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Era almeno un’ora che continuavo a guardarmi intorno sbalordita: il palasport era gremito e il frastuono del pubblico eccitato saturava l’aria. Odore di pop-corn. Ricacciai indietro un vago senso di soffocamento e mi sforzai di sorridere. Come avevo potuto lasciarmi convincere da Alex a pagare venti euro di biglietto per assistere ad uno spettacolo tanto idiota? Fino a poche ore prima non immaginavo neppure che potesse esistere uno sport (sport?) basato esclusivamente su tale “prestazione atletica” e adesso ero sugli spalti in mezzo a un’orda di tifosi invasati che si sbracciavano per incitare i loro beniamini. E non potevo neanche consolarmi deridendo la stupidità degli uomini, poiché nonostante una netta prevalenza di individui di sesso maschile, tra il pubblico c’erano pure parecchie donne.

‒ “Non ti pareeee che tutto ‘sto casino sia… eccessivoooo?” ‒ urlai sporgendomi verso l’orecchio di Alex.

‒ “Eeehh?” ‒ fece lui regalandomi un’occhiata stupita, quasi si fosse ricordato in quel momento che c’ero anch’io.

‒ “Troppo casinooo… per una cazzata simileee!!!” ‒ ripetei senza riuscire a sovrastare il martellante rincorrersi di trombe e tamburi che scuoteva la gradinata.

‒ “Ma stai scherzandoooo??! E’ la prima volta che la finale mondialeeeee si giocaaa in Italiaaaaa!!!”

Non osai replicare, anche perché più d’un fanatico nel raggio di qualche metro aveva iniziato a guardarmi male. Certo, era la finale mondiale, ma io mica volevo contestare l’ufficialità dell’evento… ciò che mi lasciava senza parole era che esistesse un campionato mondiale di *trattenimento di urina*.

Trattenimento, intrattenimento, pensai, e rabbrividii perché specchiandomi negli occhi di chi mi circondava ebbi la sensazione di essere una creatura abominevole in cui sopravviveva un crepuscolo d’intelligenza. Nella speranza di stordirmi ingollai una palla di konk e finsi di interessarmi alla faccenda.

‒ “Chi vinceeee?”

‒ “L’ultimo che si pisciaaaa addossoooo…”

‒ “L’avevo capitoooo! Volevo direeeee chi sta vincendo adessooooo?!!” ‒ gridai di rimando. Il rimbombo del tifo all’interno del palasport iniziò a seguire un moto ondulatorio, quasi che d’incanto la marea umana fosse stata tele-trasportata su una spiaggia di Rimini a il frastuono variasse d’intensità in base ai capricci del vento. Segno che il konk stava facendo effetto.

Prima che Alex potesse rispondermi, dagli spalti partì un boato: il terzultimo atleta sulla destra aveva ceduto di schianto e la divisa “ufficiale”, un paio di pantaloni lunghi di colore azzurro chiaro, s’era variegata d’una chiazza blu estesa dall’inguine giù fino alle caviglie.

‒ “Evvaiiii!!! Anche il tedesco è fuoriiiii!!!” ‒ mi urlò in faccia Alex con occhi luccicanti.

‒ “Evvivaaa…” ‒ gridai anch’io e cominciai a sentirmi più calda dentro.

Qualche minuto dopo il bisogno di ridere era così gonfio che mi ero decisa a porre qualche altra domanda all’esperto, ma quando presi fiato fui interrotta dalla voce dello speaker.

Gentile pubblico, come avete visto, gli atleti rimasti in gara hanno svuotato completamente la bottiglia con il quarto litro d’acqua: il gioco si fa duro… ‒ ululati tra il pubblico ‒ Ha resistito un’ora, sette minuti e ventitré secondi,Hans Klemann, l’atleta di nazionalità tedesca che era tra i favoriti della competizione e che va ad aggiungersi agli altri sei la cui vescica ha già ceduto in precedenza. Passo quindi a leggervi la classifica provvisoria dal decimo al quarto posto: decimo classificato…”

Quindici minuti dopo, a metà del quinto litro, toccò al russo bagnare i pantaloni.

‒ “Evvaiiii!!!” ‒ gridò Alex saltellando sul posto ‒ “Mar-co! Mar-co! Mar-co!!!”

‒ “Chi è rimastoooo oltre l’italianoooo?”

‒ “Jack Ashtooooon, l’americano campioneeee del mondoooo!”

Studiai Alex, e non so se per effetto del konk o per un’improvvisa crisi mistica determinata da emozioni troppo intense, mi resi conto che non potevo tollerarlo. Non c’era dubbio che fosse bello, alto e muscoloso, con uno sguardo spettinato da Pettyfer dei poveri, ma era un coglione come tutti gli altri. L’avevo assecondato seguendolo in questa bolgia delirante con la speranza che significasse qualcosa e invece adesso non vedevo l’ora che mi riportasse a casa. Ingannai il tempo giocando col lucidalabbra al sapore di arancia finché, alla fine del quinto litro il palazzetto dello sport ammutolì e Marco Sartori si bagnò senza ritegno le braghe.

‒ “Nooooo….” ‒ sbraitò Alex disperato e si voltò verso di me.

Io lo abbracciai e forse diedi l’impressione di volerlo consolare, invece grazie al konk stavo rimuginando sul perché, se umani e delfini sono le uniche specie che fanno sesso per piacere, soltanto i leoni si accoppiano più di quaranta volte al giorno.

Vinse l’americano: ingoiò sei litri e mezzo e riuscì a impedire alla sua vescica di esplodere per quasi due ore.

‒ “Ti è piacuto?” ‒ mi chiese mentre uscivamo dal palasport pigiati tra la folla.

Come no, stronzo, pensai, ma il konk mi impediva di dire cose di senso compiuto. Così farfugliai.

‒ “Certo! E’ strano come il piacere coincida con l’alleviarsi di un peso fisico o mentale… qualcosa che prima dobbiamo trattenere e poi possiamo eliminare…” ‒ infine in un barlume di lucidità aggiunsi ‒ “tipo mandarti a fare in culo…”

Ci rimase male: probabilmente, a suo modo anch’io gli piacevo.

Fuori il cielo notturno brillava pieno di stelle, ma era troppo freddo perché la poesia potesse dare nuova vita ai mozziconi di sigaretta spiaccicati sull’asfalto. Così quando il Pettyfer dei poveri cercò di fare gli occhi dolci e di dire qualcosa di simpatico, rimasi spenta. Arrivati alla macchina di Alex, sputai in terra: dopo aver preso il konk mi capitava sempre che la bocca si riempisse in di saliva amara. Era per quello che usavo il lucidalabbra all’arancia, per svagare la lingua con un retrogusto di aranciata amara che mi riportasse indietro ai tempi della prima infanzia.

Mi riaccompagnò a casa e per buona parte del viaggio, riprese a parlare di Jack Ashton, di come avesse migliorato tre mesi prima il record del mondo che peraltro già deteneva da sei anni, riuscendo a trattenere otto litri e mezzo di acqua per tre ore e ventidue minuti. Per fortuna, il konk trasmetteva un sottofondo musicale fatto di canzoni dei Dollyrots e la chitarra distorta di Luis Cabezas si mescolava al suono della voce di Alex creando buffe risonanze elettriche. Fu quando il rosso al semaforo tra via Goretti e corso Malta ci scattò in faccia che decisi di farlo. Il konk amplificava le vibrazioni del motore in folle e la manina con il dito medio alzato appesa allo specchietto oscillava leggermente. Ero come ipnotizzata e la droga amplificava la luce rossa del semaforo al punto che tutto l’abitacolo assunse una sfumatura sensuale.

Quando arrivò il verde, bastò poco più di un minuto per accostare davanti al condominio dove abitavo. Salutai Alex indugiando sull’ultima lettera del nome. Tutto si stava svolgendo al rallentatore come se il konk stesse girando l’ultima scena di un film per poi metterci una croce sopra. Scesi dall’auto e richiusi la portiera lasciandogli il sedile completamente bagnato.

 

 

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