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“Mi ricordo che faceva dondolare una pantofola, in bilico sulle dita di un piede…”

Giacomo, il ceffo sporto in avanti, le sopracciglia corrugate, legge e rilegge la frase che ha appena scritto. La luce azzurrina del monitor lo investe mescolandosi con il fumo del mozzicone acceso che pende dalle labbra. È immobile; solo gli occhi, socchiusi, si muovono come seguisse una partita di tennis. D’un colpo, destandosi dallo stato catatonico, aspira forte una boccata, che la brace sfrigola, e subito spegne la sigaretta schiacciandola energicamente nel posacenere già mezzo pieno. Versa liquore nel bicchiere al fianco della tastiera e lo ingolla buttando indietro la testa. Poi stringe i denti e stira le labbra, in una smorfia sofferta, aspirando forte l’aria per contrastare il bruciore in gola.

  •      no … così non va, è troppo dispersivo …
  •      le prime cinque parole sono: tre verbi un pronome e una congiunzione … devo semplificare

Seleziona, cancella e digita velocemente sulla tastiera la nuova versione. Il picchiettare sui tasti s’unisce al ticchettio sparso e leggero della pioggia sull’abbaino.

“Ricordo: faceva dondolare una pantofola, in bilico sulle dita di un piede…”

  •     quasi felliniano … amarcord: lfèva dondler an ciàvata …
  •     no no no … via anche un verbo!

“Ricordo: dondolava una pantofola, in bilico sulle dita di un piede…”

  •      si … ma se scrivo “di un piede” chi legge potrebbe pensare che non sono abbastanza preciso.
  •      specifico destro o sinistro? con le gambe accavallate?
  •      eccerto che ha le gambe accavallate altrimenti il gioco non riesce
  •      se è mancino accavalla la destra sulla sinistra?
  •      cazzo che casino … odio i mancini
  •      lo vedo da destra o da sinistra?
  •      e se mettessi l’apostrofo?

Si gratta violentemente il cranio con tutte e due le mani. Tormenta il naso tirandolo tra indice e pollice, poi inspira rumorosamente come per fare un tiro di coca, allarga la bocca in un ghigno satanico per stirare i muscoli del viso e riprende a scrivere.

“Ricordo: dondolava una pantofola, in bilico sulle dita d’un piede…”

  •      Certo che lo so che non s’apostrofa un articolo, pure maschile, checcazzo!
  •      Adesso tolgo il correttore automatico; con tutti sti vermetti verdi e rossi ha proprio rotto i coglioni. Non ne sa un cazzo di licenza poetica …
  •      …
  •      comecazzossifa?
  •      …
  •      vabbe … tolgo l’apostrofo e cambio l’articolo così la pianta.
  •      …
  •      e tolgo anche la virgola che non centra un cazzo, ostacola lo scorrimento della lettura, impedisce ai personaggi di entrare in scena

“Ricordo: dondolava una pantofola in bilico sulle dita del piede…”

Giacomo è convinto di poter scrivere un romanzo e che sarà un gran successo, guadagnerà molti soldi e farà invidia a tutti. Soprattutto immagina la rivincita per una vita sprecata a sopravvivere, sempre alle dipendenze di qualcuno. Ha in mente una storia d’amore fra un uomo e una donna, che s’incontrano dopo essere stati amanti da giovani. Pensa di descrivere anche scene di sesso perché è convinto che facciano vendere meglio il libro. Sta scrivendo da ore, ma non riesce ad andare oltre le prime 10 parole dell’incipit.

La moglie mantiene la famiglia con un avviato negozio di parrucchiere in centro. Hanno un figlio di 8 anni, Daniele, per il quale la moglie stravede. Daniele è affetto da una leggera sindrome autistica e spesso entra in una forma di mutismo che ha creato non pochi problemi di rapporto con suo padre.

Giacomo, da anni ormai, vive inconsciamente uno stato depressivo che è degenerato in una forma di schizofrenia tale da alterare la verità percepita per accordarla ai propri pensieri distruttivi. Immagina spesso che la famiglia complotti a suo danno, e molte volte ha la netta sensazione di sentirli bisbigliare alle spalle. Da poco, ha perso il lavoro di commesso in una libreria per universitari e s’arrangia lavorando in nero in qualche cantiere edile, accompagnato da suo cugino Guglielmo che guida la betoniera. La mania dello scrittore è l’ultimo dei segni d’instabilità mentale che manifesta ormai da mesi.

D’un tratto la silenziosa coltre di fumo illuminata spettralmente dalla luce del monitor, e l’ormai allegro picchiettio della pioggia, viene squarciato da un urlo che proviene dalle scale. È sua moglie al piano inferiore:

“jackyyy … vieni giù? Si fa tardi. Danny va a letto … “

“Lasciatemi in pace cazzo … ho da fare qui … devo scrivere … ho bisogno di silenzio.”

“ma jacky … sono quasi le undici … non hai nemmeno mangiatoooo …”

“BASTA … !

Giacomo odia i soprannomi. Per sua moglie, invece, sembrano essere una necessità. D’altra parte il nome assurdo che i suoi le hanno affibbiato all’anagrafe attira sempre curiosità: Guendalina! A tutti si presenta come Wendy, lui è Jack e Daniele, loro figlio, diviene Danny.

Con l’espressione infastidita Giacomo cerca di tornare alla concentrazione. Strofina nervosamente le mani sul viso tenendole unite come nella preghiera musulmana, poi preme la punta delle dita sugli occhi quasi a volersi svegliare, scrolla il muso rumorosamente come un bracco, incrocia le dita e le rovescia al contrario facendo crocchiare le giunture. Aggiustandosi sulla sedia si piega in avanti e torna a leggere il monitor.

  •      c’è un altro schifosissimo problema, cazzo!
  •      che pantofola?
  •      una marrone di pelle, classica, adatta a qualcosa di raffinato
  •      oppure una schifosa, di quelle di peluche … gialla … tipo con il muso di Pluto e gli occhi che ballano?
  •      è importante
  •      con la ciabatta di Pluto mi immagino, per esempio, una grassa schifosa pelosa e puzzolente … se è femmina … pensa te un maschio … calvo e ciccione!
  •      meglio la ciabatta di pelle … un po’ di raffinatezza cazzo

Accende una sigaretta, un’altra. Surriscalda la brace tirando molto forte e poi espira il fumo contro lo schermo, quasi a volerlo sfidare. Versa ancora liquore e in due sorsi lo ingoia rapido. Stringe i denti e stira le labbra; l’espressione tipica di Humprey Bogart. Lo sguardo, truce, incazzato, sempre fisso sul monitor, unica fonte di luce nella piccola mansarda.

Ora la pioggia è più frequente e tamburella con insistenza. Giacomo se ne accorge; guarda in alto, inconsciamente, lo sguardo vacuo, poi torna allo schermo riprendendo il cipiglio da incazzato.

  •      ma pensa te … non so nemmeno se è maschio o femmina, non conosco la storia e mi perdo tra virgole e descrizioni ancora prima di cominciare
  •      ma sei scemo!? … scrivi cazzo!!!
  •      falli incontrare, falli scopare … che cazzo stai a fare li, co sta ciabatta
  •      scrivi cazzo!
  •      Scrivi qualcosa cazzo!
  •      …
  •      Ecco … adesso mi chiama De Falco, quello della capitaneria: salga a bordo cazzo!

Questa breve digressione lo distrae. Sorride con la bocca storta. Alza gli occhi e stende all’indietro le braccia facendo scricchiolare la sedia. Le labbra protruse in avanti, la sigaretta che punta in alto.

  •      basta … non posso mica ammazzarmi in questo modo
  •      sono seduto qui da ore e ho scritto solo una cazzo di frase idiota
  •      non ho nemmeno mangiato
  •      domattina devo alzarmi presto, passa Guglielmo alle sei … devo andare a letto
  •      devo dormire … sono stanco

Giacomo poggia il gomito sul tavolo e la fronte sul palmo della mano aperta. La sigaretta fra le dita lascia salire una sottile e tortuosa spirale di fumo. Chiude gli occhi e scuote la testa lentamente. Ora la pioggia scroscia e l’aria è frustata da colpi di vento. Comincia un temporale.

  •      Devo alzarmi presto
  •      era papà che diceva “il mattino ha l’oro in bocca”
  •      …
  •      papà … che testa di cazzo

Di colpo riaffiorano tutti i risentimenti contro suo padre. Ricorda le parole che disse a Guendalina il giorno del matrimonio, a tavola, di fronte a tutti: “Dovrai avere pazienza con Giacomo … molta pazienza”.

  •     stronzo maledetto … spero che marcisca sotto terra
  •      fosse stato per me l’avrei lasciato ai cani
  •      quello era il funerale giusto per lui
  •      …
  •      che voleva dire quel giorno? che non sono affidabile?
  •      nessuno mi ha mai capito … nessuno
  •      anche lei … m’ha sposato solo perché le serviva un maschio da comandare
  •      jacky fai questo jacky fai quello jacky qua jacky la
  •      non la voleva nessuno quella li … solo io potevo essere così idiota
  •      adesso c’ha solo Daniele in testa … lo stronzetto
  •      fa finta di essere muto … trema quando gli parlo
  •      tutti che pensano solo a lui … tanto Giacomo chissenefrega!
  •      aspettano solo che io mi giri per dirsi le cose
  •      …
  •      porcatroia … dovrei fare una strage
  •      togliermeli tutti dai coglioni

Con uno scatto, come una tagliola animata da una potente molla, riprende a scrivere. Lo fa convulsamente. Ansima. Quasi fosse un esercizio di dattilografia, ripete la stessa frase senza interrompersi. La sigaretta fra le dita lascia cadere cenere sulla tastiera che si sbriciola fra i tasti.

Sull’abbaino la pioggia si infrange con fragore e il vento la tramuta in raffiche come mitragliate. Il buio viene a tratti squarciato dal bagliore dei lampi. Il tuono brontola lontano, ma s’avvicina.

“il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca …

Stacca le mani dalla tastiera come scottasse e rimette in bocca la sigaretta. Guarda il monitor, ma non lo vede perché il suo sguardo lo trapassa ricordando cose del passato.

  •      Cazzo voleva dire mio padre? … ho sempre lavorato io
  •      nessuno mi ha capito, mai … sempre li a dire che non andava bene
  •      gli veniva da ridere quando mi parlava … stronzo

Una saetta illumina la stanza a giorno con una luce azzurro chiarissimo. Giacomo alza la testa di scatto e sul divano poggiato al muro vede suo padre con le gambe accavallate, in vestaglia, le ciabatte gialle di peluche ai piedi, sul viso un’espressione di scherno. Un brivido ghiacciato gli percorre la schiena. Il forte rombo del tuono che segue lo coglie impreparato e lo fa sobbalzare. Si alza guardandosi intorno e poi, stringendo gli occhi, cerca di guardare nell’oscurità, verso il divano. Un altro lampo illumina la stanza e Giacomo vede il divano, ma è vuoto. Porta le mani alla testa e, con gli occhi sbarrati, spalanca la bocca in un urlo silenzioso. Dopo un minuto torna a sedersi, gli occhi ancora carichi di terrore. Tentoni cerca le sigarette, ma rovescia la bottiglia che cade fragorosamente sul piano rovesciando il portacenere.

  •      porcatroiaporcatroiaporcatroia

Raddrizza la bottiglia, ormai semivuota, e la porta alla bocca bevendo un lungo sorso, ingoiando il liquore senza trattenerlo in bocca. Fa una smorfia stringendo gli occhi per deglutire. Tiene ancora la bottiglia stringendone il collo. Quelli che fino ad ora erano pensieri diventano frasi biascicate, sussurrate, sibilate come il fiato del serpente. Gesticola mentre le pronuncia, agitando la bottiglia e indicando cose fantastiche che vede solo lui. Lo sciabordio dell’alcool nella bottiglia accompagna i suoi gesti.

  •     sono matto sono matto sono matto … lo dicono tutti
  •      me lo dicono alle spalle
  •      quando pensano che non li possa sentire … stronzi
  •      …
  •      stronzi maledetti
  •      ho sempre lavorato tanto, troppo
  •      mai una distrazione … mai un attimo per me
  •      certo che divento una bestia!
  •      …
  •      hanno ragione … hanno ragione tutti quanti
  •      sono una bestia sono matto sono una bestia

Beve un altro lungo sorso, appoggia la bottiglia e riprende a scrivere convulsamente. Sul viso appare un ghigno perverso sempre più marcato man mano che le frasi si susseguono.

“ troppo lavoro e nessuna distrazione fanno di Giacomo un cattivo ragazzo troppo lavoro e nessuna distrazione fanno di Giacomo un cattivo ragazzo troppo lavoro e nessuna distrazione fanno di Giacomo un cattivo ragazzo troppo lavoro e nessuna distrazione fanno di Giacomo un cattivo ragazzo troppo lavoro e nessuna distrazione fanno di Giacomo un cattivo ragazzo troppo lavoro e nessuna distrazione fanno di Giac… “

Giacomo continua furiosamente a scrivere e scrivere la stessa frase senza sosta. Biascica parole incomprensibili anche a se stesso. Ormai tutto si svolge all’interno di un nucleo profondo, nascosto da sempre nel suo animo. Scrive e beve, beve e fuma, fuma e scrive, per minuti interi.

Così come aveva cominciato smette. Si alza di scatto rovesciando la sedia. Ha le mani tese lungo il corpo, i pugni chiusi e cammina nervosamente avanti e indietro. I lampi illuminano, come colpi di flash, la stanza e il suo viso, deformato da una smorfia di dolore, a tratti di paura. La pioggia mista a grandine martella assordante il vetro dell’abbaino.

Poi, quasi di colpo, il temporale cessa, la pioggia s’alleggerisce e il tuono s’allontana brontolando distante. Qualche lampo illumina ancora la stanza, ma meno di frequente.

Giacomo si ferma. Un ultimo lampo gli illumina il viso; il collo è piegato in avanti incassato fra le spalle, l’espressione torva, gli occhi serrati in una fessura e la bocca aperta.

Scende lentamente le scale. Si dirige in cucina. Prende il coltello più grande dal ceppo.

 

 

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