botero

 

Mi ricordo che faceva dondolare una pantofola, in bilico sulle dita di un piede, concentrandosi così tanto in quel funambolico esercizio che mi son chiesto s’avesse ascoltato una parola sola di quanto detto. In fin dei conti l’argomento era importante perché le avevo contestato il tradimento, con tanto di prove inconfutabili. L’accusavo dunque, con tono esplicito, d’aver mescolato la sua carne con quella di tanti altri, in modi sempre diversi, e il tutto nel breve termine di un anno.

La “carne” messa al fuoco era tanta, tutta quanta quella che le appartiene, e m’aspettavo una reazione, un po’ di resistenza, un contrattacco a scopo di difesa, anche un vergognoso e immobile silenzio; ma nulla, solo mi guardava di sottecchi, quasi sorniona, movendo docile il piedino ad eseguir con armonia il pendolo. Un’immagine che ricordava un quadro di Botero tanta la grazia, quasi cesellata, che esprimeva.

A dire il vero, anche se il perché non conoscevo, era chiaro pure a me che procedevo, con plateale accento, in direzione di un obiettivo che non era separazione o riparazione: ergo la mia lingua non esprimeva quel che io tenevo in seno, com’è sicuro che lei non era Silvia, e quel che traspariva dall’espressione o dal mio pormi fronte a lei, con dolcezza addirittura, induceva il suo on-divago equilibrio.

Si, certo, lo ammetto, mancava l’enfasi del cornuto alla retorica del mio esporre fatti nudi e crudi, ed anche l’iperbole esagerata della sofferenza di chi è tradito nell’amore, e lei, femmina prima che donna, aveva avvertito il senso delle cose che, come un aroma, anticipa l’essenza delle stesse. Un po’ come l’arrosto che, inspirandone voluttuosamente il fumo, si pregusta poco prima che arrivi in tavola, salvo poi non rimaner delusi per aver potuto accontentarsi solo di quello, del fumo.

Ma lasciate ch’io racconti.

Per un fato che non intendo render noto, solo perché dilungherebbe oltremisura questa memoria con particolari privi d’importanza, divenimmo amanti passati appena i quarant’anni. Fummo rapiti, consapevolmente quindi, da profonda e incontrollabile passione che della ragione si fa un baffo. Differentemente identici, per ragioni di carattere, nel volersi l’uno all’altro arrendere, fummo interpreti virtuosi della quotidianità del sesso inteso come reciproco cibarsi dell’altrui carne, accecati a tal punto di passione da non considerare che lo stare uniti, respirando il fiato all’altro con la stessa brama che l’aria fresca riempia i polmoni. Una passione dolce come un ossimoro, dunque, ci legava slegando i nostri istinti più nascosti.

Va da se che un tale stato delle cose non è previsto possa durare da alcuna legge naturale. Fu una bolletta esosa a renderla nervosa, lo spazzolino dimenticato a casa sua o qualche millimetro quadrato d’uno slip trovato fra le cose da lavare ad indurre, lentamente ma inesorabilmente, un cambiamento. Decidemmo quindi, di comune accordo, fosse lei a lasciar la sua casetta per trasferirsi, armi e bagagli, a casa mia, che divenne nostra, realizzando così un’equazione che chiamerei perfetta: spender la metà per lo stesso amore.

Tutto riprese con intensità, solo dovemmo stabilire alcune priorità; furon necessari rigorosi turni per l’accesso al bagno, io cedendo a lei la precedenza, respirando quindi ogni mattina la sua essenza. Divenne regolare accumulare in parti eguali i soldi per l’affitto e le bollette, scegliere con estrazione a sorte il programma da vedere, chi cucina cosa oggi e chi domani ed altro ancora. Tutto questo ridusse di molto la frequenza, anche perché ciò che è disponibile desideri meno di quanto non lo è. Riducendo però s’alzò la qualità e cominciò un periodo sperimentale che indusse una crescita a spirale e trasformò passione in pratica sessuale.

Col kamasutra c’aggrovigliammo collaudando equilibri mai pensati, ma studio, applicazione, ed un’indispensabile preparazione, permisero posizioni assai complesse raggiungendo, uniti ed acrobatici, l’orgasmo, anche se più dolorosamente che il normale amplesso. Sperimentammo poi la particolarità di luogo e in primis l’ascensore, ma anche in cima al grattacielo o nell’oscurità d’un parcheggio ad ore, da H&M nel camerino prove, dalla zia Elvira in salotto mentre ignara preparava il suo caffè, e tanti altri dove s’associava il rischio al godimento.

Ci divertimmo con i viaggi a tema: la muraglia cinese, la tour eiffel, newyork , il gran canyon. Fu un momento anche cul-turale in cui associammo il turismo al rapporto anale.

Poi le azioni spregiudicate come a trenta metri di profondità che rischiammo d’annegare, oppure nel blu dipinto di blu in un lancio da quattromila metri che rischiammo di morire.

Poi la dominazione, ed era a mesi alterni, imponendo obblighi, strumenti di passione e tutto quanto fosse utile alla penetrazione.

Poi la noia.

Passarono anni, che fu giusto poco più di un anno fa, prima di provarne il peso. Nulla era più capace di farmelo rizzare e così credevo anche per lei non si potesse più bagnare. Cominciò un periodo di quiete che si dormiva uniti, serenamente. Ma sbagliavo, ché ciascun di noi produce noia per motivi differenti. La mia noia era passiva, immaginando estinta qualsiasi risorsa alla quale attingere passione. Lei invece era annoiata per eccesso di coscienza; si sentiva stretta da un vincolo ormai spento, estinte tutte le risorse interne.

Pareva a me esser tranquilli, finalmente una normale coppia convivente, seppellita dalle abitudini e trasformata dalle consuetudini. Ma mentre io appassivo attendendo la pensione, lei fioriva per chissà quale tensione. Me ne accorgevo per il rimmel qualche giorno più insistente o la gonna provocante, un profumo inebriante o la fretta nell’uscire. Tutti sintomi assai strani che sommati l’uno all’altro mi costrinsero al sospetto. Bastò un poco d’attenzione, un’indagine accurata, un pedinamento per scoprire con certezza l’accaduto.

Ero cornuto!

Lei cercava un antidoto alla noia. Erano maschi e tanti e differenti per età ed attitudine, ma tutti accomunati da una voglia forsennata, ed ognuno parea avesse la sua specialità e che fosse stato scelto proprio per quella: chi la lingua, chi le membra, chi la forza e resistenza, e tutti erano elencati non per nome, ma per il loro requisito.

Ero basito!

Inizialmente provai disgusto, ma presto invece mi trasformai curioso, e questo strano e morboso sentimento indusse in me la forza necessaria per arrivare al chiarimento di cui prima raccontavo.

Dunque allora: appena le svelai quanto sapevo, ebbe un moto di sorpresa ma piccolo, quasi teatrale, come recitasse in scena il suo copione. Coprì la bocca rossa di rossetto con la mano ben curata, gli occhi aperti spalancati di sorpresa che poi cambiò in espressione arresa. Sarà stato lo sguardo da gatta, il sorrisetto sornione, ma mi trovai eccitato immaginando una rivelazione. Lei s’accorse dell’effetto sorridendo maliziosa, fece il segno di un bacetto dimostrandosi affettuosa, smise quindi di giocare e disse:

“vuoi guardare?”

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