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casa home

Inverno. L’asfalto velato da una patina di brina riverbera la luce dei lampioni e l’alito disegna nuvolette che svaniscono nel nulla. Notte.
E proprio di notte, la gente piscia per le strade, spesso accanto ai cassonetti o agli angoli dei sottopassi. Giulio si chiede perché, mentre piscia contro una campana gialla per la raccolta differenziata di plastica e lattine, sferzato da zaffate di tanfo più pungenti del freddo. Quando la vescica s’è già svuotata per metà, viene colto dall’ispirazione e si mette a cantare a squarciagola l’ultima canzone di Arisa, fresca vincitrice al festival di Sanremo.
‒ “Perché così mi sentooo, accanto a te, pisciando controventoooo…”
Non contento, ripete il verso e nel gorgogliare “accanto a te”, concede un’amichevole pacca sulla spalla alla campana gialla. Una folata più forte di maestrale spazza via l’odore acre dell’urina, ma gli gela la punta dell’uccello. Chissà se anche la mia, eh… puzza così tanto, il giorno dopo ‒ si chiede ‒ o se è il mescolarsi del piscio di persone diverse che causa reazioni chimiche speciali. Trova l’intuizione interessante e ci ricama su, anche perché il cuore, visto il rischio di congelamento del cazzo, dirotta in tale direzione ingenti quantità di sangue lasciando il cervello a bocca asciutta. Tipo le miscele di tè, che devono il loro aroma alle diverse componenti, a blend selezionati ‒ riflette serioso rievocando antiche pubblicità ‒ e infatti i conti tornano: anche il tè è giallo, proprio come il piscio e la campana.
‒ “…pisciando controventoooo…” ‒ canticchia nuovamente, a mezza voce, dopodiché ripone l’arnese prima che l’ultima goccia di urina si trasformi in stalattite. Per un attimo lo invade una sensazione di perfezione assoluta, come quando capita di trovarsi non solo al posto giusto nel momento giusto, ma anche di fare la cosa giusta. Quella della perfezione è un’ossessione che l’ha sempre accompagnato nella vita e d’altro canto, in tempi di limitate capacità immaginative il supermercato globale è pieno di sogni patinati, tette floride e anime belle, onde per cui il bisogno indotto più potente è proprio quello: la perfezione assoluta, messa a scaffale (amen) insieme a tutto il resto per cui c’è Mastercard.
Eppure qualcosa stona. Forse è lo strappo sulla coscia del pantalone destro, forse è la tasca scucita o forse è la cantilena infantile che riemerge da un anfratto polveroso del cervello e recita “chi non piscia in compagnia o è un ladro o è una spia”. Magari, in ultima analisi, è che ogni cosa sembra sempre giusta prima e sbagliata un attimo dopo. Fatto sta che Giulio avanza tutto sgualcito lungo il marciapiede a notte fonda e nessuno se ne cura.
Nessuno tranne Giacomo, detto Jack, che nemmeno lo conosce, ma ha la sfortuna di aver scelto come dimora per la notte un’insenatura accanto alla porta grigia dei contatori dell’Enel di un palazzo di dodici piani, al civico 1203 di Viale Krasnodar. La scelta, a prima vista illogica, è dettata invece dal fatto che dalle quattro feritoie orizzontali nella parte inferiore della porta in ferro esce un alito d’aria tiepida. Giulio ondeggia assorto nelle sue meditazioni e inciampa sul millefoglie di cartone in cui s’è avvolto il suo consimile col risultato che il buon Jack sbuca fuori come quando si morde un bignè rimasto in fondo al frigo e di lato cola giù uno spurgo di crema avariata.
‒ “…azz…” ‒ biascica con voce verdognola e stridente ‒ “…guadda dove metti i piedi, stonzo…”
Sorpreso dalla comparsa di Jack, Giulio fa un balzo indietro cadendo a sedere.
‒ “Scu-scusa” ‒ farfuglia, destando nell’altro un’incontenibile ilarità.
‒ “Ah, ah, ah, ma da dove sbuchi, ffatello? Sei poppio un coglione…” ‒ sbadiglia mostrando le gengive spopolate ‒ “se ti facevo *buh!* facevi una cappiola all’indietto? Ah ah…”
La risata risulta particolarmente irritante, forse per l’assenza quasi completa di denti, forse per la sua durata quasi infinita, onde per cui Giulio si rialza in piedi e avanza minaccioso verso l’uomo ancora semi-coperto dai cartoni.
‒ “Vieni fuori che ti spacco la faccia…”
Jack esita, intimorito da tanta improvvisa aggressività, anche perché non gli è ben chiaro quale dentro stia abitando e come si possa venir fuori da un esterno.
‒ “Eeeeeh… respìa a fondo, amico. Dico, siamo tutti sulla stessa bacca no?”
‒ “Puah, parla per te, stronzo! Non voglio avere nulla a che spartire con te…”
‒ “Senti, lasciamo staee, ok? Non mi piacciono le guee faticìde…” ‒ mugugna Jack facendo il gesto di voltarsi dall’altra parte per rimettersi a dormire.
*Guee?*, delira Giulio, ma se gli manca la erre, allora doveva dire *gu* e basta, no? E’ tutto un imbroglio, tutto un imbroglio! Questo mi sta prendendo per il culo e poi… che orrore quella bocca che sghignazza senza erre!
Fa un passo avanti e assesta un calcio ai cartoni facendone volare alcuni fino in mezzo alla strada. Scoperchiato per intero, l’odore di Jack mima un pugno di baccalà mal scongelato che colpisce in pieno naso l’aggressore.
Io non puzzo così, ragiona Giulio, io non puzzo così, io non…
L’altro, tiratosi a sedere sul marciapiede resta inerte e fissa inebetito lo sconosciuto che all’improvviso parrebbe essersi trasformato in un temibile alieno color verde pisello con le antenne. Per Giulio, invece, lo sguardo sbarrato non può che sottintendere un ulteriore guanto di sfida.
‒ “Credi di farmi paura, eh? Non mi fai nessuna paura, bello!” ‒ farnetica agitando le braccia e, a conferma di ciò, colpisce l’altro sulla coscia destra con un preciso calcio di punta.
Jack esplode un grido acutissimo e si chiude in casa, tutto rannicchiato nel l’anfratto tra il muro e la porta di ferro. Se la strada fosse un cestino di vimini, osservando la scena dall’alto sarebbe inevitabile scambiarlo per un gomitolo di lana grigia variegata. Un inquilino del decimo piano si affaccia a una finestra per dare corpo al pensiero precedente, poi, com’è apparso, sparisce dal racconto. Giulio guarda in su, sentendosi osservato, ma nel cielo nero non c’è traccia dell’astronave madre. L’altro apre il solo occhio destro per spiare le mosse dell’aggressore e sorprende l’alieno assorto a scrutare il firmamento. ET telefono casaaa, pensa Jack, ET telefono casaaaa… In qualche modo, il tormentone gli trasmette un senso di conforto, così continua a ripeterlo mentalmente, a ciclo continuo: ET telefono casaaa…
Pausa.
Sebbene tutti, autore compreso, restino in attesa col naso all’insù per una manciata di minuti, nessun raggio trattore giunge dall’oscurità per far spiccare il volo a Giulio, che alla fine si riscuote e torna a mulinare le braccia invitando Don Chisciotte a sferrare un attacco; ma Jack non ha la benché minima intenzione di recitare la parte del capro espiatorio, quindi, contrariamente a quanto previsto dal copione, smette di belare il suo mantra e scoppia a piangere: sa per esperienza che più d’una volta funziona.
Ed in effetti, è una di quelle volte.
Giulio ripone le braccia nella fondina e rinuncia allo scontro a fuoco in stile “Sfida all’Ok Corral”.
‒ “Sembri un ragno dentro una crepa del muro” ‒ sproloquia con tono sprezzante ‒ “statti pure rannicchiato nel tuo piccolo buco di merda… Bah…”
Dà le spalle al gomitolo umano e s’incammina di nuovo, con passo strascicato lungo il marciapiede. A mano a mano che l’altro si allontana, Jack riprende un minimo di fiducia. Si alza, zoppica fino al centro della strada per radunare i cartoni e osserva la sagoma di Giulio farsi sempre più piccola all’orizzonte. Non appena giudica che l’aggressore è ormai a distanza di sicurezza, gli urla dietro.
‒ “Non è veoo!! Non lo vedi?” ‒ indica tutt’intorno ‒ “La mia casa è così gande che sta dovunque: un balcone dà sul Colosseo e uno sui… Campi Elisi!”
La sagoma in fondo alla via è ormai sul punto di sfumare, desiderosa di svoltare l’angolo. Così Jack insiste e rincara.
‒ “Abito ogni angolo del mondo e… e se spalanco le finètte vedo l’infinito! ‒ grida a squarciagola ‒ “Tu cosa ne sai dell’infinto, eh? Eh???!? Che vuoi sapenne, tuuuu?”
Al secondo piano del mega-condominio, qualcuno tira su di scatto una serranda e un’ombra sporge il suo teschio spettinato oltre il davanzale. Un attimo dopo ‒ splashhh!! ‒ una secchiata d’acqua gelida chiude l’arringa del barbone.
Giulio percorre vie parallele, ma anche perpendicolari. Nessuna obliqua.
Cammina.
Cammina, cammina.
Cammina, cammina, cammina, passano le ore, passo dopo passo, e lo spasso di vagare senza fine a notte fonda si smarrisce per le vie d’una città deserta. S’aggira su se stesso, Giulio, immerso in considerazioni indegne della seppur minima considerazione, finché verso le quattro, non prende corpo un intrinseco bisogno di materasso. Così, forse per caso, forse per necessità, le gambe prendono il controllo della deambulazione e lo portano all’incirca a metà di via Monte Bianco.
Curioso, pensa il cervello di Giulio ponendo l’accento sull’improvvisa intuizione, che la meta si trovi proprio a metà via. Così, in attesa che il cervello finisca di fare i suoi bisogni, l’uomo rimane immobile davanti al portone d’ingresso del palazzo al numero civico 340 di via Monte Bianco. Si tratta di un edificio piuttosto signorile, di quelli dove d’estate i gerani parigini tentano invano il suicidio gettandosi oltre i lucidissimi davanzali in marmo.
Giulio contempla la placca dorata su cui sfilano impettiti nomi e campanelli, disposti su due colonne da dodici. Esita. Sa che sarebbe inutile suonare.
Sospira, estrae le chiavi da una tasca scucita, fa scattare la serratura ed entra.
Sguscia oltre l’androne dell’ingresso e s’infila agile nell’ascensore, anche se, vista l’ora, incrociare un vicino di casa sarebbe davvero il colmo della sfortuna! Comunque si rilassa solo dopo essersi appartato nel suo appartamento: sarebbe piuttosto disdicevole farsi sorprendere conciato come un barbone.
Accende la luce dell’ingresso, si richiude la porta alle spalle e getta il mazzo delle chiavi sul tavolo accanto all’appendiabiti. Lo scroscio metallico riecheggia nelle stanze vuote, ancora buie. Si guarda attorno, inquieto: qualcosa non va… il tablet non è al posto esatto dove l’ha dimenticato, sopra la mensola. Odore di chiuso. Stagnante.
‒ “C’è nessuno?” ‒ domanda con un filo di voce incerta.
‒ “Certo che sì, bel maschione, ci sono io” ‒ risponde la voce femminile del tablet steso sul divano, vibrando di sensualità pre-impostata.
Giulio sussulta, poi sbuffa e perlustra ogni angolo dell’abitazione, facendo scattare gli interruttori in cucina, bagno e camera da letto: ogni cosa è al suo giusto posto, compreso il vuoto.
Il familiare ronzio della ventola del computer perennemente acceso lo invita a sedersi alla scrivania. Così apre Facebook e scorre la bacheca: più di un ex-compagno di università ha già postato le foto della serata scatenando un profluvio di like, commenti e condivisioni tra i vari partecipanti alla festa. In una Giulio sta ballando sui tavoli, visibilmente ubriaco. Dev’essere stato un attimo prima della caduta in cui s’è strappato i pantaloni… come abbia fatto a non spaccarsi l’osso del collo resta un mistero. Pensa sconsolato a domenica pomeriggio, quando si sveglierà, e tra mal di testa ed ossa rotte il suo corpo urlerà di dolore. Comunque ne valeva la pena, riflette, in fondo il ventennale del mitico primo anno di corso di economia e commercio andava celebrato in modo consono. Clicca una serie di *mi piace* e accanto a una foto di Francesca scrive: “gran bella festa, ragazzi, sembrava di essere tornati all’università!” In fondo ho fatto bene a prendere la metro e andare a piedi come allora, prosegue assorto nelle sue riflessioni, mancava solo che rigassi la R8 o che sforassi l’etilometro!
Passa a Twitter, ma al primo, timido click si apre una finestra pop-up: “Il nuovo iPhone 7s è qui, cosa aspetti? Stai al passo coi tempi. Apple: smartphone sempre più intelligenti per consumatori sempre più rincoglioniti.” Probabilmente un virus informatico diffuso dagli Enterroristi, quelli convinti di poter combattere il sistema operativo dall’interno. Chiude la finestra spubblicitaria e dà un’occhiata all’hashtag “terremoto”, uno dei più caldi dopo le ultime scosse. Francesco Consalvo piange la sua casa andata semi-distrutta. Risponde d’istinto, senza smentire il cinismo un po’ carognesco tipico del suo twittare: Beh, sei vivo, no? Allora accontentati che tanto anche avere una casa senza avere un mondo decente dove metterla non è tutto ‘sto godimento.
E’ così abituato a ragionare in 140 caratteri che senza rendersene conto gli esce un twoosh. La sedia a rotelle della postazione computer, però, se ne avvede e infatti quando Giulio si alza spingendola indietro accarezza il pavimento sussurrando un twooooshh ammirato. Si sfila la giacca e studia la tasca scucita. Il pantalone è da buttare, ma la giacca è bene recuperarla visto quanto gli è costata. Sorride: il fatto che stia tornando a ragionare in termini di economia di mercato vuol dire che la sbornia inizia a svaporare.
Si sposta in bagno e si concede una doccia chilometrica: venti minuti buoni di trattamento rigenerante a base di Aqua-Amara, lo shower gel di Bulgari che appaia mare e amare in un simbolismo armonico di arancia amara, bergamotto, mandarino, evocando i profumi del Mediterraneo più esotico. Quando alla fine riemerge dal box, l’accappatoio lo abbraccia con evidente trasporto.
Phon.
Si asciuga i capelli.
Lo specchio, colto da un moto introspettivo, riflette sul senso dell’esistenza e osserva un giovane commercialista rampante sui quarant’anni, uno di quelli con lo studio in centro e la clientela a sei zeri. La menta del dentifricio è meno vivace del solito, ma lo spazzolino elettrico impone comunque il giusto moto rotatorio alle setole della testina e i denti splendono impettiti su tre file.
Si butta sul letto e dopo un attimo crolla in un sonno profondo.
Sogna sogni che lo sfiorano appena, sfumando rapidi come una folata di vento, per essere completamente svaniti il giorno seguente.
“Perché così mi sentooo, accanto a te, sognando controventoooo…” canta sorridente negli universi paralleli ed infiniti che prendono corpo in modo automatico nel suo cervello. Beve e sghignazza. Salta, balla, si diverte tornando ad indossare i suoi vent’anni. Cade e si rialza. Incontra Jack. “Sai cosa ti dico ffatèlo? Che la casa è quel posto dove quando bussi pee entaare, sono costetti ad appitti la potta… ah ah ah… senti come suona buffo… costetti ad appitti la potta, ah…”. E non sa più se sia la sua voce o quella di Jack a ridere e a parlare. “Io non ho una casa”, dice, “neanch’io” risponde l’altro, e via a ghignare senza erre, senza strumento, senza scopo e senza fine. All’infinito. In cielo, in un tripudio di luci sfavillanti e di arcobaleni spaziali, per un attimo appare l’astronave madre, ma subito si dilegua a velocità stellare. “Vieni, non c’è tanto spazio sotto i cattoni, la mia casa è infinita ma è anche piccola…” Si rannicchiano sotto gli scatoloni disfatti e la puzza è la stessa e si annulla. “Anche la mia. A volte mi capita che appena entrato mi chiudo la porta alle spalle e sono già uscito… eh…” “Ah, ah ah…” Giulio tira fuori una mano dalle coperte di cartone e twitta: Beh, sei vivo, no? Allora accontentati che tanto anche avere una casa senza avere delle persone decenti da metterci dentro non è tutto ‘sto godimento. E inspiegabilmente, anche se la stringa è di 149 caratteri, viene pubblicata per intero. Forse per questo, si scatena una nuova serie di scosse di terremoto e tutti si ritrovano in strada per mettersi in salvo, anche Consalvo. Giulio e Jack lo salutano e guardano la gente accalcarsi sull’asfalto buio a parlottare concitata. E’ come se si conoscessero tutti: i vecchi scherzano coi ragazzini, una ricca signora in crisi isterica si fa consolare da un netturbino e le badanti si accudiscono l’un l’altra. Poi, i due si rimboccano addosso le coperte di cartone, visto che d’un tratto si è alzata una bella arietta di tramontana, e continuano a sognare controvento.
Sognare.
Controvento.
Tic.
Tac.
E’ così leggero, il tempo, che basta un lieve controvento in sogno per portarlo via.
Sì, sì, proprio così…
Quando Giulio si sveglia, come previsto, è giorno inoltrato. Ha un forte mal di testa e dolori che gli mordono tutta la schiena.
Silenzio tumefatto.
Resta immobile per qualche minuto, intento a fissare il soffitto. Ha dimenticato di chiudere le imposte e s’incanta a guardare il sole che gioca con le gocce di cristallo del lampadario, in un tripudio di luci sfavillanti e di arcobaleni spaziali.
D’un tratto scatta in piedi, come l’avesse morso la tarantola.
Tira via tutte le lenzuola e corre a ficcarle in lavatrice.

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