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Da piccolo ho assistito alla morte di mia nonna: fu una fine silenziosa. Giocavo sul tappeto davanti a lei, con i cubi di legno e i soldatini quando, d’un tratto, il giornale che leggeva è scivolato a terra fragorosamente. Ho alzato gli occhi vedendo che un braccio le penzolava dalla poltrona, e notai che sorrideva in modo bizzarro, digrignando i denti, quasi sforzandosi. Mi guardava come volesse aggrapparsi alla mia vita, e tagliarne un pezzo per rattoppare il buco dal quale esalava l’aria che la teneva viva. Sul collo scivolava un po’ di saliva, una bava lucida, uscita dall’angolo della bocca contratta. Ho sostenuto lo sguardo a lungo, senza muovermi, senza emozione. Poi, lentamente, il suo s’è spento, ed il corpo ha perso quella rigidità che la sosteneva. Appoggiata la testa al petto s’è afflosciata sulla poltrona. Birba, il gatto, se n’è andato dalle ginocchia, dov’era accucciato, saltando a terra di scatto. Pareva quasi la nonna non le servisse più. Esattamente in quell’istante, ho visto un bagliore improvviso, come un piccolo flash, provenire dal suo orecchio destro. Ho aspettato qualche minuto in silenzio, respirando piano e senza muovermi, mentre la pendola marcava con ritmo lento e tranquillo il tempo che non era più suo. Poi, lasciati i giochi sul tappeto, mi sono avvicinato a piccoli passi, come prestando attenzione a non svegliarla, e le ho preso un orecchino fatto a pendente, sfilandolo piano dal buco nel lobo. Era una perla di fiume a goccia, appena grigia, opalescente, la superficie lievemente irregolare, ancora tiepida, con un brillantino incastonato sopra, proprio quello che, illuminato per un attimo da un raggio di luce, m’aveva abbagliato con un riflesso. L’ho messo in tasca e sono andato a chiamare mia madre, scendendo le scale di corsa e facendo la faccia spaventata.
Dell’inspiegabile scomparsa del pendente fu accusata Santina, la donna che l’accudiva, e, bisbigliando, tutti si chiedevano come mai ne avesse preso soltanto uno. Zia Rachele suggerì che l’aveva fatto solo per ricordo, quasi a celebrare l’affetto che aveva per nonna, e tutti furono d’accordo compiacendosi, quasi commossi, del gesto affettuoso. Non se ne parlò più.
Fu quello il primo furto. L’orecchino era solo un feticcio; non era certo il suo scarso valore a rendermi orgoglioso, ma il fatto che, nel mio immaginario, ciò che avevo preso era l’ultima scintilla di vita della nonna. L’evento mi cambiò, vincolando i miei pensieri fino ad oggi.
Avevo allora otto anni e, già da tempo, percepivo il mio non essere normale, non essere uguale agli altri, come un fatto immanente, che accettavo, fiero del mio destino. Il mondo, per me, era abitato da due specie: io e loro. Stavo sempre in disparte e non socializzavo. So che è facile dirlo, nessuno è uguale agli altri – lo so – ma molti si somigliano e tantissimi finiscono per fare le stesse cose che tutti fanno ogni giorno, senza pensarci. Consideravo inutile e dannoso intromettermi nella loro vita, ed interagivo solo per le esigenze quotidiane indossando, in quei momenti, una maschera di normalità. Li osservavo, però, come animali di uno zoo, esaminando con attenzione i loro comportamenti. Annotavo atteggiamenti, gesti, modi di fare e prevedevo le reazioni agli eventi; un esercizio che mi fu utile dopo per ottenere il successo delle mie iniziative.
Il giorno della morte di nonna cominciò, per me, un collezionismo astruso e ossessivo, che nessuno avrebbe mai potuto capire perché m’impossessavo di sensazioni, sentimenti, immagini. All’inizio furono atteggiamenti provocatori nei confronti dei miei coetanei ad appagare questa passione; mi beavo delle loro reazioni e sguardi turbati. Ero capace, però, di concentrarmi anche su particolari noti a me soltanto, come strappare le zampette ad una mosca osservandone la lenta agonia, o staccare la coda alle lucertole. Qualche tempo dopo, ad esempio, durante una gita in campagna, calpestai un uovo nell’esatto istante in cui la superficie si crepava sotto lo sforzo del pulcino che cercava la vita. Intendevo far mia la prima manifestazione di vita, l’antitesi all’ultima scintilla che avevo sottratto alla nonna. Non m’ero accorto, però, della presenza di mia sorella, ancora bambina, che inorridì fino all’isteria per il mio gesto. Urlava frasi sconnesse, saltellando disperata sul posto, e piangeva indicando i miei piedi con terrore e sgomento. La guardai allora, ridendo cinico e aggressivo, stringendo le palpebre e calcando, se possibile, ancor più il piede sull’oggetto del delitto. Scappò in lacrime tenendo le mani in alto, ed andò a riferire del mio gesto a mamma. Avevo il suo terrore e il suo sgomento, un vero trionfo.
Ecco, terrore e sgomento furono per anni il mio segreto obiettivo, e più ne avevo più ne desideravo. Bastavano atteggiamenti strani e provocatori per garantire il risultato. Sceglievo le vittime tra persone che avevano un rapporto particolare con me: i miei familiari, i compagni di classe, di patronato, gli insegnanti, in breve il primo anello sociale, quello più stretto.
Con mio padre successe verso i dodici anni.
Dopo pranzo era solito leggere il giornale, a capotavola, sopra la tovaglia che mamma lasciava per lui dopo sparecchiato. Beveva il caffè con tanto latte e zucchero, sorseggiando. Quel giorno arrivai silenzioso e mi posi di lato, ma abbastanza vicino. Lui aveva la testa china sulla pagina aperta, e leggeva. Rimasi qualche secondo immobile, poi m’infilai un dito nel naso. Cercavo di afferrare una caccola che si era nascosta in alto nella narice, ed era difficile, perché, viscida e scivolosa, continuava a sfuggirmi. Lavoravo con impegno, tenendo però lo sguardo fisso su di lui, gli occhi bene aperti e le ciglia aggrottate. Continuò a leggere ancora per poco, poi, avvertendo la mia presenza silenziosa, alzò lo sguardo dal giornale su di me. Vidi il suo volto trasfigurare passando dalla serena tranquillità ad un’espressione interrogativa, quindi, allungando i lati della bocca verso il basso, ad un‘espressione schifata giungendo infine, accigliandosi e stringendo gli occhi, ad un aspetto furioso:
– Ma che fai? – urlò schifato dal mio comportamento.
Senza proferire parola, continuai a muovere tortuosamente il dito nella narice reggendo sfrontatamente il suo sguardo irato.
– Smettila immediatamente, sporcaccione! – disse ancora urlando, tanto che mia madre, dalla cucina dove stava lavando i piatti, chiese cosa succedeva.
Io continuai, sporgendo leggermente il viso in avanti, come a sfidarlo, e, puntuale, arrivò il ceffone: forte, improvviso, rumoroso. In quell’istante mia madre, preoccupata, si stava affacciando alla porta del tinello. Lo schiaffo mi colpì con violenza tra la mano, con il dito cacciato nel naso, e la guancia facendomi voltare la faccia di colpo. La forza fu tale che il dito uscì violentemente dalla narice rompendo i capillari. Rimasi immobile, la testa voltata, fino a quando sentii il sangue, caldo e viscoso, scendere copiosamente. Girai allora il viso, con lentezza, verso mio padre e, sostenendo ancora irrispettoso il suo sguardo, sporsi il labbro inferiore in avanti, a raccogliere un po’ del sangue che ora usciva velocemente. Ne scendeva anche lungo il collo, e, in parte, gocciolava a terra dal mento. Mia madre, che non aveva assistito alla scena dall’inizio, si precipitò, chinandosi a tamponare il naso con il canovaccio che aveva in mano. Rivolse parole aspre a mio padre accusandolo d’essere manesco e violento. Mio padre non aveva difese, farfugliava giustificazioni incomprensibili; la cosa era talmente complicata da spiegare che non riusciva ad esprimersi. Mentre mamma continuava a premere il canovaccio sul naso, io tenevo le braccia dritte lungo i fianchi, le gambe unite e guardavo ancora fisso mio padre con la massima intensità possibile. Lui pareva addirittura terrorizzato dal mio inspiegabile comportamento, ma, come una bestia abbagliata dai fari, non riusciva a distogliere lo sguardo dal piccolo diavolo che aveva davanti. Sul suo volto, era dipinto lo sgomento. In quel momento, provava la più antica e potente emozione umana: la paura dell’ignoto, ed era mia.
Le informazioni che ricavai da quell’episodio, mi furono preziose; capii di fatto che attraverso la paura – la paura dell’ignoto, di ciò che non si comprende, del buio – l’uomo può abbandonare ogni traccia della civiltà che ne ha sostenuto l’evoluzione, divenendo capace di sbranare i propri figli in un attacco parossistico alla ricerca della propria salvezza, ma anche di farlo regredire ad una forma quasi fetale, come si ritirasse dentro se, alla ricerca della placida e inerme esistenza nel limbo materno.
Venne poi il turno di mia madre.
In famiglia siamo stati sempre molto religiosi, soprattutto praticanti, e con un onnipresente senso del pudore a regolare ogni questione. Mio padre cambiava canale se un film faceva vedere anche solo un bacio tra due amanti, ed alcuni argomenti erano proibiti. Io, ormai quindicenne, avevo, però, già sviluppato una coscienza indipendente, formatasi a scuola, osservando cosa nascondevano certi compagni, i più spregiudicati, sotto il banco: giornaletti pornografici. Ne avevo rubato qualcuno e fu così che una gran parte di particolari morbosi si aggiunsero alla mia coscienza malata. Anche la masturbazione non aveva più segreti, ed in quel periodo assorbiva una parte consistente delle mie energie, altrimenti rivolte alla persecuzione del prossimo.
Mamma era insegnante di lettere e latino al liceo Mameli di Via Belzoni, a pochi passi da casa. Era donna autorevole, come la materia che insegnava, e sapeva unire le faccende domestiche al lavoro che l’insegnamento le imponeva a casa. Aveva sempre tante cartelle di compiti da correggere e libri sui quali preparare lezioni. Lavorava nello studio, una stanza a fianco del salotto.
Quel giorno era pomeriggio inoltrato e, finito ciò che dovevo eseguire – i compiti -, mi rimaneva del tempo ed intendevo guardare la televisione. Entrai in studio e chiesi permesso a mamma. Ricordo che eravamo soli a casa, perché il babbo era a lavoro e mia sorella a catechismo, che preparava la comunione. La televisione mi fu rifiutata in considerazione del fatto che, essendo maggio, avrei potuto fare un fioretto e dedicarlo alla Madonna.
La calma con la quale avevo chiesto il permesso, si condensò in gelido furore.
Esistono dei momenti che, a ripensarli dopo, non si potrebbe nemmeno affermare che tutto successe in un attimo, perché tutto, in realtà, continuava ad accadere, ed in seguito alla negazione del permesso, mi avviai deciso verso ciò che sarebbe accaduto.
Andai in camera, presi un giornaletto dal nascondiglio, e mi recai in salotto. Calate braghe e mutande mi sedetti sul divano in velluto, quello di fronte la televisione. Cominciai a sfogliare le pagine palpeggiandomi il membro che, in altri momenti ed in altre sedi, sarebbe stato già pronto. In ogni modo non ci volle molto per raggiungere l’erezione, ed iniziai a masturbarmi gemendo rumorosamente. Ai gemiti si aggiungeva il rumore dei colpi che davo, per il movimento affrettato, con il braccio sulla coscia. Nel silenzio della casa non poteva non essere notato il rumore che producevo, difatti mia madre venne fuori del nascondiglio proprio quando mancava poco all’epilogo. Immagino che, in un primo momento, non capì, pensando invece ad un mio malore, o qualcosa del genere. Fu quando arrivò di fronte a me che la cosa si presentò, invece, in tutta la sua orribile turpitudine, ma ancora faticava a credere ai propri occhi. Alzai, allora, il viso dal giornaletto e la fissai oscenamente, gli occhi semichiusi, la bocca aperta e contratta e la lingua fuori. Avevo anche accelerato il ritmo e gemevo seguendo la cadenza della mano, teso in avanti per lo sforzo e con il viso rigato dal sudore. Mia madre era sfigurata: il suo non era un volto, ma l’espressione di una difficoltà totale, l’immagine del crollo d’ogni sacro pudore, la manifestazione di un disgusto completo e … venni clamorosamente. Tenendo saldamente il cazzo in mano eiaculai sul giornaletto, continuando a guardare in viso mia madre, sorridendo satanicamente e urlando il mio orgasmo. Probabilmente avevo incarnato la somiglianza con un satiro, di quelli con le zampe caprine perché, a guardarne il volto irriconoscibile, dovevo essere una visione tremenda; v’era dipinto il terrore più puro e lei, regredendo appunto in forma fetale, si coprì la faccia con le mani scappando atterrita nel suo studio.
Il terzo principio della dinamica enuncia: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. E così fu.
Non esistevano parole nel prontuario d’intervento correttivo a disposizione dei miei, in altri termini non sapevano che dirmi, non sapevano chi ero, non sapevano che fare, erano sgomenti. Bastarono però alcuni giorni perché fosse presa l’unica decisione che credevano opportuna: il collegio militare. Grazie ad amicizie di mio padre, mi fu garantito l’ingresso, per l’anno scolastico a venire, al collegio navale Morosini di Venezia. Accettai impassibile la decisione e cominciai l’anno a settembre.
La disciplina riuscì, in qualche modo, a contenere la mia ossessione, ma poté di più la lontananza da casa, e, quindi, la mancanza di familiarità con chi mi stava intorno; l’anello sociale nel quale ero costretto a vivere, aveva ora una circonferenza più ampia. Istintivamente mi resi conto – e l’ho capito adesso con chiarezza – che lo sgomento di maggior valore lo puoi rubare a chi sentimentalmente ti è più vicino, come ci fossero delle invisibili radici a legarti, troncando le quali si genera un dolore immenso ed anche il terrore più puro. A tentare di sgomentare uno sconosciuto, invece, sarei passato solo per pazzo, provocando pietà, compassione o forse rabbia.
La mia ossessione, quindi, si placò permettendomi di studiare con risultati apprezzabili. Lo sport, soprattutto, mi dava importanti soddisfazioni. Mi appassionai alla vela, per la quale pareva avessi una predisposizione naturale, ed ero fortissimo nella voga. Sostenetti eroicamente anche le prove d’ammissione al gruppo dei “pivoli” – le reclute sono chiamate così dagli anziani – che altro non era se non meri atti di bullismo. Gli anziani del corso, però, erano indecisi se io fossi un sadomasochista oppure dotato di un carattere freddo e imperturbabile, capace di farmi superare stoicamente qualsiasi prova loro volessero impormi; erano impressionati della capacità di non proferire parola, sostenendo il loro sguardo con fierezza e audacia. Fui anche costretto, mio malgrado, a socializzare con i compagni di corso e quindi calai la maschera di normalità sul viso.
Venezia è un luogo meraviglioso; sembra esistere in una capsula del tempo preservata dalla marcia involuzione che caratterizza il resto del mondo. È un ambiente dove ogni senso trova appagamento, tanto che un cieco potrebbe riconoscere i luoghi solo con l’olfatto o con l’udito, per le particolari esalazioni o rumori che contraddistinguono i vari quartieri, addirittura una calle dall’altra. Vestito da cadetto mi resi conto d’essere anche parte integrante di quel luogo magico, così come il campanile di San Marco o il tramonto sulla laguna; era scontato mettersi in posa per la foto ricordo con qualche turista. Dopo poco conobbi anche una ragazza alla quale piacevo. Eravamo solo due ragazzini, ma facemmo l’amore – io per la prima volta -, e con lei provai piacere a suscitare piacere, ad accarezzarla lentamente godendo dei suoi brividi, ed anche lei mi dava piacere. Erano sensazioni mai provate prima che, in qualche modo, mi procurarono l’effetto come di uno psicofarmaco al folle: intontimento, torpida coscienza. La mia vagava, quindi, in una nebbia ovattata e silenziosa.
I miei, dapprima timidamente, poi con maggior orgoglio e soddisfazione, venivano regolarmente a trovarmi ogni due domeniche, rimanendo sempre più sorpresi per quella che loro chiamavano una miracolosa trasformazione. Parlavo con loro, sorridevo e facevo da cicerone durante le passeggiate illustrando i segreti di Venezia. Avevano conosciuto anche Mariangela, la mia fidanzata, e ne erano entusiasti. Una sera andammo a mangiare tutti insieme alle zattere, affacciati al canale della Giudecca. Mancavano pochi giorni al giuramento, che sarebbe stato la prima domenica di maggio.
Accadde quella sera.
Portando una fetta di pizza alla bocca cadde una piccola gocciolina di pomodoro che macchiò i pantaloni candidi della divisa. Formò una macchiolina non più grande di un coriandolo. Nessuno se n’era accorto; io la fissai un istante – forse poco più di un istante – e “clic”, scattò un meccanismo. Fu come riavvolgere un nastro alla massima velocità, quando si sente quello stridio di voci accelerate e confuse. Dentro me si generò un immediato processo inverso, riportandomi alle mie origini ossessive e, d’un tratto mi resi conto che tutto era normale. Alzai lentamente la testa e vidi che attorno a noi famiglie normali mangiavano e chiacchieravano rumorosamente, e tutti ridevano, e tutti avevano la bocca piena di pizza oppure stavano bevendo, mentre i camerieri danzavano tra i tavoli. Il sole era tramontato, ma i riflessi di gondole e lampioni sul canale erano incantevoli, la gente intorno bella, io bello e affascinante vestito della mia divisa perfetta, Mariangela bellissima, i capelli ricci le scendevano sulle spalle, mamma, papà, la mia sorellina; eravamo tutti soggetti di un quadro romantico e perfetto, illuminato dalla confortevole luce della normalità.
La normalità.
Un lungo brivido m’attraversò la schiena e fui colto dal panico. Mi mancò l’aria. Ero in mezzo agli altri, in mezzo a loro, e mi stavano trasformando in uno di loro. Sarei diventato adulto e tutto sarebbe stato diverso, gli altri mi avrebbero visto come uno di loro e avrei dovuto fare le stesse cose per centinaia di volte e sempre nello stesso modo e … e, però, ero ancora un ragazzo, un adolescente, la forma umana più perfetta per generare sgomento e terrore, e il mio potenziale era altissimo, lo sentivo dentro me, profondamente in me. Sentivo riprendersi il vigore che mesi di oscuramento non erano riusciti a indebolire.
Non ebbi nemmeno l’idea di farlo, semplicemente lo stavo già facendo.
M’alzai di scatto farfugliando una scusa di rientro anticipato. Senza aspettare risposta me n’andai scomparendo alla loro vista. Attraversai di corsa il ponte dell’Accademia e poi, attraverso calli e ponticelli, fino a Piazza San Marco. Sempre correndo come un forsennato, lungo la riva degli Schiavoni, raggiunsi Sant’Elena ed entrai in collegio. Andai direttamente al ricovero barche in punta all’isola. Aspettai qualche minuto dietro un cespuglio, recuperando il fiato e aspettando il giro di ronda. Appena passata, andai sul molo e forzai la finestra sul retro del deposito attrezzi. Entrato, sapevo già cosa cercare. Presi dalla scaffalatura una latta di carburante e poi, tornato fuori, la misi dentro il primo sandalo ormeggiato in acqua. Poi andai a prendere un remo dalla rastrelliera vicino alle canoe, e montai in barca. Sciolto l’ormeggio, spinto il sandalo in acqua libera e poggiato il remo sulla forcola, cominciai subito a vogare. Non mi vide nessuno.
In piedi a poppa, il fresco vento contrario mi portava i mille odori di Venezia, e lo sforzo della voga mi schiarì la mente. La nebbia ovattata era finalmente squarciata e scorreva ancora il mio sangue nelle vene. Mi sentivo vivo e capace, determinato ad ottenere ciò che volevo. Furono i minuti più belli della mia vita.
Raggiunsi l’imbarcadero di Piazza San Marco e ormeggiai in mezzo alle gondole. Erano da poco passate le dieci di sera e la piazza era affollatissima. Sbarcai tenendo saldamente la tanica in mano e, camminando spedito, arrivai nello spiazzo tra il campanile e la basilica, dove la gente s’affolla di più. Posata a terra la tanica, mi guardai intorno e vidi ciò che cercavo: uno qualsiasi che si stava accendendo una sigaretta. Lo raggiunsi e, con sguardo insolente, gli dissi di darmi l’accendino, strappandoglielo di mano. Tornato indietro, svitai il tappo del serbatoio di latta e, senza esitare, lo sollevai in alto, sopra la testa, rovesciandolo. La benzina mi scrosciò addosso, puzzolente e fredda. Mi entrò in bocca, salata e disgustosa, e ne sentii le esalazioni nel naso che mi stordirono impedendomi quasi di respirare. La sentii penetrare dappertutto, assorbita dalla divisa, fin nelle scarpe. Qualche grido intorno a me avvertiva che il gesto era stato notato, e la gente si spostava isolandomi, formando un cerchio vuoto intorno a me.
Finalmente gli altri si tenevano distanti.
Avevano paura, e questo si leggeva sui loro volti. Con la tanica tenuta alta che sgocciolava, mi girai a guardarli, con sguardo feroce. Alcuni già regredivano, coprendosi il volto con le mani, altri proteggevano i loro cari. Buttai la tanica, ormai vuota, a terra che rimbalzò con clangore metallico. Pareva quasi si fosse fatto silenzio. Le facce intorno a me esprimevano orrore e sgomento e finalmente potevo nutrirmi, potevo averne ancora. Feci scattare l’accendino e fu un attimo: vidi ballare gli altri intorno a me distorti dal calore delle fiamme.
Poi venne il buio.
Mi risvegliai in ospedale bendato come una mummia, e mi bastò lo sguardo imbarazzato di mamma per conoscere il mio destino: ero ancora vivo.
Il fuoco ha sciolto il viso in un unico impasto lucido di pelle e buchi del naso. Delle labbra non è rimasto nulla, proveranno con un trapianto di pelle; per adesso i denti, sempre esposti, dipingono un ghigno pauroso sull’ammasso informe, e non trattengono la saliva che cola sul collo. Ho perso un occhio, diventato bianco come quello di un pesce al forno, l’altro invece è vivo e lucido tanto che, quando mi guardo allo specchio, mi pare ci sia uno dietro il buco della serratura che spia. Non ho più i capelli e le orecchie si sono arricciate arrendendosi al fuoco.
Ora, alzando lo sguardo verso uno sconosciuto, provoco immediatamente sgomento e terrore perché chi mi vede non sa cosa sono, non capisce chi lo sta spiando da dietro quel buco nella carne, ed è sempre la paura dell’ignoto che vince il suo animo, e scappano tutti.
Sono ancora vivo.

 

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