Mi ricordo che faceva dondolare una pantofola, in bilico su un piede, sul viso un’espressione quasi beata, lo sguardo concentrato in quel virtuosismo sciocco.

Forse neanche mi ascoltava e c’era da aspettarsi che sul più bello se ne uscisse con un “guarda, cara, che abilità”. Abile, era abile davvero nel farmi sentire una merdina senza bisogno nemmeno di aprire bocca. Era proprio da lui quel fregarsene di partire da una posizione di obbiettiva inferiorità, un uomo in pigiama e ciabatte è di per sé svantaggiato, soprattutto se davanti ha un avversario vestito di tutto punto, ed ero io l’avversario, ancora vestita così com’ero rientrata a casa. Eppure era riuscito a ribaltare i rapporti di forza con pochi gesti ben dosati, il sorrisetto sardonico, l’inarcarsi del sopracciglio destro, l’attenzione al proprio piede funambolico, la calma sfacciata di fronte alla mia furia. Io sbraitavo, tornare a casa a sera tardi dopo tante ore di lavoro e non trovare niente di pronto da mangiare mi manda in bestia. E come una bestia lo assalivo a male parole. Lui seduto sulla poltroncina ai piedi del letto manteneva un atteggiamento che ora definirei regale, un re annoiato dal suo giullare. Gli insulti, le minacce, le urla scivolavano via sul pigiama stropicciato come gocce di pioggia sulla tela cerata. Ogni tanto sollevava una palpebra con lentezza studiata e mi fissava, uno sguardo svuotato da ogni sentimento, nemmeno odio o fastidio, incredibile come quell’occhio bovino, tondo e acquoso, avesse il potere di annichilirmi. Avete mai tirato pugni nell’acqua? La stessa sensazione quando affondai le mani nella sua pancia, i colpi si spegnevano sordi nel grasso e lui ridacchiava. Mi lasciò fare per un po’, poi mi scostò con una manata, il gesto infastidito che si dedica a una mosca molesta. Subito riprese a dondolare il piede stronzo. E intanto mi stava sfinendo senza fare la fatica di combattere, ancora non mi aveva offerto l’appiglio di una parola contro cui tentare di rimando un colpo da k.o. Mi resi conto che non ero nemmeno riuscita a trascinarlo sul ring, altro che combattimento, piuttosto era lui ad avermi attirato sul suo terreno preferito, il teatro. E sul palcoscenico non avevo alcuna possibilità di prevalere, io guitto scomposto, lui attore consumato, di quelli che il pubblico ama per la straordinaria misura dei gesti, entra in scena, non parla, solleva impercettibilmente la mano destra, accenna il movimento di una spalla e si scatena l’applauso.
Mi guardò di nuovo, questa volta muovendo un po’ la testa in un biasimo muto e arricciò le labbra in un sorriso di disgusto. Poi ricominciò a giocherellare con la pantofola, ignorandomi platealmente. Mi appoggiai alla parete e mi lasciai scivolare a terra, affranta. Solo vedendo le mie lacrime nere si decise a parlarmi, sporgendosi verso di me per non dover alzare la voce. La voce un soffio gelido: “Piccola mia, come puoi pensare che io ti prepari la cena mentre tu tardi perchè magari ti stai facendo sbattere dal tuo capo?”
Non attese la mia reazione che del resto non ci fu.
La questione era chiusa.
Si alzò con un sospiro e si avviò verso il letto. “Non fare troppo rumore quando vieni a dormire” mi disse ancora, prima di spegnere la luce.
Si addormentò di botto.
Accartocciata tra parete e pavimento, lo ascoltai russare per l’ultima volta. E ancora me ne ricordo.

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