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nulla2

Mi svegliai sotto una specie di porticato, semiseduto contro una colonna. Le orecchie luccicavano di crepitii dentro un silenzio innaturale: pareva d’udire una piccola cascata cristallina infrangersi poco distante in mille pezzi, picchiando sopra pietre levigate e rese viscide dal tempo. Per qualche attimo la scena si mischiò con uno scorcio alpino: nella penombra del bosco potevo annusare lo stormire delle fronde, leccare l’acqua allegra d’un ruscello, scorgere i rumori di miliardi di zampette di formiche su un cumulo d’aghi di pino. Eppure la penombra era più opaca di quanto non dovesse, velata di puntini in sospensione, quasi fumosa, sebbene non ci fosse attorno a me nessuno intento ad attizzare il fuoco coi legnetti umidi del sottobosco. L’odore di bruciato c’era, però. Quando iniziai a notare bocche distorte correre in ogni direzione urlando senza emettere alcun suono, il quadro dolomitico si perse nel pulviscolo che ancora nevicava a terra. Parevano imbuti costretti ad ingoiare aria in attesa di un grido liberatorio rimasto inceppato nel petto, marionette funzionanti solo in apparenza, con ingranaggi viscerali irrimediabilmente danneggiati dall’agire manesco di un bimbo capriccioso. Mi colse l’inquietudine che gridassero contro di me: avevo fatto qualcosa di male? Perché avevo dormito sotto il porticato? Ero un barbone, un disperato privo di dimora che aveva cercato rifugio per la notte? Per arginare il flusso vorticoso di domande, provai ad alzarmi ma non riuscii a muovere un dito: il corpo giaceva intorpidito e rigido, probabilmente per il freddo patito nel sonno, durante la notte. Strano, però… man mano che la scena si chiariva, la luce tratteggiava i chiaro-scuri tipici di un tardo pomeriggio: riflessi stanchi, ombre spente… il sole non poteva, non poteva essere appena sorto! Come avevo potuto dormire sotto un porticato fino a giorno inoltrato? Riuscii a ruotare il braccio quel tanto che mi permise di osservare le lancette: avevo ragione 16:39. Erano le 16:39. Bene, saperlo mi diede un minimo di fiducia. Seguii l’asticella dei secondi girare rapida nell’orologio e mi sorpresi ad invidiarne il moto agile e sicuro. Sfidando la paura, mi domandai prima che giorno fosse e poi che anno fosse. Fosse profondissime, buio completo in cui se avessi lanciato una moneta avrei dovuto attendere il suo tonfo all’infinito. Studiai l’orologio: bello, dorato, di ottima fattura. Era probabile che si trattasse di un articolo di marca, eppure tanta finezza esteriore si riduceva a futile sfoggio d’eleganza, non essendo in grado di darmi le informazioni più essenziali. Lo maledissi e immaginai di scagliarlo con violenza contro un muro di pietre levigate e rese viscide dal tempo. Fu allora che mi resi conto del mio corpo, quasi che fino a quel momento fossi stato al cinema, totalmente ipnotizzato dalle scene di un film. Fu allora che notai le mie viscere traboccare dal ventre, nascoste solo in parte dai vestiti laceri bagnati di sangue. “Aiuto!”, frignai mordendo una lingua priva di parole, “Aiuto, portatemi a casa, vi prego! Voglio andare a casa. Voglio andare a casa.” Ne ero certo, adesso: avevo una casa e forse una famiglia. Esisteva un altrove che la mia testa stordita non riusciva ancora a richiamare alla memoria, ma ne sentivo la presenza calda, rassicurante quanto un abbraccio di stanze. Distanze da colmare. Ecco qual era l’unica speranza: dovevo chiamare un taxi. “Taxi?”… possibile che non si trovi mai un taxi a Milano, in pieno centro, quando serve? “Taxi! Taxi!”, gridai solo con occhi. Sarei salito sul taxi e avrei chiesto telepaticamente al conducente: per favore, mi riporti a casa. “Certo, signore, sarà a casa in meno di dieci minuti”, avrebbe risposto l’uomo con tono professionale mentre già ingranava la prima. Conoscono tutte le strade, i tassisti, perché non dovrebbero conoscere quella capace di riportarmi a casa? Deliravo e intanto fissavo incantato il groviglio di viscere in lento movimento, dotate di vita propria, serpenti ancora ammassati gli uni sugli altri, ma intenti ad uscire dalla teca rotta di un rettilario. “Riportatemi a casa, vi prego!”, gorgogliai muto un’ultima volta, rivolgendomi a tutti e a nessuno quando una delle bocche urlanti mi passò vicino. Niente da fare: la gente correva in ogni direzione, senza fermarsi neanche un secondo, quasi che non fosse in grado di udire i miei pensieri. Chiusi gli occhi. Chiusi gli occhi e vidi un uomo anziano aggirarsi mestamente intorno. L’impressione fu che se ne stesse andando, saltellando in precario equilibrio su pietre levigate e rese viscide dal tempo, quasi che ormai avesse visto tutto ciò che voleva vedere. Sembrava un uomo proveniente da un’altra epoca, piuttosto sofferente, commosso da un malore attivo, ma a differenza di tutte le altre persone che erano sopraggiunte nella piazza non urlava. Quando mi passò vicino mi accorsi che piangeva in silenzio e lo chiamai, pensando intensamente a Dio: “E adesso? Cosa succede adesso?” “Non ne ho idea” rispose il vecchio e aggiunse “mi accontento di aver visto cosa è successo prima.” “In che senso?”, domandai. Il vecchio accantonò le lacrime e sorrise amaro. Ebbi l’impressione che ripetesse qualcosa sotto voce, nel vano tentativo di esorcizzare un orrore, qualcosa del tipo dieci processi, nessun colpevole, nessun colpevole, nessun colpevole… Dopo un po’ mi porse la mano, presentandosi. “Piacere, Gerardo D’Ambrosio.” Non lo conoscevo né di persona né di nome. Non ricambiai la cortesia di presentarmi solo perché non riuscivo ancora a ricordare chi fossi. Tuttavia il calore di quella stretta di mano mi fece bene e finii per aggrapparmi ad essa con la stessa disperazione di un bambino smarrito. “Torniamo a casa?”, chiesi. “Perché no?”, rispose. Mi prese sottobraccio e ci avviammo a sfumare nel nulla.

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