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Dondolio

Mi ricordo che faceva dondolare una pantofola, in bilico sulle dita di un piede; aveva un ritmo tutto suo, né troppo lento, né troppo veloce. Il ritmo giusto.
Riusciva a catturarmi, dentro quel dondolio: un’onda che mi portava lontano, ogni qual volta ne avevo bisogno.
Era un gioco all’inizio, una sfida poi, una risata alla fine quando la faceva cadere.
-Ho vinto, ho vinto!
-Anna, così non vale!
-Sìi, hai perso papà, hai perso! Mammaa vieni!
E si rideva, la leggerezza di un dondolio.
Con gli anni poi, certi riti sfumano, ma il ricordo è una traccia difficile da mandar via, qualunque cosa succeda.
Anche dopo, quando glielo dissi, quando me ne andai e non mi parlò più.
Gli restò mia sorella che non l’avrebbe deluso, le si aggrappò completamente, cancellandomi dalla sua vita.
A me restò Monica che mi aveva preparato alle sue reazioni, al fatto che non avrebbe retto, che sarebbe stato difficile, per me, per lui, che avrebbe cercato di trovare una colpa, uno sbaglio, una mancanza, di mia madre o sua in tutto questo. Che alla fine avrebbe riversato tutto su di me. E su Monica che raccoglieva i pezzi e li teneva uniti, come sa fare solo chi ti ama nel modo giusto.
Ma non c’è un modo giusto o sbagliato di amare.
È la diversità la mia condanna.
Non sono io che ho scelgo tra l’amore di Monica e quello di mio padre, è lui che non ha accettato chi sono.
Non l’ho mai odiato per come ha reagito, ho sofferto tanto, ho cercato di allontanare il dolore e alla fine mi sono voltata anch’io.

Oggi dondolerei volentieri, invece il mare è calmo, piatto, è una linea continua, stanca, tra le mie mani. Una tela sbiadita, una suola consumata.
Riempio la sacca di indumenti bianchi, candidi, senza indizi, senza vita. Indumenti nuovi, che forse rimarranno tali, non assorbiranno alcun profumo, alcun colore. Non sapranno di niente.
Dopo dieci anni, quasi nulla è cambiato, la mamma ha lasciato sul comò le foto che ci ritraggono insieme. Si sarà mai soffermato a guardarle ancora? Avrà litigato con lei per toglierle da lì?
Si, no, forse, un giorno me lo dirà, troverà il coraggio. Soffre anche lei, ma almeno mi è rimasta vicino, ha compreso, anche se non c’è niente da capire, è così e basta. Ha provato ad avvicinarlo, a mediare, a stargli vicino per farlo tornare da me. Cos’altro poteva fare?
Chiudo la cerniera e porto i miei pensieri fuori, alla realtà crudele che avvicina due lembi strappati, senza lasciare possibilità di unirli completamente.

“Mi basterebbe un’altra volta soltanto”, e lo guardo oltre il vetro, coperto da un lenzuolo che lascia le spalle nude e le braccia piene di tubicini.
-Non credo che tornerà a casa.
-Ha aperto gli occhi, mi sente.
-Non vuol dire niente.
-Reagisce, l’altra sera mi ha parlato.
-Ora non più.
-Forse…
-Non vuole più lottare, ha deciso, lo ha detto anche il dottore.
-Che ne sa.
-Non si può fare altro.
-Laura.
-Guardalo. Sa che ci siamo, gliel’ho detto prima e si è voltato dall’altra parte.
Che è stanco, che non vuole rimanere così, lo avevo capito. Discutere con mia sorella che si costruisce un muro per tenersi staccata da tutto, come fosse qui per un estraneo, per un dolore non suo, è l’unico modo per tenermi in piedi, per trovare le forze, per continuare a venire qui e guardarlo morire.
La speranza è l’unico dondolio che mi resta, insieme all’ultimo “ti voglio bene Anna” sopra una linea che sta per diventare piatta.

Vecchia versione:
Mi ricordo che faceva dondolare una pantofola, in bilico sulle dita di un piede; aveva un ritmo tutto suo: né troppo lento, né troppo veloce. Il ritmo giusto.
Riusciva a catturarla, dentro quel dondolio, era un’onda che la portava lontano, ogni qual volta ne aveva bisogno.
Era un gioco all’inizio, una sfida poi, una risata alla fine quando la faceva cadere.
-Ho vinto, ho vinto!
-Anna, così non vale!
-Sìi, papà hai perso, hai perso! Mammaa vieni!
E ridevano, la leggerezza di un dondolio.
Con gli anni poi, certi riti sfumano, ma il ricordo è una traccia difficile da mandar via, qualunque cosa succeda. Anche dopo, quando lei glielo disse, quando se ne andò e lui non le parlò più.
A lui restò l’altra figlia che non l’avrebbe deluso. Le si aggrappò completamente cancellando Anna dalla sua vita, anche se ne faceva parte, ne fa parte ancora adesso, e quei piccoli gesti li sente ancora vivi dentro.
Ad Anna restò Monica che l’aveva preparata alle reazioni del padre, al fatto che non avrebbe retto, che sarebbe stato difficile, per lei, per lui che avrebbe cercato di trovare una colpa, uno sbaglio, una mancanza, propria o di sua madre. Che alla fine avrebbe riversato tutto su di lei.
Lei, e Monica che raccoglieva i pezzi, li teneva uniti tutti, come sa fare chi ama nel modo giusto.
Ma non c’è un modo giusto o sbagliato di amare.
È la diversità la condanna di Anna.
Lei che non sceglie tra l’amore di Monica e quello di suo padre, lui che non l’accetta per quello che è. Lei che non lo odia per come reagisce, ma soffre, cerca di allontanare il dolore e alla fine, come lui, si volta dall’altra parte.

Oggi Anna dondolerebbe volentieri, invece il mare è calmo, piatto, è una linea continua, stanca, tra le sue mani. Una tela sbiadita, una suola consumata.
Riempie il borsone di indumenti bianchi, candidi, senza indizi, senza vita. Indumenti nuovi, che forse rimarranno tali, non assorbiranno alcun profumo, alcun colore. Non sapranno di niente.
Dopo dieci anni, quasi nulla è cambiato, sua madre ha lasciato sul comò le foto che li ritraggono insieme. “Si sarà mai soffermato a guardarle ancora? Avrà litigato con lei per toglierle da lì?”
Si, no, forse. Un giorno glielo dirà, troverà il coraggio. Soffre anche sua madre, ma almeno le è rimasta vicino, ha compreso, anche se non c’è niente da capire, è così e basta. Ha provato ad avvicinarlo, a mediare, a stargli vicino per farlo tornare da lei. Cos’altro poteva fare?
Anna chiude la cerniera del borsone e porta i suoi pensieri fuori, alla realtà crudele che avvicina due lembi strappati, senza lasciare possibilità di unirli completamente.

“Mi basterebbe un’altra volta soltanto”, e lo guarda oltre il vetro, coperto da un lenzuolo che lascia le spalle nude e le braccia piene di tubicini.
-Non credo che tornerà a casa.
-Ha aperto gli occhi, mi sente.
-Non vuol dire niente.
-Reagisce, l’altra sera mi ha parlato.
-Ora non più.
-Forse…
-Non vuole più lottare, ha deciso, lo ha detto anche il dottore.
-Che ne sa.
-Non si può fare altro.
-Laura.
-Anna, guardalo. Sa che ci siamo, gliel’ho detto prima e si è voltato dall’altra parte.
Che è stanco, che non vuole rimanere così, lo aveva capito. Discutere con sua sorella che si costruisce un muro per tenersi staccata da tutto, come fosse qui per un estraneo, per un dolore non suo, è l’unico modo per tenersi in piedi, per trovare le forze, per continuare a venire qui e guardarlo morire.
Le resta la speranza: l’unico dondolio insieme all’ultimo “ti voglio bene Anna”, sopra una linea che sta per diventare piatta.

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