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Listfener

Dicono che non ci sono con la testa e forse hanno ragione, ma per la ragione opposta a quel che dicono. Non è il salire al tetto a sera la mia follia, è questo starmene tranquillo tutto il giorno, come non ci fosse nulla per cui valga la pena. Ed è una pena stare in poltrona, pantofole e giornale, veder scorrere l’acqua e le parole e non tentare di fermarle. Eppure mi trattengo, tengo a bada il lupo ed il pavone, fremo e sorrido al mondo storto e a quello troppo quadro. Hai preso le pastiglie, caro?, domanda di rito bizantino, non è premura ma timore di stranezze, uno scrutare gli occhi se sono spenti a sufficienza. Annuisco e mostro l’occhio vacuo, sai come fanno i bassethound, destino da mansueti ma in cuor loro ti azzannerebbero alla gola.
E le pastiglie non le ingoio, le nascondo in una scatola di scarpe per i tempi bui, quando il buio mi scenderà da dentro, una saracinesca chiusa dall’interno, che per ora invece è sempre luce. Luce ed energia, anche quando sembro immobile, sapessi l’energia che accumulo a star fermo, mille lampadine accese a intermittenza, una frenesia tenuta in gabbia. Se non ci fossero le notti di luna e vento ci sarebbe da impazzire, sarebbe un’esplosione nucleare.
La sento subito l’aria che fermenta al buio, oltre la finestra. Anche se sto dormendo, le fronde che si scuotono mi scuotono in richiamo. Fiuto l’aria che s’accende e scivolo fuori dal letto. Infilo le ciabatte, salgo in solaio, mi spoglio e spalanco il lucernaio. La casa un sommergibile da cui esco issandomi sul tetto. Mi accovaccio nudo sulle tegole, le piume e il pelo a proteggermi dal freddo, e aspetto. Aspetto che monti la raffica perfetta, come il surfista aspetta l’onda giusta.
E quando il vento fischia e piega i rami, quello è il mio momento.
Allora urlo.
Uhhuhuu.
La coda ferma, la ruota chiusa, allungo il collo a modulare il suono, a renderlo potente e lungo.
Cavalco l’aria, le vado incontro.
È un pianto, un canto, un gloria in excelsis, divento vento, in un crescendo come una controvoce.
Uhhuhuu.
E lui risponde da par suo, mi mostra i muscoli e dà fiato alle canne d’organo.
Uhhuhuu.
Tremano gli alberi, ammutoliscono gli uccelli e il mondo non esiste. Solo io resisto afferrandomi alla luna. E ancora urlo proteso al nulla sopra al tetto.
Poi, come è iniziato, il vento di colpo tace.
E io lo guardo che s’acqueta e resta immobile, lì davanti a me, posato sulle cime nere delle piante assieme alle cornacchie.
Anch’io immobile.
Lo guardo a lungo e infine lo saluto con un cenno, come si fa con un amico dopo una bella sfida che non si sa nemmeno chi abbia vinto.
Quindi mi calo dalla botola del tetto e scendo, quasi sereno, fino al letto.

 

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