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vecchia-pantofolaNobis cum semel occidit brevis lux
nox est perpetua una dormienda
(Catullo)

I.

‒ “Mi ricordo che faceva dondolare una pantofola in bilico sulle dita di un piede fino a due o tre mesi fa. Ora neanche quello: sono molto preoccupata.”
Adalgisa sospira abbattuta quanto una vecchia quercia col tronco cavo dopo un temporale. Cerca conforto nello sguardo della figlia giungendo le mani sul piano del tavolo del tinello, quasi a pregare il tempo di addolcire il suo battere impietoso. Le falangi sono talmente deformate dall’artrosi che le dita s’inceppano nel tentativo di intrecciarsi: forse per questo la preghiera non ottiene ascolto.
Pausa.
Carla non sa cosa rispondere e le due donne si ritrovano a osservare in tralice la sagoma immobile di Giuseppe, pesantemente affossata nelle pieghe del divano.
Finalmente Carla muove un passo, si inginocchia e accarezza con la destra i capelli del padre.
‒ “Cos’hai babbo?” ‒ chiede con tono esitante ‒ “Vuoi che ti porti una camomilla? Ti accendo la tv? C’è la serie A su Sky, ti guardi una bella partita, eh?”
Giuseppe resta immobile col volto contratto nella medesima smorfia, non risponde, non fa cenni con la mano. Non muove neppure gli occhi per cercare quelli tanto amati della sua unica figlia.
‒ “Ormai sono troppi giorni che è così. Pare una statua” ‒ si approssima, Adalgisa, all’orecchio della figlia ‒ “non risponde e neanche chiede. Tocca a me ricordarmi del cibo, dell’acqua: devo imboccarlo come un bambino e indovinare quando è il momento della pipì… ormai da solo non prova neanche a sollevarsi.”
Carla rimugina fra sé stringendo le labbra tra il pollice e l’indice, tormentandole automaticamente.
‒ “Eppure non può essere solo la malattia che va avanti. Che sia anche depresso? Che sia il suo modo per dirci di voler staccare la spina?”
‒ “Voi… voi state parlando di me come se non ci fossi. Vi state divertendo?”
Le due donne sussultano, colte di sorpresa dalla voce pallida dell’uomo che in ogni caso resta immobile continuando a fissare il muro bianco della parete avanti a sé.
‒ “O babbo, vuoi farci impazzire? A che gioco stai giocando?” ‒ sbotta la figlia ‒ “Non vedi quanto siamo in ansia? Vuoi che chiami il medico?”
Nessuna risposta.
‒ “Ti prego, Beppe… dicci icché si deve fare?” ‒ rincara la moglie.
Ancora nessuna risposta.
Carla sbuffa, stringe i pugni e sfoga la tensione marciando ad ampie falcate verso la cucina, seguita dalla madre. Non appena varcata la porta della stanza attigua, fidando nella tenuta acustica del fondello di forati, esplode.
‒ “Vuole rovinarci le ferie, ecco cosa vuole…”
‒ “Non ti innervosire, parla piano, si sente tutto di là.”
‒ “Gli ho pure dato dello stronzo, a Carlo! Abbiamo quasi litigato, invece aveva ragione lui: vuole rovinarci le ferie! Ma insomma mamma, anche tu, ci vivi insieme! Possibile che non sai dire che cos’ha?!”
Adalgisa si fa prima scura, poi rossa in volto.
‒ “Forse… f-forse è perché non gli riesce più di…” ‒ la voce dell’anziana è un sussurro che si spegne, ma l’imbarazzo è così palese che la figlia capisce.
‒ “Vuoi… vuoi dire che lo fate ancora?!”
‒ “Fino a due mesi fa.”
Ora Carla spalanca gli occhi, li getta sul pavimento e da lì non li smuove. Si muove lei però: non riesce a stare ferma, cammina avanti e indietro compiendo buffe piroette nei pochi metri calpestabili della cucina, poi scappa verso il bagno. Poggia le mani sull’orlo del lavandino e facendo appello a tutte le forze rimaste dopo la *rivelazione*, si specchia. In un attimo, le passano davanti agli occhi l’eterna fretta, il bambino lavato alla meglio e messo a letto, la crescente ritrosia con tanto di mal di testa, la solitudine nel letto, il fine serata di Carlo fino a notte inoltrata alla tastiera del pc, le sue avances sempre meno frequenti, più timide.
Adalgisa è il fermo immagine di un tramonto infinito, col cielo che s’avvampa rosso: le braccia appena allargate, i palmi delle mani all’insù, la bocca semiaperta e l’espressione turbata del colpevole che prova a difendersi. Insegue la figlia, la raggiunge, abbassa il coperchio della tazza, vi si siede e, davanti al bidè, inizia il suo racconto.
‒ “Lo sai anche te… tuo padre è sempre stato un abitudinario con il gusto di trattarsi bene: il caffè al mattino, a letto, e subito dopo campo libero qui, in bagno, il sonnellino pomeridiano e l’aperitivo prima di cena; la sera poi, dopo la tv e il dentifricio, un attimo prima di entrare nel letto…”
Carla girandosi di scatto, si riscuote dalla “trance”.
‒ “Vuoi dire che era… un’abitudine quotidiana?”
‒ “Beh, tutti i giorni no, diciamo tre-quattro volte a settimana…”
‒ “E tu? Non gli hai mai detto… tutte le volte lo hai …?”
‒ “Perché avrei dovuto dirgli di no, mica mi dispiaceva!” ‒ interrompe decisa l’Adalgisa, provvedendo a riempire gli spazi occupati dai puntini ‒ “e così è andata avanti per tanti anni fino a poco meno di due mesi fa, quando è successo”.
‒ “Successo cosa?”
‒ “Già da un po’ di tempo non era più la stessa cosa, come prima. Lui provava provava provava, ma non riusciva più a… capisci? Una tristezza infinita, vederlo così tutto flaccido, umiliato.”
‒ “Oddio… E tu?
‒ “Io ho cercato di non farglielo pesare, ho detto che la colpa era anche mia che non ero più… eccitante, che ormai ero vecchia e stanca, come dire… inadeguata, ecco, ma lui nulla… come se niente fosse. Allora gliel’ho dovuto dire chiaro e tondo che non si poteva più…”
‒ “E lui?”
‒ “Lui…? Zitto. Ha lasciato cadere la cosa e poi si è lasciato andare, come vedi. Tutti i disagi, gli acciacchi della sua età, che nascondeva a se stesso e agli altri, sono usciti. Sasso dopo sasso la montagna è franata…”
Sesso dopo sesso, vorrai dire, pensa Carla, cercando invano di scacciare il sentimento di sollievo un po’ maligno che le rimesta nel profondo. Adalgisa non coglie l’ombra di sorriso sulle labbra della figlia e continua a raccontare sempre più affranta.
‒ “Io… io non immaginavo fosse così indispensabile per lui, ah benedetti uomini! E così, non me l’ha perdonata.”
‒ “E allora, che si fa? Tu… tu, mamma non potresti , non so… magari…”
‒ “Magari cosa? Ripensarci e umiliarlo di nuovo, vuoi dire? Carla, amo tuo padre, farei qualsiasi cosa per lui e gli starò accanto per tutta la vita, ma non ho mica la bacchetta magica! Abbiamo bell’e dato, quindi dovremo trovare un’altra soluzione.”
Tutto si sarebbe immaginata, Carla, convocata dalla madre al capezzale, o meglio, al divano del padre malato, tranne di trovarsi a dover fronteggiare le rogne sessuali dei genitori ottantenni. Alza gli occhi e studia il proprio riflesso nello specchio, scoprendosi d’un tratto vecchia e inadeguata quanto la madre. Apre l’acqua fredda e si risciacqua il volto, mentre la frustrazione vira in rabbia. Infine, senza più rivolgere uno sguardo ad Adalgisa, esce dal bagno risoluta a dare una bella strigliata al padre e a porre fine ai suoi deliri.
‒ “Allora, babbo, voglio che sia ben chiaro che se per le vostre cose sessuali finisci per mandare a monte la nostra vacanza in Australia, non ti rivolgerò più la parola. Ma non ti rendi conto di quanto è egoista questo modo di fare? Non conto niente per te, io? Non vuoi fare un piccolo sacrificio per me?”
Giuseppe osserva la figlia con lo stesso sguardo interrogativo che riserverebbe a un marziano verde verde appena sbarcato nel salotto di casa. Carla non attende una risposta, più che mai decisa a tagliar corto senza dare corda ai capricci degli anziani genitori.
‒ “Allora stasera telefono e voglio che la mamma mi dica che ti sei seduto a tavola per cena ed hai mangiato tutta la tua pappa, da bravo bambino, va bene?”
Dopodiché gira sui tacchi e taglia la corda, sbattendo con arte la porta.

II.

Dalla finestra della cucina avanzano le ombre e sullo sfondo resta nitido solo il profilo delle colline del Chianti.
Ora di cena, odore di minestra in brodo: seduti a tavola, marito e moglie da una vita.
Lo sguardo di Giuseppe è fisso sul televisore, mentre la mano rugosa si muove da sola, portando il cucchiaio dal piatto alla bocca e viceversa. Alla luce fredda del neon, il movimento un po’ legnoso ricorda quello d’un vecchio ingranaggio inceppato.
– “Questa zuppa, Adargisa, cos’è?”
– “E’ una zuppa pronta della Pintus. C’è il farro, l’orzo, il riso e un misto di ver…”
– “Bah… doveva succedere, prima o poi, dopo cinquant’anni di matrimonio.”
– “Non ti piace?”
Senza rispondere, Giuseppe biascica il suo evidente disappunto. Al telegiornale scorrono le immagini dell’ultimo attentato terroristico al ragionamento logico. La moglie abbozza.
– “Sulla confezione c’è scritto che sono tutte materie prime selezionate.”
– “Eh! Sono così selezionate che ne producono un centinaio di buste all’anno, mica di più. Come le bottiglie numerate di Sciampàn.” – chiosa Giuseppe piantando i suoi occhi in quelli di Adalgisa. Il silenzio di un secondo, poi entrambi scoppiano a ridere.
– Ahahah… le bottiglie numerate di Sciampàn… ahahahah!” – ripete l’Adalgisa con le lacrime agli occhi e il cucchiaio pieno di minestra a mezz’aria, a cinque centimetri dalle labbra.
La risata si smorza dolcemente e dopo l’ultimo singhiozzo, Adalgisa si sporge colmando con il braccio lo spazio della tavola e passa la mano sulla guancia del marito: una carezza lunga, al rallentatore, di quelle che sembrano non finire mai e invece all’improvviso si blocca. La vecchia si volta di scatto verso il televisore e un lieve tremore alle mani pare tradire una certa tensione mentre è solo un inizio di Parkinson. In strada transita un motorino e i vetri delle finestre tremano a tratti, facendo il verso all’anziana donna.
– “Hai capito, Beppe? Ora, dopo il telegiornale!” – lo informa eccitata e premurosa – “Hanno detto che c’è la finale di coppa in tv!”
– “No, no, stasera niente sport, ho voglia di guardare qualche cosa insieme a te. Perché non lasci stare i piatti?
– “Oh, beh, coi piatti ci metto un attimo: siamo solo in due” – replica la moglie, scandendo così oblunghe le parole, da farle suonare campate per aria e gettare un ponte tra una ruga e l’altra. Giuseppe afferra al volo il senso, prima che precipiti nel vuoto.
– “Non si può essere soli, in due.”
– “…”
Silenzio intenso. Poi, come ogni cosa, anche la cena finisce: un kiwi a testa, che è risaputo, aiuta l’intestino, e il vecchio si trascina in salotto.
– “Ti aspetto sul divano.”
Adalgisa rassetta la cucina e lava i piatti. Lo scorrere dell’acqua lava via i pensieri tanto che per qualche minuto si convince dell’esistenza della diavoleria tecnologica di cui parlava la nipote qualche giorno prima, durante il pranzo della domenica: *ahi-lavapiatti*, o qualcosa del genere, un’applicazione per il telefonino che poi quando lo immergi nel lavello non devi sfregare e le stoviglie si sgrassano con gli ultrasuoni.
Applicazione, bisbiglia Adalgisa, insaponando il flusso di coscienza, per tutte le cose ci vuole applicazione: se non ti applichi non tirerai su niente, diceva sempre la buonanima di mio padre.
Pochi minuti dopo raggiunge il marito sul divano. Giuseppe le porge il telecomando.
– “Scegli te.”
Adalgisa non dice niente, sorride e afferra il telecomando. Non ha gli occhiali, preme un po’ a casaccio e dopo un paio di lampi sullo schermo si ferma.
C’è una donna, all’incirca sua coetanea, seduta su un trono da regina e un uomo, della stessa età, calvo, goffo, ma deciso, che le si avvicina dichiarandole il suo amore, senza vergogna.
– “Ma… ma c-che roba l’è questa” – si scandalizza Giuseppe come stesse osservando la scena di un film porno – “Che ci fa quella vecchia seduta su quella seggiola strana? Che le dice quel bischero pelato?”
– “È il programma della Defilippis, non l’hai mai visto Beppe?”
– “???”
– “C’è una che sta seduta su un trono e sceglie in mezzo a una schiera di spasimanti il suo principe azzurro”
– “Ma quale principe… E poi, azzurro? A me mi sembra c’abbia l’itterizia tanto gli è giallo… ”
– “Ma se invece di quella megèra ci fossi io su quel trono, Beppe, dimmi la verità: mi sceglieresti un’altra volta?”
– “Bah… io, io …” – farfuglia Beppe preso di sorpresa – “Io sì! Sempre, Adargisa! E te piuttosto, se ti facessi una dichiarazione come quello lì, che… che mi vorresti ancora?”
– “Di certo, tu ci puoi giurare, vecchierello mio…”
– “Vecchierello? Bel coraggio, tanto te tu se’ giovane!”.
Ridono ancora forte, in coro, Beppe e Adalgisa, mentre ritrovano, ognuno, la propria immagine riflessa negli occhi dell’altro.
Adalgisa preme il tasto rosso del telecomando, spegne la tv.
– “Andiamo a letto, via, gli è già tardi, e poi s’è visto già abbastanza.”
– “Andiamo a letto sì” – fa eco Beppe, con il taglio delle labbra ancora piegato all’ingiù in un residuo di sorriso. E quando è entrato sotto le lenzuola, proprio nell’attimo in cui Adalgisa spegne la luce, sente qualcosa che gli si accende sotto, nelle mutande.
– “Ada… Adargisa” – balbetta, spostandosi verso il centro del matrimoniale.
– “Cosa c’è, Beppe? Dimmelo, alla svelta, ché ho sonno…”
Sarà la prostata, pensa Beppe e invece dice, piano.
– “Niente. Buona… buonanotte Adargisa … son stati belli tutti questi anni insieme… buonanotte”.
– “Ron… ffff…, ron… fff…”
Eppure.
Eppure, eppure.
– “Ada… Adargisa” – ripete Beppe, la voce rotta in un gorgoglio tronfio di gola quasi baritonale, mentre le si struscia addosso stupefatto – “ho il c-coso duro come una volta! Ma icché dico una volta! Due, tre, quattro… ventisette volte!!”
Al buio, le labbra della moglie lo cercano senza dir niente.
– “Ah, ma tu se’ sveglia!”
Si baciano, saggiando le gengive con la lingua.
Fanno l’amore.
E il tempo si dilata e si restringe, battendo il ritmo delle spinte.

III.

Dopo i fuochi d’artificio della notte della finale di Champions, la vita di Giuseppe ed Adalgisa riprende a scorrere appassita e le giornate s’afflosciano l’una sull’altra senza un sussulto.
Due settimane dopo, in occasione del gran premio di Formula Uno del Canada – programmazione serale per via del fuso orario – il vecchio decide di provare a ripercorrere la stessa liturgia, quasi si trattasse d’un vero e proprio rito propiziatorio: cena romantica, tenerezze da innamoratini, nonché rinuncia alla visione della gara, affidando il telecomando alla moglie.
Ed, incredibilmente, la strategia funziona!
Giuseppe si convince che Dio esista e che gli abbia mandato un segno.
Però.
Però la volta successiva il rituale fa cilecca. Ho chiesto troppo? Che sia stata l’abitudine? si domanda il vecchio, o forse la gara tre di pallavolo non era un evento sportivo abbastanza rilevante?
Passa un mese e mentre il vecchio porta rassegnato la sua croce, una sera come un’altra il fuoco d’artificio accade per la terza volta.
Nel sopore post-coitale, Giuseppe viene scosso da un ruttino acido al sapore di zuppa della Pintus e ogni tassello va al suo posto: già!! La zuppa della Pintus!!!
– “Ma certo! Gli è stata quella!” – bercia Beppe di punto in bianco nel cuore della notte, facendo saltare su l’Adalgisa e svegliando i vicini che battono il muro con la scopa.
– “La sera della pallavolo invece s’era mangiato pasta e fagioli, Adargisa… ce l’hai presente?”
– “Eh? icché tu dici… dormi gli è tardi, dormi.”
Ma Beppe non ne vuol sapere di riappisolarsi e rimugina tra sé e sé.
– “Minestra Pintus, fatta con ingredienti selezionati… roba bòna, biologica, eh… O chi ‘ll’è il selezionatore? Rocco Siffredi?”
Non resiste alla sua battuta e ride e ride finché un colpo di tosse convulsa non lo costringe a contenersi
– “Ovvìa, sta’ calmino, Beppe” – fa l’Adalgisa.
E ancora bum, bum, bum sulla parete: si spazientiscono i vicini e dall’appartamento attiguo risuona una voce assonnata.
– “E allora…? Si vòl dormire, qui…!”
Beppe si quieta a malincuore, più eccitato di un bimbo al carnevale di fronte alla sfilata dei carrelli allegorici dell’ipermercato di Viareggio carichi di zuppa della Pintus.
– “Domani se ne compra almeno dieci confezioni” – chiosa tutto soddisfatto.
E con questo bel proposito si riaddormenta col sorriso stampigliato tra le rughe.
La sera seguente, Adalgisa armeggia tra i fornelli. Nel vapore emanato dalla zuppa in ebollizione, la sagoma delle vecchia ricorda quella d’una fattucchiera d’altri tempi. O almeno così appare a Beppe, raccolto in mistica adorazione della moglie intenta a ricreare la pozione magica capace di restituirgli il turgore dei settant’anni.
– “Ma non avevi detto che ti faceva schifo?” – chiede la vecchia, leggermente infastidita dalla presenza nel suo regno di un invasore straniero.
– “Sì sì, ma… per me l’è stata proprio la zuppa.”
– “Ma che razza di baggianate tu dici, Beppe?”
– “Oddìo, forse non da sola: magari gli è stato un insieme di cose, le smancerie… o chissà che ‘un sia stato lui, di lassù” – continua Beppe alzando gli occhi al soffitto e rivolgendo l’indice tremolante della destra nella stessa direzione – “eh… a sapéllo.”
– “Tu stai delirando, vecchierello mio.”
– “Si starà a vedere se ho ragione o no!”
Adalgisa sbuffa di nuovo.
– “Ma anche se per assurdo funzionasse, e bada, dico per assurdo, ci toccherà mica mangiare sempre la stessa minestra!” – protesta la moglie mentre spegne il gas sotto la pentola.
– “Come dice il proverbio, amore, a volte si deve scegliere il male minore: eh, o mangi la minestra o salti la finestra.”
Scende la notte e i due si abbracciano sotto le lenzuola. Adalgisa spegne la luce e si prodiga nel vellicare e carezzare il marito, ma non accade niente.
– “Ada… Adargisa” – balbetta Beppe, sentendosi talmente vuoto che il dolore gli rimbomba dentro all’infinito, senza riuscire a esplodere.
– “Ovvìa, Beppe, era impossibile… ti ricordi… ti ricordi quando abbiamo fatto l’amore su quel masso caldo e liscio, poco oltre la rocca di Gubbio?”
– “…”
– “Sono passati cinquant’anni, ma ancora se ci penso sembra ieri.”
– “Eh sì’… gli è vero. Fu proprio bello, sì. E quella volta… quella volta che…” – rilancia il vecchio, trattenendo a stento le lacrime.
– “Sì anche quella… e anche ogni altra volta.”
– “Adargisa…”
– “Cosa c’è, Beppe?”
Ti amo, pensa Beppe e invece dice, piano.
– “Niente. Buonanotte Adargisa. Son stati proprio belli tutti questi anni insieme… buonanotte.”
– “Buonanotte” – sussurra di rimando Adalgisa senza smettere di abbracciare il marito. Mentre lo culla, ascolta il buio impolverato della stanza e insegue i suoi pensieri. Avrò fatto bene? Guarda icché mi tocca fare per farlo stare su… di morale; però la mia amica che … come si dice… naviga, ecco…. naviga su internèt, l’aveva proprio ragione, funziona, eccome se funziona! Ora però bisogna che trovi qualche altra cosa per sciogliercela dentro: va a finire che capisce e poi questo troiàio di minestra m’ha proprio rovinato lo stomaco e ‘un ce la fo più a sentire nemmeno l’odore…
Solo quando il respiro del marito si fa regolare, disgiunge l’abbraccio.

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