È agosto e sono sdraiata al sole di Rimini dove ho le mie origini. I miei figli ci vengono volentieri perché trovano la grande casa dei nonni in collina e tante amicizie coltivate negli anni con le quali oggi condividono l’adolescenza – Luca – e le bravate dei diciottenni – Alberto – .

La telefonata mi trova impreparata. All’inizio penso ad uno scherzo, ma il numero in evidenza ha il prefisso della mia città, Bologna. Dall’altra parte del telefono il maresciallo dei carabinieri si è presentato e qualificato con pazienza e cortesia, ripetendo almeno due volte le sue generalità, mal celando, però, un senso d’urgenza per arrivare al dunque, all’oggetto della telefonata: i ladri.

Hanno fatto tutto il condominio e il mio appartamento non è stato risparmiato.

M’è mancato il cuore, completamente.

Tornare a casa sarà questione di un paio d’ore, e le ho già percorse appena ho capito la gravità della cosa. Rassicuro i miei ai quali affido i figli. Mi raccomando cento volte con Alberto – neopatentato – che guidi con prudenza, si astenga dal bere – tolleranza zero per quelli come lui – e sia responsabile di suo fratello. Per fortuna che la morte del loro papà li ha uniti ancor più. Mentre parlo ad Alberto mi si riempiono gli occhi di lacrime; è identico a suo padre, la stessa espressione rassicurante e calda, lo stesso modo di toccarmi le braccia, lo stesso sguardo; Giorgio ancora oggi mi manca da morire. Abbraccio forte Luca, la mia tenerissima canaglia affettuosa, e parto, da sola, il cuore in gola e l’angoscia che martella le tempie.

Per telefono non m’hanno detto alcunché, solo che serve la mia autorizzazione per accedere all’unità abitativa – così l’hanno chiamata – e svolgere le indagini. Il mio numero l’hanno avuto dall’Ersilia, la portinaia. Già in autostrada la chiamo per avere maggiori informazioni, ma appena sente la mia voce scoppia in lacrime e singhiozzi, incomprensibili per lo più, e di quanto dice capisco solo che le dispiace tantissimo. Impossibile avere qualsiasi notizia riguardo lo stato delle cose.

La rassicuro – trovo assurdo doverlo fare – cercando di calmarla, ma è inutile. Chiudo la telefonata con un sospiro di sollievo e decido di non chiamare nessun altro per non voler stemperare la mia angoscia con la curiosa pietà degli altri.

Ho i crampi alle braccia e mi accorgo che guido a velocità sostenuta serrando forte il volante con tutte e due le mani. Rallento e fermo ad una stazione di servizio. Le mani tremano. Mi sento sola e indifesa e devo farmi coraggio per entrare al bar. Bevo un caffè e compro le sigarette. Riparto, apro un poco il finestrino e fumo cercando di ignorare il senso di colpa per non aver mantenuto la promessa con Luca, ma ne avevo bisogno.

Penso a Giorgio, mio marito. Vorrei averlo al fianco, con il passo lungo e sicuro che mi toccava rincorrerlo, le scarpe grosse. Pareva impossibile buttarlo a terra, invece un tumore al pancreas lo ha demolito in pochi mesi. Alberto era appena adolescente e Luca un bambino sorprendente per la sua innocenza e dolcezza.  Verso la fine, quando anche l’ultima speranza s’era spenta e Giorgio non rispondeva più alle cure, Luca, cercando di consolarmi, disse che non dovevo preoccuparmi, perché aveva visto che la spina era ancora attaccata al muro.

I pensieri si susseguono veloci fino all’uscita dell’autostrada. Ora, per arrivare a casa, basteranno dieci minuti e vorrei volare.

Ci sono due volanti nel cortile davanti la portineria. Il cuore è in gola e batte forte.

Parcheggio senza curarmi della manovra, e scendo che ho voglia di correre, ma dimentico la borsa e torno indietro subito; ormai ho la fobia di essere derubata.

Mi viene incontro un carabiniere, ma è più veloce a raggiungermi l’Ersilia che mi butta le braccia al collo piangendo. È strano come si può capire tanto di una persona in un momento drammatico; la portinaia, sempre precisa e pignola, quasi fastidiosamente autorevole nel presentare i conti e pretenderne il pagamento, ora è un sacco vuoto. Il viso gonfio di lacrime irriconoscibile. Parla ad alta voce di cose che non capisco, che mi costringono quasi ad una lettura del labiale e questo sforzo mi indispettisce. In un attimo realizzo che cerca di allontanare da se il sospetto di aver aiutato i ladri, di essere una complice, e che con me interpreta una sceneggiata. Essendo l’unica persona presente i carabinieri l’avranno sottoposta ad un terzo grado. La allontano dicendole che voglio andare in casa e lei s’accascia come l’avessi offesa. Non provo alcuna pietà.

Salgo le scale quasi di corsa – sarei morta soffocata in ascensore con due agenti – e trovo la porta chiusa il che mi rassicura; vuoi vedere che si sono sbagliati? Provo ad inserire la chiave, ma la porta si apre; era solo accostata!

L’angoscia si trasforma in desolazione e disperazione. Gli agenti mi parlano, ma non li ascolto perché il mio sguardo corre ovunque e sono basita, impressionata da ciò che vedo. Non riconosco la mia casa; tutto è fuori posto, i divani spostati, i cassetti a terra e gli abiti sparsi sul pavimento con sopra i libri aperti, e le cose … le cose dappertutto!

L’aggettivo corretto per definire il mio stato d’animo è “accartocciato”; come un bicchiere di plastica buttato via.

I carabinieri mi parlano usando il loro dizionario da giallo investigativo: denuncia, impronte, telecamere di sorveglianza, ecc. Mi chiedono se sospetto della portinaia, ma non so cosa rispondere. Li accompagno in giro per i locali e sono costretta a camminare sopra tutto quanto è a terra. Anche gli agenti lo fanno e mi pare veramente una mancanza di rispetto, ma non è possibile fare altrimenti. Non so quanto tempo passa, però, dopo alcune foto scattate con il flash – tremendo l’effetto; tale e quale un film compreso il sibilo di ricarica dopo ogni foto – un mucchio di carte firmate e un paio di strette di mano mi lasciano sola con il disastro.

Sono abbattuta, non so cosa fare. Continuo a girarmi intorno stando ferma sullo stesso punto, l’unico dove i miei piedi possano poggiare sul pavimento di legno. Ogni secondo allarga la prospettiva dello sguardo fino a rivelare tutto lo scenario della mia casa violata, devastata.

Sono abituata a darmi da fare, a non aspettare che le cose mi travolgano, quindi respiro a fondo e comincio dai libri. Mi hanno detto che fanno così, che li buttano a terra perché li sfogliano uno ad uno cercando denaro lasciato tra le pagine. Li ammonticchio in pile – disordinate per genere e dimensione – vicino alla libreria. Poi raddrizzo una poltrona e comincio a raccogliere gli abiti che adesso sembrano solo stracci sporchi, appoggiandoli piegati alla meno peggio sui cuscini. Sono dappertutto, tappezzano il pavimento. Anche per questo scempio c’è una ragione: lo fanno per attutire i rumori.

Mi pare di ripercorrere al contrario, con le mani e con il cuore, lo stesso itinerario delle mani di altri, cercando di restituire ad ogni cosa la cura e l’affetto strappati dal furore. Mani sporche, sudate, sguardi indifferenti che hanno violato la mia intimità, cercando affannosamente soldi e cose che adesso saranno già in altre tasche o vendute a chissà chi. Ricompongo, raccolgo frammenti spaiati, trovo oggetti di cui avevo perso la memoria, ma che facevano parte dell’ humus fertile e buono che rendeva questa casa “la mia casa”  e cresce forte il senso di umiliazione e sgomento. Mi sento violentata nell’animo perché più sono i momenti che accumulo cercando di ricomporre l’ordine spazzato via dalla brutalità, maggiore è la sensazione di aver dovuto, mio malgrado, condividere con sconosciuti il senso sacro che avvolge questo spazio: il quotidiano e la mia intimità.

E vedo e rivedo questi orribili, puzzolenti, schifosi scarafaggi scavalcare indaffarati e frettolosi il muro a difesa della mia tana, del mio rifugio amorevolmente costruito e custodito, dove ogni cosa aveva un senso, un posto assegnato dall’amore o dal ricordo, dalla consuetudine o dalle calde e comode abitudini per prendere possesso di tutto quanto è stato mio per scelta.

Guardo esterrefatta la maglia extra-large del concerto di Baglioni al palasport di Firenze. Era venerdì 17 marzo e avevamo lasciato Alberto, ancora piccolo, dai miei. Giorgio, appassionato di souvenir, aveva comprato l’ultima maglia da un banchetto vicino ai parcheggi. Era enorme, con la scritta “piccolo grande amore”. L’avevamo indossata insieme unendo le teste in un bacio pazzesco quando Claudio l’ha cantata. Tutti con gli accendini in alto. Chissà dov’era, nascosta in fondo ad un cassetto.

In camera da letto trovo tutto il mio intimo sparso a terra e di nuovo si fa forte la sensazione di vergogna e imbarazzo. Butterò via tutto.

Trovo anche i calzini spaiati, quelli che Giorgio aveva salvato da ogni mio attacco, e che usava il giorno della befana, quando ancora si appendevano le calze alla stipite della porta, piene di dolciumi e carbone di zucchero.

Entro in camera dei ragazzi e mi rendo conto che adesso sanno i loro nomi per averi letti stampati sul copriletto. Hanno portato via il computer e mi assale la paura che possano trovare nomi o numeri di telefono, che possano spiarci quando vogliono, essere presenti nella nostra vita ogni giorno, nascosti dietro la tenda.

Urlo “maledetti!” con tutta la forza della disperazione e mi siedo sconfortata a terra, i singhiozzi che mi sconvolgono il petto e le lacrime che finalmente bagnano il pavimento quasi a volerlo pulire da tutto quel lordume. Mi sento tremendamente da sola, cercando di fermare il sangue che scorre dalle vene aperte della mia casa, e rivedo Giorgio, che faticava a respirare, sul letto dell’ospedale, un letto cento volte più grande del suo viso … quello che ho baciato con tutto il mio amore.

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