odia Matilde, odia se stessa e la propria incapacità fisica di mettere al mondo un figlio. Detesta la vigliaccheria che la spinge a rifiutare di poter essere madre solo con l’amore. Tutti quegli anni trascorsi a combattere un meccanismo biologico disattivato dalla stessa natura l’hanno prostrata e inaridita. In lei l’amore c’è, il desiderio di accudire, proteggere e allevare le sono connaturati, eppure li ha rifiutati. Si è rinchiusa in un cuore di ghiaccio, ma la sua anima è fertile e feconda.

Deve accettare definitivamente di avere un corpo sterile.

Vuole farlo, se lo deve.

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E’ durato poco l’incrocio degli sguardi, così poco da non lasciare il tempo di conoscersi, ma di capirsi si. E Thomàs ha capito che Matilde ha paura, più di quanta ne abbia lui. C’è terrore nei suoi occhi, lo stesso terrore che Thomàs prova ogni giorno da quando è nato. E’ il terrore dell’amore mancato; che si tratti di amore non dato o non ricevuto, non fa alcuna differenza. E poi chi l’ha detto che per fare la mamma bisogna avere solo amore da donare? Bisogna anche essere capaci di riceverlo l’amore, che mica tutti ce la fanno. Questo vorrebbe dire Thomàs a Matilde perché nella sua piccola testolina lui sa tante cose. Ha avuto così tanto tempo per pensare a cosa vuol dire volere bene e farsi volere bene che vorrebbe spiegarlo lui a Matilde. Vorrebbe provarci con le parole, ma sa che farebbe fatica, allora si aiuterebbe con i gesti, con il contatto dei corpi; proverebbe ad annusare la sua pelle e a farle sentire il suo di odore. Con il corpo, ne è sicuro, riuscirebbe a spiegarsi.

E’ quasi tentato di avvicinarsi a lei, prova a sorridere in modo più convinto mentre fa il primo passo nella sua direzione, ma Matilde indietreggia, si volta e scappa.

Thomàs corre alla finestra, guarda fuori e la cerca. Le manine stringono forte i cardini del telaio, si alza sulle punte dei piedi per avere una visuale più profonda e la trova. La vede correre lontano con il viso stravolto, fra i fiocchi di neve e i fantasmi della sua paura.

∞ ∞ ∞ ∞ ∞ ∞

Matilde entra in casa. E’ sudata, ansimante, assetata. Non può permettersi di sprecare nemmeno un secondo. Si avventa sul telefono, digita velocemente il numero dell’assistente sociale che, solerte, risponde al primo squillo.

Sono Matilde. Ti prego dimmi che Thomàs mi sta ancora aspettando, dimmi che posso avere una seconda possibilità.”

Ciao Matilde. Thomàs è ancora qui.”

E come sta?”

Da quando te ne sei andata ha smesso di parlare, si è rifiutato di andare con un’altra coppia affidataria. Ha preso i biscotti, li ha gettati a terra e calpestati con una violenza impensabile per un bambino di soli cinque anni, poi si è rannicchiato in un angolo, ha nascosto la testa fra le gambe e si è abbracciato da solo. L’ho avvolto in una coperta e gli ho chiesto se potevo portargli qualcos’altro. Sai cosa mi ha risposto?”

Cosa?”

Matilde.”

Il corpo di un bambino è cioccolato caldo, zuccherato, avvolgente, liscio velluto fra le braccia di una madre.

 

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