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Ormai mi ero deciso, dovevo farlo: dopo tanto silenzio, era venuto il momento di parlare chiaro, di dire la mia. Di come la pensavo. Di quello che volevo.

Di raccontare, finalmente, a cuore spalancato, chi io fossi per davvero.

E come si fa in occasione di un evento eccezionale, perché di questo effettivamente si trattava, avevo organizzato tutto con cura meticolosa, compresa la spedizione degli inviti, via posta prioritaria.

Ero riuscito nell’impresa di indire una specie di conferenza stampa, come solitamente fanno le persone importanti, riunendo a casa mia la cerchia, per la verità non troppo ampia, degli affetti e delle conoscenze.

Martedì 14 aprile, all’orario stabilito per l’incontro, circa un terzo delle persone invitate – ma l’avevo messo in conto – non si era presentato all’appuntamento.

I partecipanti, seppure in numero non elevatissimo, erano comunque sufficienti a rappresentare significativamente il mondo che mi girava intorno.

Ora si parte, pensai, ma la tensione, l’emozione, stavano giocandomi un brutto scherzo: i lineamenti del volto erano induriti, il cuore batteva nelle tempie e le labbra tradivano un lieve tremito che a me pareva un terremoto.

Dovevo farlo però, non potevo più tirarmi indietro dopo tanta fatica: la gente, ormai, era tutta lì, davanti a me, nel salone di casa mia e non aspettava altro che l’inizio del discorso.

Qualcuno aveva la faccia di chi si accinge ad assistere a un curioso avvenimento; qualcun altro si preoccupava del cellulare o guardava nervosamente l’orologio con l’impazienza di chi non vede l’ora che sia finita.

Io pensavo alla mia voce: ero così disabituato ad ascoltarla… Chissà come sarebbe uscita: forte o timida? Gentile o aggressiva? Avrebbe saputo imprimere ai concetti la passione, l’ insicurezza, la dolcezza, la voglia che mi appartengono?

Già, i concetti… Nel mentre che mi preoccupavo dell’impostazione della voce, di come accompagnarla con i gesti più opportuni, a un tratto mi sembrò di avvertire un senso profondo di disagio, e le parole, le idee che avevo l’intenzione di esporre alla platea, mi parvero svuotate di sostanza, campate in aria. Aria fritta.

A dire il vero, non avevo trascritto un discorso in piena regola, ma solo tracciato alcuni punti di riferimento intorno ai quali costruire, a braccio, il mio intervento. Ma mi sarebbe riuscito?

Le premesse non sembravano delle migliori. Non essendomi mai cimentato da un pulpito e intimidito com’ero da quell’assemblea, indugiavo, non sapevo decidermi a cominciare.

Inoltre, la gran parte degli intervenuti – fui costretto a constatarlo, a malincuore – pareva, a occhio e croce, non molto interessata a quanto avrei detto. Quasi nessuno, insomma, aveva l’aria di volermi prendere davvero sul serio.

Si erano formati alcuni capannelli: da uno di questi le voci uscivano confuse e mescolate; ogni tanto si percepiva una parola, un nome e da questi particolari mi fu chiaro che l’oggetto della conversazione era il campionato di calcio.

In un altro gruppetto teneva banco una sola voce e quando questa a un tratto si interruppe ecco levarsi, improvvisa e rumorosa, una risata corale – evidentemente l’esito di una barzelletta raccontata bene.

Nella sala, poi, si sentivano squilli di cellulare di ogni genere e suoni di tastiere sparsi.

Eppure avevo voglia di stupirli tutti, io. Di affascinarli col mio eloquio, la mia capacità di comunicazione, la mia profondità. Con la mia presenza.

Tacevo, invece, mentre la sala di casa rimbombava di risa e di rumori variegati – di tutto, insomma, tranne che della mia voce.

Dal fondo, a un certo punto, qualcuno che non riconobbi, con tono impaziente e un po’ volgare si fece sentire:

Allora, che s’aspetta? Abbiamo fretta, qui!”

Poi qualcun altro ancora, più educato:

Coraggio Riccardo, parti. Cos’hai da dire di così importante?”

Questi inviti, che avrebbero dovuto scuotermi dal torpore e darmi la scossa, al contrario mi paralizzarono, facendo evaporare la mia scarsa autostima e la concentrazione faticosamente costruita nei minuti dell’attesa.

Riuscii soltanto a fare un gesto con la destra alzata, come a dire abbiate pazienza, arriveremo al dunque, ma la caciara e le risate non diminuivano.

Mi avvicinai al microfono, una roba di fortuna allestita per la circostanza. Tirai fuori dalla tasca il foglio col promemoria orribilmente spiegazzato, e con le mani sudate provai a rianimarlo. Mi cadde di mano e con un gesto scoordinato cercai di acchiapparlo al volo senza farlo atterrare. Il gesto fu talmente maldestro che anche il microfono piombò a terra trascinando dietro di sé l’asta. L’intera sala o quasi, scoppiò in una risata feroce che sottolineò la mia goffaggine. Cercai di riprendermi, risollevai il microfono e lo risistemai al suo posto, mi schiarii la voce e finalmente decisi di azzardare. Emisi un suono strano, quasi inafferrabile, che intendeva essere un primo abbozzo di saluto e l’altoparlante mi castigò trasformandolo in un fischio assordante che fece sobbalzare e urlare di fastidio l’intera platea: “Volumeee!!!”. Con la mano tremante e la vergogna di un bambino tentai la regolazione:

Si sente?”

Nooo, ancora troppo forte!”

Così?”

Non si sente nienteee!

Adesso?”

Meglio, sì, ancora un po’…., ecco, va bene!”

Finalmente anche l’impianto voce era a posto e non c’era più niente che mi impedisse di parlare.

Toccava a me. Ora o mai più.

Innanzitutto, buongiorno a tutti. Anzi buon pomeriggio… è già abbastanza tardi…. Scusate per gli inconvenienti” – e una salva di applausi e urla di incoraggiamento mi salutarono in risposta.

Dovevo cominciare, e non sapevo bene da dove. Così attaccai, prendendola larga:

Non credevo, non speravo, che sareste venuti così numerosi ad ascoltarmi. In fondo sono semplicemente uno di voi, e con voi condivido la mia esistenza, tutti i giorni. Immagino sarete meravigliati di ascoltare la mia voce, abituati come siete ai miei silenzi o, al massimo, ai miei sguardi. E sono certo della vostra curiosità riguardo a ciò che intendo condividere con voi. Non sono cose straordinarie” – continuavo, facendo lunghe pause a ogni virgola, durante le quali alcuni fra gli astanti parlavano fra sé togliendomi quel poco di forza rimasta – “però non ve le ho mai dette, queste cose, e terrei tanto a dirvele. Ve ne sarete accorti, non è facile per me starvi di fronte, guardarvi negli occhi, pensare che forse sto soltanto facendovi perdere del tempo prezioso che avete sacrificato per me, a discapito dei vostri figli, dei vostri genitori, dei vostri amici…” – erano già passati alcuni minuti dall’inizio del discorso e una mezz’oretta buona dal momento in cui tutti erano arrivati a casa mia e non avevo ancora detto nulla.

Me ne rendevo perfettamente conto, ma non riuscivo a fare il passettino decisivo che mi scaraventasse, di forza, nel cuore del discorso. Sembravo uno di quei calciatori la cui squadra è in vantaggio, a pochi minuti dalla fine della partita, che raccoglie piano la palla prima di rimetterla in gioco, che finge di farsela sfuggire di mano, che indugia prima di battere un calcio da fermo per perdere tempo. Io però, al contrario del calciatore che fa la “melina”, non avevo nulla da guadagnare: i miei giri di parole, inutili e di facciata, avevano già sortito il loro effetto – negativo – sulla platea, e verso il ventesimo minuto della mia “performance”, due miei colleghi, dal fondo, dopo aver osservato l’orologio per l’ennesima volta, mi salutarono facendo un cenno con la mano.

Scusa Riccardo, siamo in ritardo: abbiamo un tavolo al ristorante con le nostre mogli e dobbiamo passare da casa a cambiarci. Scusaci ancora, poi domani in ufficio ci aggiorni. Ciao”.

Sì, sì, nessun problema” – farfugliai – “Grazie, a domani”.

L’interruzione mi aveva scosso; avevo perso il bandolo di una matassa peraltro ancora tutta da dipanare, ma mi sforzai di ricominciare:

Vi prego di scusarmi – mi rivolsi ai superstiti rimasti nella sala, allargando le braccia e chinando il capo – “Intendo, inoltre, ringraziarvi una volta di più per il regalo che mi avete fatto: quello di essere convenuti qui, per starmi a sentire. Sapete… faccio un po’ di fatica: parlare non è mai stato il mio mestiere. Di solito ascolto…, e credo di saperlo fare anche abbastanza bene” – tentai di alleggerire, con un abbozzo di battuta che non ebbe l’esito sperato: nessuno sorrise, alcuni sbadigliavano, e in molti sghignazzavano ancora, probabilmente, della mia proverbiale inconcludenza.

Le pause tra una frase e l’altra si erano fatte abissali e il mormorio del pubblico le riempiva, svuotandomi di idee e di coraggio. Altre tre persone, per colpa di “impegni improrogabili”, mi interruppero nuovamente, mi salutarono e se ne andarono con passo lieve e veloce. Io sentivo il terreno franarmi sotto i piedi: avevo quasi dimenticato il tema del discorso, ero ben lontano dall’idea di penetrarlo fino al nòcciolo, badavo in pratica solo a difendermi, senza nessuna possibilità di ribaltare la situazione.

Riccardo” – fece un mio amico di vecchia data, con un tono tra l’annoiato e il pietoso – “ma ci hai fatti venir qui per sentirti parlare del tempo e delle stagioni o c’è qualcosa di più?”

No, no, Piero, hai ragione. Vorrei raccontarvi le cose che ho più a cuore e che non vi ho mai detto in tanto tempo”.

Va bene, ma fai alla svelta, io tra dieci minuti devo andare a prendere mio figlio a scuola”.

Anch’io” fecero all’unisono altre quattro voci in mezzo al gruppo che si era già ridotto di diverse unità.

Beh, se proprio non potete, andate: io non so esattamente quanto tempo occorrerà per trasmettervi il mio pensiero. Fate così:” – osai, inalberandomi un tantino, per la prima volta – “andate pure, non perderete certo molto… e forse nemmeno io!” – terminai, con una brutta espressione in faccia. I quattro non se lo fecero ripetere: si abbottonarono la giacca e con un deciso dietro-front uscirono dalla sala.

In silenzio, con fare meno strafottente ma altrettanto risoluto, altri cinque o sei fra i presenti si rivestirono, e mentre tentavo di riattaccare col mio sermone, mi salutarono con un gesto neutro della mano.

La sala si stava ormai svuotando, ma io non avevo alcuna intenzione di rinunciare:

Adesso siamo di meno, ma non è importante: è con voi che vorrei completare il mio discorso e…

Come completare??” – sbottò dalla seconda fila, che era diventata l’ultima, mia cugina Sandra – ma se non hai detto nulla di nulla ancora…!”

Un po’ di pazienza Sandra, un po’ di pazienza. Un’introduzione ci vuole sempre, poi si entra nel vivo del….”

Introduzione??? – tuonò lo zio Armando – “Ma te ci hai chiamato qui per pigliarci per il culo? Vuoi che restiamo tutti in casa tua, a passare la notte? No, basta, mi sono bell’e divertito, ti saluto; e se hai bisogno di dirmi qualcosa, fatti vivo al telefono che il mio numero ce l’hai!”.

Uscì di fretta dalla sala seguito da tutta la seconda fila di parenti e amici che scuotevano il capo, alcuni con un sorrisino di compatimento, altri facendo un verso con il braccio indirizzato verso di me come per mandarmi a quel paese.

Le mie parole, anche quelle più inutili, erano finite.

Mi accasciai sulla seggiola più a portata di mano, nei pressi del microfono, e rimasi lì, stecchito.

Dopo alcuni attimi di smarrimento, mi feci forza, rialzai la testa.

Fu una sorpresa.

Davanti a me era rimasta, tutta intera, silenziosa e immobile, la prima fila.

Erano occhi diversi, volti differenti dagli altri. Ci si leggeva il dispiacere per l’evento non andato a buon fine e tutto l’amore che avrei potuto desiderare.

Remo fece due passi nella mia direzione. Mi alzai dalla sedia. Nei nostri sguardi che si incrociarono, c’era la stessa intensa complicità di quando ci incontravamo, nel poco tempo libero, al bar o in piazza, per raccontarci le cazzate di giornata.

I nostri sensi erano istruiti alla perfezione su come tradurre il pensiero profondo dell’altro.

Mi abbracciò forte :

Grazie Riccardo, è stato un bel discorso”.

Ma… stai scherzando?”

Dico sul serio” – mi rispose con l’espressione vera e appassionata.” – “Ci sentiamo domani al telefono, dopo il lavoro, come al solito, e si fissa per l’aperitivo”.

Grazie – e avevo una stretta alla gola – “grazie Remo, amico, mio, a domani”.

Mio padre aveva la sigaretta che pendeva all’angolo sinistro della bocca e l’occhio semichiuso dal fumo. Si avvicinò in silenzio e con la mano ruvida che sapeva di Muratti, mi accarezzò la guancia come sempre aveva fatto, per rassicurarmi, fin da quando ero piccino.

Mia madre piangeva.

Non ti preoccupare bambino mio, non dare retta a nessuno, sei stato bravo, ma bravo davvero!”.

Mamma avrei voluto tanto spiegarti…”

Bravo, bravo figlio mio…” ripeté asciugandosi le lacrime e si ritirò in giardino.

Senza che potessi avere il tempo di rendermene conto, sentii l’umido di un bacio, il tuo bacio che avrei riconosciuto tra mille, con la tua bocca ad avvolgere la mia più piccola, le mie labbra sottili, imprigionarle per un attimo in una sorta di trappola sublime per poi lasciarle con una specie di dolce schiocco che mi fece resuscitare:

Non preoccuparti amore, ci hai provato ed è quello che conta”.

Non mi è riuscito, non è andata come volevo, intendevo…”

La faccia e la voglia ce le hai messe. Forza, dai, andiamo a cena!” – fui interrotto dai tuoi occhi. Dallo sguardo più bello del mondo.

Non ho appetito, forse è meglio ch’io rimanga un po’ da solo…”

Come preferisci, amore. Ti amo” – e mi stampasti un altro bacio sulla guancia prima di avviarti verso la cucina, con il tuo passo morbido.

C’era rimasta ancora una persona seduta ad aspettare, proprio lì davanti a me.

E te, cosa ci fai ancora qui? Vai a giocare cinque minuti e poi a tavola, che la mamma ha preparato tanta roba buona” – pronunciando queste due frasi finalmente mi parve di risentire la mia voce, quella vera, quella che ricordavo di possedere.

Lisa davanti a me, coi gomiti appoggiati sui braccioli della sedia e le mani strette in un pugno puntate sotto il mento, alzò gli occhi e mi rispose:

Va bene babbo, però che palle tutta quella gente: ora sono contenta che siamo rimasti solo noi”.

Una carezza sulla guancia e Lisa era già partita in direzione della sua stanza.

Adesso toccava a me tornare nella mia.

Invece no.

C’era l’attaccapanni con la giacca – “Torno subito, vado a prendere una boccata d’aria” – gridai, in modo che chi doveva sentire sentisse, e mi ritrovai a camminare lungo il viale alberato da casa mia allo stadio.

Non ero solo: avevo portato insieme a me – o perlomeno lo credevo – le mie parole inesplose, che all’improvviso, però, inaspettatamente, cessarono di premere per uscire. Pensavo di averle ancora tutte lì, incastrate tra la gola e lo stomaco, come molle pronte a scattare, e invece, anche loro come me, avevano pensato di svignarsela da un’uscita secondaria per una bella passeggiata.

Il sangue aveva smesso di pulsare alle tempie, la pelle del volto si era distesa, gli occhi erano rientrati nella loro sede naturale, all’interno delle orbite.

Mi sentivo più leggero e sotto la giacca una strana, sottile, intensa sensazione di felicità.

A ognuno il suo mestiere” – dissi pensando a me e al mio discorso scuotendo il capo, ma giusto per un attimo, perché già sorridevo, strizzando gli occhi, allungando il passo.

Adesso lo sapevo, ne ero certo, avevo avuto la risposta: quell’abbozzo, quell’aborto di discorso, il mio discorso, non era stato inutile.

Era arrivato, dove doveva.

Era riuscito. P e r f e t t a m e n t e.

 

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