Erano quasi le due e mezza di notte quando decisi di alzare bandiera bianca.
Sollevai lo sguardo dallo schermo, fissai il vuoto desolante della mia nuova casa per alcuni secondi, e dopo essermi stropicciato per l’ultima volta gli occhi con i palmi delle mani, decisi che poteva bastare. Per tutta la serata avevo cercato senza successo una buona idea per il tema di Aprile “Dimore, nidi, anfratti and so on.” 
Era la prima notte che passavo in quella casa disadorna, avevo portato con me il pc, una sedia, un vecchio tavolino e qualche effetto personale nella speranza di trovare un po’di pace per concentrarmi sul racconto. Con tutto il caos dell’imminente trasloco che regnava nella vecchia casa, mi era sembrata una buona idea quella di anticipare di un giorno il trasferimento, tanto là sarei stato solo d’impaccio, ho sempre odiato i traslochi, e ogni genere di cambiamento.
Ma quella notte era tutto un girare a vuoto. La mia mente si rifiutava, non voleva più saperne di stancarsi senza profitto e desiderava solo lasciarsi andare, e a quel punto lo desideravo anch’io; l’unica cosa che ero riuscito a produrre era una quantità enorme di mozziconi puzzolenti.
Insistere sarebbe stato inutile, e del resto ero ben consapevole di essere entrato ormai da molti mesi in un cono d’ombra, uno di quei coni d’ombra che caratterizzano a volte il lavoro dello scrittore ─ ma potrei anche dire dello scrivente ─ quando per stanchezza o chissà per cosa si spezza quel filo arbitrario che unisce i pensieri alle parole, e allora le parole si fanno estranee, ti si rivoltano contro e finiscono per nasconderti le cose invece di rivelartele. Rimandare tutto al mattino seguente era l’unica cosa saggia da fare.
Intanto i miei piedi nudi, come guidati da un’intelligenza propria e precedendo le mie intenzioni, avevano preso già da qualche minuto a tastare nervosamente il pavimento sotto il tavolo alla ricerca delle pantofole. Le penetrarono avidamente, e io sollevai finalmente il culo indolenzito da quella sedia, ma una volta in piedi accadde un fatto imprevisto: la stanza intorno a me iniziò a girare, girava e girava, dapprima lentamente poi sempre più forte. Chiusi gli occhi, e per non cadere mi rimisi a sedere. Vidi me stesso precipitare in un gorgo che pareva infinito, ma non avevo paura
«è tutto un sogno dovuto alla stanchezza e allo stress dell’ennesimo trasloco» mi dicevo, non era la prima volta che mi succedeva e sapevo di poter interrompere quella spirale se solo avessi riaperto gli occhi. Ma non volli farlo e mi lasciai andare finché quel vortice mi trascinò con sé in altri posti e in altre stagioni della mia vita. Quante case avevo cambiato nei miei cinquantatre anni? tante, tante che neanche mi ricordo.
Poi tutto si placò e ogni cosa riprese il suo posto nella stanza: la porta di fronte a me, il tavolo, il pc; e tutti i pezzi centrifugati del mio corpo tornarono a ricomporsi ordinatamente su quella sedia. Solo allora riaprii gli occhi e mi guardai attorno: Quanti minuti erano passati? tre, quattro? L’orologio segnava le cinque. «Le cinque! Devo andare a letto, devo andare a letto» dicevo a me stesso, ma in quella casa non c’era ancora un letto, lo avrebbero portato i ragazzi all’indomani, così poggiai la testa sul tavolo. Forse mi addormentai, forse no, ma da quel preciso momento in poi, la mia mente, come liberata di colpo da un ingorgo, iniziò a macinare pensieri su pensieri: pensieri piuttosto confusi per la verità, ma almeno era un inizio, quell’inizio che senza successo avevo inseguito per tutta la serata.

“Dimore, tane, nidi, anfratti, tane… rifugi, nidi, dimore, anfratti… rifugi. Come deve essere una casa per essere la tua casa? cosa la trasforma in una tana? questo è il punto, che cosa!
Non sono certo gli arredi no, e neppure i tappeti costosi o i quadri alle pareti. Una cucina spaziosa? tanti libri accatastati e tu in mezzo? no, maledizione, deve essere qualcosa che con tutto questo non ha niente a che vedere.
Addormentarsi davanti al fuoco con due bicchieri di vino nella pancia e un gatto sopra mentre fuori piove? ma no no! Che c’entra il gatto, deve essere qualcosa di più, di più… astratto, di immateriale, sì immateriale! Deve essere qualcosa di immateriale. Già, ma cosa posso saperne io? Io che ho dovuto cambiare tante case in vita mia ché nessuna ha avuto mai il tempo di diventare la mia tana puzzolente, l’anfratto misterioso, il nido accogliente. Le radici sono tutto, e ci vuole tempo, per mettere radici in una casa… tempo…Il tempo?
Ma certo il tempo! E’ proprio il tempo che fa di una casa la tua casa. Sì, ma bisogna che ne passi davvero tanto di tempo ché un anno non basta e neanche due, una casa ha bisogno di molti lustri per sedimentare prima che diventi la tua tana, il tuo nido, il tuo…”

Da lì in poi, i concetti mi si presentavano spontaneamente in una formidabile concatenazione logica di una chiarezza cristallina, tanto che nei successivi venti minuti l’intero racconto era già finito: “vedevo” le parole che prima mi sfuggivano legarsi l’un l’altra davanti ai miei occhi, avevano una consistenza plastica, e le frasi erano così ben costruite da superare ogni mia aspettativa.
Che strano, la mia mente aveva preso a funzionare, proprio quando io avevo deciso di spegnerla. Afferrai il primo pezzo di carta a portata di mano e buttai giù l’introduzione, poi mi fermai, ero troppo stanco per continuare; il grosso del racconto lo avrei tenuto in caldo nella mente fino al mattino dopo, e per evitare che il ricordo svanisse lo avrei ripetuto continuamente dentro di me.
Via via che il sonno avanzava però, mi sembrava che parole e frasi a furia di essere ripetute perdessero di senso e si confondessero, tanto che a volte ne dimenticavo la sequenza e tutto il racconto mi si ingarbugliava nella testa, poi svaniva. Lo intravedevo nuovamente, ma solo per un attimo. Mi concentravo per riafferrarlo ma ne perdevo un pezzetto, allora tornavo indietro a riprenderlo ma altre visioni colorate mi distraevano e tutto il racconto sembrava disgregarsi.
Poi qualche parola riemergeva timidamente, altre la seguivano a ruota, e tutte le frasi parevano ricomporsi, ma quante di esse ─ mi chiedevo a quel punto ─ sarebbero sopravvissute indenni al sonno? Chi mi garantiva che al risveglio le avrei ritrovate intatte?
Poi pensai che non c’era da preoccuparsi, tutto era già “scolpito” nella mia mente come le leggi mosaiche nella pietra; e del resto io avevo una memoria eccezionale, non avrei dovuto far altro al risveglio che mettere nero su bianco, dare una sistematina al tutto, e il racconto sarebbe stato bello e pronto per la pubblicazione. Soddisfatto e senza più preoccupazioni, reclinai ancora una volta la testa su quel tavolo in quella casa spoglia e mi abbandonai finalmente al meritato riposo.
Il risveglio fu amaro, amarissimo. Avevo fatto troppo affidamento sulle mie capacità mentali, perché solo un ricordo lontano e sbiadito era rimasto di quei pensieri. Troppo poco per tentare di ricostruire il tutto. E’ fu un trauma, un vero trauma. Del racconto che sarebbe dovuto essere, rimangono solo queste parole scritte a penna su un pezzo di carta, e tanta amarezza:

Per essere casa tua
E’ necessario che gli odori di tutte le cose si stratifichino lentamente uno sull’altro fino ad annullarsi per dar vita a quell’odore unico che riconosci quando torni da un viaggio.
Bisogna che gli oggetti, i libri e tutto il resto prendano il loro posto lentamente, sistemandosi negli angoli così come nella tua mente, uno di qua uno di là, contemporaneamente, senza fretta, senza imposizioni, ribellandosi all’ordine costituito per seguire fedelmente i tuoi percorsi estetici, anche quando sono percorsi contorti.
Perché sia casa tua è necessario che anche i vicini molesti diventino prima sopportabili, poi familiari, infine irrinunciabili, che i cassetti della cucina si riempiano di cimeli inutili come candele, santini accartocciati, tappi di sughero del capodanno e chiavi levigate di dimore precedenti.
E’ necessario, perché sia davvero casa tua, che la tua poltrona preferita invecchiando si rilassi e ti somigli, e che i tuoi figli non ti somiglino più…”

Mi trovarono seduto compostamente con la testa penzoloni e le gambe ancora accavallate sotto il tavolo come uno che s’è addormentato di colpo, con in mano quel pezzo di carta ripiegato stretto a tenaglia tra il pollice e l’indice. Mia moglie chiamò subito il medico, ma fu tutto inutile.
La delusione al risveglio mi era stata fatale. Fu l’amarezza a fulminarmi, insieme naturalmente alle troppe sigarette di quella notte.
Al mio funerale sentii il medico chiacchierone raccontare sottovoce agli astanti di avermi trovato, al suo arrivo, con una smorfia di incredulità stampata sul viso e una pantofola che ancora penzolava in equilibrio precario sulle dita di un piede.
Adesso mi trovo qua, in cielo suppongo, e sono scalzo. Ho preso il numerino ma c’è tanta gente davanti a me, spero solo che mi sistemino in un bel posto e che questa volta sia per sempre.

Autore misterioso N. 28/3/1961 – M. 3/4/2014

 

 

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